Voce
della Vallesina
Settimanale di
informazione



Una
giornata memorabile nella storia della nostra diocesi
La
grande festa per la Porta del Giubileo
Hanno detto che è durato fino a verso le due di notte il
“pellegrinaggio” degli jesini davanti alla nuova Porta di bronzo
inaugurata poche ore prima, la sera di domenica 19 settembre. Chi scrive,
capitando ”per caso” da
quelle parti, è rimasto fino alla mezzanotte a fornire spiegazioni ai
“pellegrini”.
Venivano ad ondate successive,
quasi un passaparola, provenienti da piazza della Repubblica dove si era
svolta la maxifesta, con torta da Guinness, per i 700 anni delle fiere. Mi
son divertito a scrutare le loro reazioni una volta giunti “davanti”:
lì per lì uno stupito silenzio, quasi abbagliati dallo splendore
della Porta. Poi le esclamazioni
varie, ma col comune denominatore “bellezza”: “Ma è
bellissima…che meraviglia…quanto è bella…”.
Sprecata
per Jesi?
Terza fase, le domande: ma chi è l’autore, dove abita, che vuol
dire quella e quell’altra formella, il tale o tal’altro personaggio
raffigurato. Alla fine il saluto, spesso con l’aggiunta dei complimenti
alla diocesi e al vescovo per aver donato alla città un’opera simile.
Qualcuno ha detto “Ce volea proprio!”. Ma il
compiacimento più gustoso e “jesino” è stato quello di uno che
ha esclamato “E’ spregada pe’ Jèsi!”.
Tornando a casa, mi son
chiesto: che valore hanno i giudizi estetici del “popolo”, le cui
valutazioni nel campo dell’arte (una canzonetta
potrebbe “piacere” più d’una sinfonia…) non possono sempre
considerarsi affidabili? Domanda cui è difficile rispondere, e che passo
agli esperti.
Rimandiamo comunque ad un
apposito convegno (magari unito alla esposizione delle opere di Annibali)
che si terrà fra qualche mese in occasione della presentazione del
“libro” su questa Porta, quando saranno pronte le foto e i testi
critici.
Anelito
di amore
Posso dire per ora soltanto questo: se scopo dell’”arte
cristiana” è quello di proclamare le grandi opere di Dio per noi
attraverso lo splendore delle forme dell’arte, ebbene qui questo
obiettivo pare raggiunto. Specialmente nella bellezza delle venti formelle
dei “misteri” della vita
di Cristo, intrecciati con quelli di Maria, la gente ha percepito quasi
istintivamente un riflesso della luce e dell’amore di Dio per noi.
E se questa porta riuscirà a
far sprizzare un anelito di amore al Signore, oggi e, ce lo auguriamo, nei
secoli futuri (sperando che non ci sia un qualche Napoleone futuro che ne
prenda il bronzo per ricavarne cannoni…),
lo scopo di tanta impresa è stato raggiunto. In questo senso piace
aver visto qualcuno che, andandosene, ha fatto un segno di croce e un
accenno di genuflessione.
Così che anche con questa
porta, forse, l’artista ha risposto ad un grave interrogativo di don
Chenis (segretario della Commissione dei beni culturali della Chiesa),
relatore brillante ed essenziale della serata: perché la gente prega
spesso meglio di fronte a immagini “sacre” ma brutte, e rimane
indifferente al cospetto di quelle “artistiche”?
Prima di lui aveva pronunciato
un breve saluto il Vescovo, come naturale “padrone di casa”. P.Oscar
ha richiamato il valore di “segno
di Cristo, unico salvatore” che proviene da questa Porta, quale frutto
del Grande Giubileo del 2000. E’ poi seguito l’intervento dello
scultore, l’emozionatissimo Paolo Annibali
il quale, dopo i dovuti ringraziamenti a committenti e
collaboratori, ha ribadito che questa porta per lui ha costituito un
grande cammino di maturazione non solo artistica, ma soprattutto
spirituale .
La
celebrazione
La celebrazione liturgica era cominciata puntualmente alle 18, con
una processione del Vescovo,
in abiti solenni, accompagnato da tanti preti, dall’episcopio al sagrato
della chiesa. Dopo il saluto iniziale, due bambinette hanno tirato le
corde per far cadere la tenda che ricopriva
l’opera. Subito si è levato un applauso dalla marea di persone (qualcuno
ha parlato di 5-6mila), entrate poi festanti all’interno della chiesa. Rai
Tre ha ripreso la scena, trasmettendo poi il giorno dopo. Dei tre
brevi interventi iniziali s’è già detto.
Una parola ora sull’Oratorio
“La porta del Giubileo”, composto, musicato e diretto da don
Roberto Vigo. Esso ha occupato un’ora buona delle due dell’intera celebrazione. Iniziato
quando ancora in chiesa e fuori c’era un po’ dell’inevitabile brusìo
di ogni folla, e considerando la non sempre “orecchiabilità” delle
musiche, l’Oratorio ha
vissuto un crescendo insperato di partecipazione
attenta ed emotiva.
Musica
trascinante
Specie nella seconda parte, proprio quando
la stanchezza può fare brutti scherzi a coristi pubblico: oltre agli applausi
per il “75°” Vescovo di Jesi, nonché allo “storico” don
Urieli, la gente è stata quasi trascinata da una musica di grande
intensità e bellezza, culmimata nell’Osanna finale, che rendeva
musicalmente la gloria di
angeli posta il capo alla nostra Porta. Non crediamo di esagerare dicendo
che don Vigo stavolta si è
superato, a dispetto degli ottant’anni nei quali entra proprio la
vigilia di questo san
Settimio.
Se non fosse retorico, diciamo
che questa giornata può considerarsi memorabile nella storia della nostra
diocesi, quale auspicio di
continuità attorno alla figura di un Pastore. E, se non fosse banale,
aggiungiamo che una città come Jesi ha bisogno di un Vescovo almeno come
di un sindaco: spesso il primo rappresenta un punto di riferimento più
del secondo, anche di fronte al mondo laico…Per tutti, comunque, p.Oscar
ha fatto incidere sul bronzo delle maniglie interne
della Porta questa scritta: “Apriamo la porta della speranza per
donare Cristo al mondo”.
d.v.m.

Jesi,
città di pace a comunità di pace
Il 14 settembre ha fatto tappa a Jesi la
Carovana della Pace promossa dalla Famiglia Missionaria Comboniana ed è
stata per molti occasione di conoscenza, scambio, crescita umana e
spirituale. Accolti nei locali della Caritas Diocesana, i tredici
carovanieri hanno pranzato con il Vescovo Padre Oscar Serfilippi. Nel
pomeriggio, in piazza della Repubblica, insieme alla “tremenda” voglia
di vivere dei ragazzi della Comunità Exodus, si sono intrecciati i
volti e le voci di Nsima Udo Umoren (consigliere provinciale aggiunto),
Djibril Sow (Comunità Senegalese), Armand Nuraj (Comunità Albanese),
Fateh Jameleddine (Osservatorio Migranti), che hanno descritto la
condizione di immigrato in Italia ed in Vallesina, sottolineandone luci ed
ombre. La rappresentazione teatrale “Sulle Tracce” ha concluso la
serata, con un invito a vivere la vita in pienezza.
Il
15 mattina la Carovana si è sparpagliata per incontrare alcune classi
delle scuole superiori e discutere delle disuguaglianze nord-sud, della
guerra, dei diritti umani. Nel pomeriggio, i Carovanieri hanno visitato
alcuni dei segni di speranza presenti in Vallesina tra cui la comunità Oikos
e la casa-famiglia Papa Giovanni XXIII da poco sorta a Castelbellino.
Dopo un momento di preghiera nella chiesa di San Massimiliano Kolbe e la
cena, la serata, condotta dal presidente della Consulta per la Pace, Marco
Oggioni, è proseguita nella palestra Carbonari alla presenza di circa
duecento persone di fronte alle quali si sono alternati i testimoni locali
tra cui Fabio Ragaini del Gruppo di Solidarietà di Moie e don Aldo
Buonaiuto, dell’associazione “Papa Giovanni XXIII”, e della
Carovana.
Valdeci
Antônio Ferreira, laico comboniano e direttore di un carcere in Brasile,
ha raccontato la triste condizione di sovraffollamento delle carceri.
Infine i Carovanieri hanno “unto” i presenti con l’olio d’oliva di
Limone sul Garda, paese natale di San Daniele Comboni da cui la Carovana
è partita, richiamando il significato biblico dell’unzione come
“missione”, invio a costruire una “Vita piena per tutti”, o, se
volete, il Regno sognato da Dio.
Maria
Anderlucci

La
mostra di Valeriano Trubbiani
Fluida
e “incontenibile” come il mare nelle sue sculture e nei suoi disegni,
la complessa personalità umana e artistica di Valeriano Trubbiani,
scultore, scrittore e disegnatore contemporaneo; nonché la grande portata
culturale, sociale e storica della sua opera, sono state largamente
“scolpite” nei discorsi di apertura della mostra inaugurata sabato 18
settembre dalle diverse autorità intervenute nei suggestivi luoghi del
Palazzo della Signoria, sullo sfondo di un’ampia e sentita
partecipazione di pubblico.
La rappresentazione, intitolata
“ Il mare scolpito”, e promossa dal Comune di Jesi in collaborazione
con Regione Marche, Provincia di Ancona, Leggere il ‘900 e l’agenzia
Noicultura, si inserisce nel progetto più ampio, “Il Novecento e
oltre”, finalizzato ad allargare
la conoscenza di artisti marchigiani storicizzati e dei nuovi talenti.
E’ una collocazione adeguata “in quanto Valeriano Trebbiani -
sostiene l’assessore alla cultura della Provincia Massimo Pacetti - è
un artista emblematico del novecento, di cui ha saputo cogliere
l’aggressività delle macchine e la crudeltà delle tecnologie.”
“Il mare scolpito - conferma
il sindaco Fabiano Belcecchi - costituisce un evento di grande
caratura culturale e sociale per la nostra città poiché ne esalta la
vivacità e la ricchezza culturale e apre un dibattito stimolante per la
crescita cittadina e artistica”. Affermazione raccolta e rafforzata
dal curatore scientifico del progetto Armando Ginesi che ha evidenziato
la funzione prioritaria della cultura “che crea e consolida i cervelli
per farne dei cittadini di qualità”.
Aperta al pubblico fino al 31
ottobre, la mostra è articolata in quattro sezioni incastonate tra i
pilastri della Salara in una sorta di “scansione filmata” dedicata
dallo scultore al regista Federico Fellini, insieme ad
un’altra sezione laterale con bozzetti, disegni e documenti
inediti, in ricordo della sua collaborazione alla realizzazione del film
“E la nave va...” del 1981.
L’essenza della mostra si
dipana in circa sessanta opere tra sculture e disegni degli ultimi
venticinque anni della sua attività artistica.
Esse sono dedicate al tema del mare e dell’acqua e così
titolate: “blocco/tassello d’acqua” nel quale, spiega il critico
Carlo Fabrizio Carli, Trubbiani immagina che si possa tagliare, infrangere
una realtà creando code, teste, ecc. di animali che emergono dal blocco;
“il gorgo” che introduce in una dimensione che esplora la psicologia
dell’inconscio, che illustra esempi letterali; “i bambini e il mare”
introduce la figura umana attraverso i bambini avvolti in crudeli
fasciature o ispirati ad una versione classicheggiante; “gli animali e
l’acqua” sciorinano una rappresentazione vorticosa di animali, da
quelli esotici a quelli domestici o appartenenti alla vita contadina.
I disegni sono coloratissimi,
tipici, sostiene Carli, di uno scultore che possiede la tecnica del
“procedere per via del levare” e che poi interviene con degli acidi
ottenendo degli effetti di grande interesse.
“Suscitare sentimenti di
grande consolazione” è quanto l’autore si auspica di provocare
nell’animo dello spettatore attraverso la diffusione delle sue opere che
“raccontano” il male, la crudeltà, i condizionamenti epocali ed
ambientali mescolati ad una vena giocosa, ironica e leggera, a volte di
pietà, in un diorama dalle grandi suggestioni che arresta l’immagine
emergente di crudeltà sempre un istante prima che si compia.
Nella scultura di Trubbiani, da
lui stesso definita “un sogno soffice che si racconta con materiali
duri”, c’è una sorta di sospensione, una dimensione esotica e un
clima di visionarietà che, spiega Carli, fa di questo artista un
“favoloso favolista”. Le sue ideazioni hanno infatti, continua Carli,
una caratteristica propria di un immaginario pacato che allontana il
surrealismo di Trubbiani dalle linee del surrealismo puro, calandolo in
una dimensione di libertà dell’associazione metamorfica,
dell’assemblaggio dei temi, aspetto questo innovativo nel panorama della
plastica sculturale che non è più un elemento unitario, ma si intreccia
con altri.
La scultura di Trubbiani si
connota di questa tendenza a “frangere l’opera”; è immersa in una
dimensione a metà “tra la surrealtà e la fantascienza”; è
puntigliosamente “lucida, precisa e determinata”: le navi che avanzano
lentamente sull’acqua come autentiche città fortificate sono
curatissime nei dettagli (i cannoncini, le funi, gli oblò vetrati, le
teste dei chiodi, ecc.); si “nutre” di una fauna sorprendente di
rinoceronti e di ratti, di ippopotami e di pipistrelli, di coccodrilli,
balene e squali; e ancora papere, anatre, maiali, ecc.
“Adopera” una “gremita
attrezzeria di oggetti e presenze vegetali” ed è carica di riferimenti
letterari, di fantascienza che il procedere della scienza ha reso
pittoresche: Verne, il Titanic, Moby Dick, ecc.
Storia e memoria, fantasia e
realtà, crudeltà e pietà, ironia e gioco confluiscono insieme
contrapponendosi e arrestandosi sotto una luce impietosa che scandaglia,
fendendo “le pareti”, le anse più segrete della nostra coscienza.
Paola Cocola

Grandi
festeggiamenti a Macine
di
Andrea Amadio e Alessia Venanzi
Compie cento anni l’attuale chiesa di Macine. Intitolata a San
Nicolò, era stata per molto tempo proprietà della famiglia Piccini fino
a che, negli ultimi decenni dell’Ottocento, ormai ridotta in pessimo
stato, passò alla famiglia Colini di Castelplanio. Nel 1896 i nuovi
proprietari ne fecero iniziare la ricostruzione che venne ultimata nel
1904.
In altri casi, come in questo,
quando si parla di vecchie chiese restaurate, la tradizione vuole che si
sia verificato un evento prodigioso: nel 1890 venne ritrovata sottoterra
la statua della Madonna della Rosa, rovinata in parte da un aratro o da un
arnese di scavo. I restauratori, stupefatti dall’inaspettato
ritrovamento, cercarono di far luce sulla storia di quest’immagine. Essa
è in ceramica e il primo restauro fu eseguito utilizzando cartapesta e
gesso .
Non abbiamo l’assoluta
certezza che la statua fosse venerata nell’antica chiesa di San Nicolò
ma è comunque molto probabile. Da recenti studi fatti su di essa, si è
potuto fornire una datazione precisa: i primi anni del Settecento.
Grande è stata nel XX secolo
la devozione alla Madonna della Rosa da parte dell’intera popolazione di
Macine; in particolare, alcune donne del paese hanno donato alla statua
preziosi monili come orecchini e collane. Purtroppo nel corso del tempo,
come spesso capita, la statua è stata oggetto di ripetuti furti e, quando
la chiesa venne ampliata e successivamente (1971) risistemata, essa venne
collocata all’interno di una nicchia sopra l’altare.
Quest’anno, in occasione del
centenario della ristrutturazione della chiesa, la parrocchia di Santa
Maria del Cammino ha organizzato una settimana vocazionale densa di
incontri e attività parrocchiali, che va dal 26 settembre al 3 ottobre,
intitolata “…Dammi di quest’acqua viva” e animata dalle suore Pie
Discepole del Divin Maestro della Famiglia Paolina.
I festeggiamenti iniziano
sabato 25 settembre con l’ordinazione diaconale di Gianfranco Ceci
presieduta dal Vescovo Mons. Oscar Serfilippi.
Gianfranco è stato per i
ragazzi sia un punto di riferimento nell’organizzazione di Grest,
Campeggi e altre attività sia una guida spirituale. Dopo un lungo cammino
di formazione in seminario, è stato da poco affiancato al parroco di Moie
a servizio dell’intera comunità. Questa ordinazione rappresenta per lui
un obiettivo finalmente raggiunto dopo un intenso periodo di studi, ma
anche un punto di partenza verso il sacerdozio.

Fiaccolate
e girotondi
Sembra al tramonto la stagione dei girotondi, salvo a riprendere in
previsione di qualche forte “spallata” al governo. Espressione di
libertà che nessuno contesta, molto di moda poco più di due anni fa.
Furono facili profeti quanti dissero che oltre il girotondo non c’era
che vuoto o non molto di più. Spenti anche i sorrisetti ironici che
accompagnavano queste affermazioni. Dimenticati e dimenticate insieme a
quella stagione e forse anche ai suoi protagonisti. Ci si dimentica troppo
spesso anche di quello che si è fatto il giorno prima.
Le fiaccolate invece si sono
fatte sempre. Hanno conosciuto però in tempi recenti un notevole
incremento. Una volta si facevano nelle processioni in notturna o in
occasione di qualche pellegrinaggio ai santuari. Adesso fare una
fiaccolata è quasi d’obbligo. La si fa per Denise Pipitone rapita nei
pressi della sua casa, per i bambini uccisi a Beslan in Ossezia, per
Simona Torretta e Simona Pari rapite in Iraq, per protestare contro
l’Api di Falconara dopo l‘ultimo mortale incidente: un elenco di tutte
le occasioni per una fiaccolata occuperebbe più di un pagina intera.
Quelle più partecipate sono quelle per invocare la pace: fiaccolate
unitarie, divise però nelle parole dei vari esponenti che l’hanno
proposte ed organizzate, parole che a volte bruciano più delle fiaccole.
Fare una fiaccolata insomma
sembra essere più bello di un girotondo. Stare insieme con un lume in
mano aggrega di più, ti fa sentire più vicino all’altro, la fiammella
suggerisce al cuore e allo spirito qualcosa di nuovo, di più tenero, di
più sentito. La motivazione per la fiaccolata è così meno gridata, più
intima, più convinta. Un segno, come quello di una fiammella che si usa
mettere in qualche circostanza sulle finestre, con un suo linguaggio
suadente, partecipativo, ricco di significati.
Parla insomma di un comune
sentire, di un comune anelito di speranza, di un desiderio condiviso. La
fiaccolata è un linguaggio silenzioso, eloquente più di tante parole:
quando arrivano queste, a volte rovinano perché rompono o svelano quello
che sembrava unito ed unitario, e non lo era.
Sorge allora spontanea una
domanda: "Le fiaccolate riescono a raggiungere lo scopo
prefissato?". Se con una o più fiaccolate si riuscisse a riportare
la pace in Iraq o a casa le persone rapite, ogni sera se ne farebbe una
finché tutti problemi del mondo non siano stati risolti. Troppo facile.
In concreto le fiaccolate servono a ben poco. Sono utili soltanto a quanti
vi partecipano come occasione di riflessione, di partecipazione al
problema, di esternazione del proprio pensiero, di far sentire la propria
voce, la propria richiesta, di manifestare solidarietà. La fiaccolata
insomma, più del girotondo, pur nella sua momentanea inefficacia esprime
qualcosa di più profondo, di più convinto; si inserisce in quel
linguaggio dei segni più coinvolgente, più autentico forse, più
genuino.
Alla coralità delle fiaccolate
dovrebbero corrispondere l'unanimità e l'altrettanta coralità delle
parole indivise e delle scelte. Il bruciare
delle fiammelle dovrebbe significare il bruciare interiore di pensieri
forti e di volontà decise, insieme
alla manifestazione di coraggio di compromettersi. Le fiaccolate devono
trasformarsi in un "grido silenzioso" e le richieste che le
accompagnano, luminose come la verità delle fiammelle, in autentiche
novità rigeneratrici come può esserlo un fuoco che riscalda e trasforma.
Servono a ben poco le
fiaccolate se sono elementi di solo folclore popolare e se vengono fatte
solo come risposta
all'emozione momentanea. Accontentano la cronaca, la televisione e quanti
vi partecipano. Come i girotondi anche le fiaccolate possono nascondere il
vuoto.
Riccardo Ceccarelli

Serata
“Tremenda”
Quella di martedì 14 settembre – in piazza della Repubblica -
è stata una serata davvero “Tremenda”. Ad organizzarla e a
promuoverla, insieme al Comune di Jesi e ad altri Comuni della Vallesina,
la sede jesina della Fondazione Exodus di don Antonio Mazzi.
L’appuntamento, ormai tradizionale, prende spunto dall’agenda-diario
“Tremenda … voglia di vivere” che – ormai da qualche anno –
don Mazzi realizza pensando ai ragazzi e al fatto che l’agenda
non ricorda solo appuntamenti o compiti ma riceve confidenze e fissa
emozioni. Purtroppo
assente alla serata don Mazzi, a causa di una improvvisa indisposizione.
Tema di “Serata
Tremenda”: la pace, intesa come impegno individuale, esigente e non
delegabile. Anche perché all’interno della manifestazione si è dato
un ampio spazio ai testimoni della Carovana della Pace, promossa dalla
Famiglia Missionaria Comboniana che ha fatto tappa a Jesi proprio in
quel giorno e nel giorno successivo.
Anche i bambini sono stati
coinvolti sulla tematica della pace: si è giocato e ballato senza per
questo rinunciare a rivolgere un pensiero ai bambini di Beslam. Il
lancio dei palloncini verso il cielo è stato uno dei momenti più
emozionanti della serata: tutti in piedi e in silenzio per guardare in
alto, elevare una preghiera.
Dopo cena, la piazza si è di
nuovo riempita per la rappresentazione teatrale dei ragazzi della
Comunità Exodus di Jesi “Sulle tracce”, molto applaudita e
apprezzata dal pubblico presente.
A far da cornice alla
manifestazione gli immancabili writers
con le loro opere, due gruppi musicali della Scuola musicale
“Pergolesi” e una mostra fotografica di volti di ragazzi del
Madagascar, dove la Fondazione Exodus è impegnata ormai da qualche anno
per aiutare gli adolescenti in difficoltà.
Il bilancio è stato positivo
e l’appuntamento si rinnoverà il prossimo anno.

Dopo
la svolta dell’Alitalia
I
prezzi non si fermano per decreto
Attenti
alle ragioni profonde che incrementano le categorie meno abbienti
Dopo anni travagliati da tanti scioperi, l’Alitalia ha bruciato
tutti gli scetticismi e ha concluso un’intesa che permette, già dal
prossimo anno, un recupero di quasi tutte le perdite.
Trattasi di un accordo sindacale che segna una svolta, attesa da
tempo, nel metodo e nei contenuti. L’intesa è stata raggiunta
nonostante i 3.700 esuberi riconosciuti e nonostante che con lo stesso
stipendio, a varie categorie si chiede un incremento delle ore di lavoro.
E’ prevalso il realismo a tutti i livelli. Un realismo che produce
incertezze per alcuni, maggiore lavoro per altri,
sacrifici per tutti.
Sarà la via obbligata che
datori di lavoro e sindacati dovranno imboccare per risolvere i futuri
contratti o controversie. L’obbligo viene dal dover frenare il calo
della produzione, il decremento delle esportazioni (anche se le Marche si
difendono molto bene), la
soffocante concorrenza dell’Europa orientale e di tutta l’Asia. Del
resto l’esempio dell’Alitalia non fa altro che seguire quello della
Germania, della Francia ecc. O si mangia questa amara minestra o saltano le nostre
industrie, le nostre imprese.
*
* *
Lo stesso aumento dei prezzi, a volte del
tutto indiscriminato anche dei generi di prima necessità,
è solo la punta dell’iceberg di una grave anomalia che la nostra
attività produttiva e commerciale sta attraversando.
Il pane, in due anni, è aumentato del 20-30 per cento. La frutta
arriva al consumatore con un aumento
del 400 per cento, rispetto al prezzo di acquisto dal produttore.
Proprio in questi giorni il
governo si è reso interprete di questo disagio dei cittadini di fronte al
vagare incontrollato dei prezzi, ottenendo da alcuni supermercati e da
grandi marchi, soprattutto del settore alimentare, il blocco dei prezzi
fino alla fine di dicembre. C’è chi plaude e c’è chi, come il
presidente della Confcommercio, dichiara l’iniziativa un semplice
palliativo, un pronto soccorso che lenisce il male per qualche momento, ma
non risolve il problema alla radice.
*
*
E’ che da parte delle forze
governative, per troppo tempo, si è voluto nascondere ilproblema dietro
la responsabilità dell’introduzione dell’euro, senza tentare di
intervenire nelle cause vere che sono di carattere economico,
produttivo, distributivo, speculativo. Ed oggi tentare un accordo del
blocco dei prezzi, esprime la confessione di una realtà che si è
voluta ignorare per troppo tempo e, insieme, la debolezza del mezzo. Un
mezzo che richiama quello di una ventina di anni fa quando, di fronte ai
prezzi che salivano, il governo di allora suggerì di denunciare il
sopruso telefonando al prefetto o al governo!
Se poi pensiamo che il blocco dei prezzi per tre mesi copre
soltanto il 10 per cento dei prodotti, non c’è chi non veda la leggerezza
della manovra. Che però è meglio di niente.
Vittorio Massaccesi
vitt.mass@libero.it

La
svolta nella Trattori Fiat
Quella che noi a Jesi conosciamo come la Trattori Fiat è
uno dei 41 stabilimenti della
Cnh, una società del gruppo Fiat presente in tutte le parti del mondo e
specializzata per la produzione di trattori di diversi tipi e di macchine
varie per movimento terra. Lo stabilimento di Jesi, fa sapere il
presidente Paolo Monferino, ha quasi concluso, in questi ultimi anni, la
sua ristrutturazione e punta ormai ad un
aumento del 10 per cento della sua produzione. Forte di
950 dipendenti, dopo il rischio di crisi e di trasferimento di
alcuni settori di lavorazione, in realtà è diventato un punto di
produzione fondamentale nell’anello mondiale della multinazionale. E’
un centro di eccellenza rafforzato
e ammodernato dopo la soppressione da parte del Gruppo di ben 20 centri.
A Jesi è andata bene, anzi
molto bene, se lo stesso “Corriere della Sera” dà la notizia di
sviluppo e ammodernamento della nostra industria di trattori con evidenza
che vuol sottolineare un progresso tecnico, produttivo e commerciale di
rilevante interesse. Si pensi che oggi il gruppo pone sul mercato mondiale
un trattore su quattro e una mietitrebbia su tre.

Sotto
le stelle di Rosora
Rosora
ricorda un suo illustre concittadino, l’astronomo Bruno Caccin. Sabato 2
ottobre, a Palazzo Luminari, si svolgerà la serata astronomica “Sotto
le stelle di Rosora”. All’evento, patrocinato dal Comune del piccolo
paesino della Vallesina, interverranno giovani allievi di Bruno Caccin, la
moglie, Anna Maria Sambuco, Stefano Sassaroli, docente di filosofia e
storia al liceo classico di Jesi. Ad omaggiare il fisico a cui è dedicato
l’asteroide 39335, anche Franco Foresta Martin, redattore scientifico e
ambientale del Corriere della Sera.
La
serata, che si aprirà alle 18, si concluderà con le osservazioni del
cielo di Rosora durante le quali verranno offerte dolci e bevande. Caccin,
scomparso lo scorso 19 giugno, nella sua lunga attività di ricerca, ha
anche introdotto gli studi astrofisici nel corso di laurea in fisica
dell’Università di Napoli Federico II.
(l.r.)

La
torta della fiera
Con
le sue misure spropositate (prima foto), la “Torta della Fiera”
è stata l’attrazione della serata jesina di domenica 19 settembre.
Lunga dieci metri, larga un metro e mezzo, con un peso di tre quintali,
l’armonico ammasso di panna pensato dall’amministrazione comunale per
i suoi cittadini, ha occupato i pensieri e ispirato i gesti dei presenti
in piazza della Repubblica per tutta la sera, o almeno dalle 10.30 in poi,
da quando cioè il sindaco Fabiano Belcecchi (seconda foto) e i
suoi aiutanti pasticceri hanno cominciato a distribuire laute porzioni di
torta e spumante agli avidi jesini. A nulla sono valse le transenne la cui
presenza mirava ad un minimo di ordine; la folla, decisa a non rispettare
le file, si affaticava per trovare scorciatoie, vie più o meno ortodosse
pur di conquistarsi quel pezzo di torta carico di memoria storica. Braccia
e mani protese verso i tendoni bianchi della festa, voci di protesta o
soddisfazione che si rincorrevano tra la gente che gremiva la Piazza; chi,
eroico,usciva dalla mischia con in mano il tanto anelato piatto e il
bicchiere di spumante ricevuto direttamente dalle autorevoli mani del
sindaco, doveva subire le domande incalzanti di quelli tristemente rimasti
a digiuno: “Ma come hai fatto? Come ci sei riuscito?”. Molti i
rinunciatari nonostante la sempre eterna attrazione delle parole degustazione
gratuita.
Lucia Romiti

