Anno LII - N°28
Domenica 26 settembre 2004

Sommario

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La grande festa per la Porta del Giubileo

 
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Jesi, città di pace e comunità di pace

 

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La mostra di Valeriano Trubbiani

 

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Grandi festeggiamenti a Macine

 

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Fiaccolate e girotondi

 

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Serata Tremenda

 

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Dopo la svolta dell'Alitalia

 

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La svolta dei Trattori Fiat

 

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Sotto le stelle di Rosora

 

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La torta della fiera

 

 

Voce della Vallesina

Settimanale di informazione


 

Una giornata memorabile nella storia della nostra diocesi

 

La grande festa per la Porta del Giubileo

 

       Hanno detto che è durato fino a verso le due di notte il “pellegrinaggio” degli jesini davanti alla nuova Porta di bronzo inaugurata poche ore prima, la sera di domenica 19 settembre. Chi scrive, capitando  ”per caso” da quelle parti, è rimasto fino alla mezzanotte a fornire spiegazioni ai “pellegrini”.

       Venivano ad ondate successive, quasi un passaparola, provenienti da piazza della Repubblica dove si era svolta la maxifesta, con torta da Guinness, per i 700 anni delle fiere. Mi son divertito a scrutare le loro reazioni una volta giunti “davanti”: lì per lì uno stupito silenzio, quasi abbagliati dallo splendore  della Porta. Poi le  esclamazioni varie, ma col comune denominatore “bellezza”: “Ma è bellissima…che meraviglia…quanto è bella…”.

Sprecata per Jesi?

 

       Terza fase, le domande: ma chi è l’autore, dove abita, che vuol dire quella e quell’altra formella, il tale o tal’altro personaggio raffigurato. Alla fine il saluto, spesso con l’aggiunta dei complimenti alla diocesi e al vescovo per aver donato alla città un’opera simile. Qualcuno ha detto “Ce volea proprio!”. Ma  il compiacimento più gustoso e “jesino” è stato quello di uno che  ha esclamato “E’ spregada pe’ Jèsi!”.

       Tornando a casa, mi son chiesto: che valore hanno i giudizi estetici del “popolo”, le cui valutazioni nel campo dell’arte (una canzonetta  potrebbe “piacere” più d’una sinfonia…) non possono sempre considerarsi affidabili? Domanda cui è difficile rispondere, e che passo agli esperti.

       Rimandiamo comunque ad un apposito convegno (magari unito alla esposizione delle opere di Annibali) che si terrà fra qualche mese in occasione della presentazione del “libro” su questa Porta, quando saranno pronte le foto e i testi critici.

 

Anelito di amore

 

       Posso dire per ora soltanto questo: se scopo dell’”arte cristiana” è quello di proclamare le grandi opere di Dio per noi attraverso lo splendore delle forme dell’arte, ebbene qui questo obiettivo pare raggiunto. Specialmente nella bellezza delle venti formelle dei  “misteri” della vita di Cristo, intrecciati con quelli di Maria, la gente ha percepito quasi istintivamente un riflesso della luce e dell’amore di Dio per noi.

       E se questa porta riuscirà a far sprizzare un anelito di amore al Signore, oggi e, ce lo auguriamo, nei secoli futuri (sperando che non ci sia un qualche Napoleone futuro che ne prenda il bronzo per ricavarne cannoni…),  lo scopo di tanta impresa è stato raggiunto. In questo senso piace aver visto qualcuno che, andandosene, ha fatto un segno di croce e un accenno di genuflessione.

       Così che anche con questa porta, forse, l’artista ha risposto ad un grave interrogativo di don Chenis (segretario della Commissione dei beni culturali della Chiesa), relatore brillante ed essenziale della serata: perché la gente prega spesso meglio di fronte a immagini “sacre” ma brutte, e rimane indifferente al cospetto di quelle “artistiche”?

       Prima di lui aveva pronunciato un breve saluto il Vescovo, come naturale “padrone di casa”. P.Oscar ha richiamato il valore di  “segno di Cristo, unico salvatore” che proviene da questa Porta, quale frutto del Grande Giubileo del 2000. E’ poi seguito l’intervento dello scultore, l’emozionatissimo Paolo Annibali  il quale, dopo i dovuti ringraziamenti a committenti e collaboratori, ha ribadito che questa porta per lui ha costituito un grande cammino di maturazione non solo artistica, ma soprattutto spirituale .

La celebrazione

 

       La celebrazione liturgica era cominciata puntualmente alle 18, con una  processione del Vescovo, in abiti solenni, accompagnato da tanti preti, dall’episcopio al sagrato della chiesa. Dopo il saluto iniziale, due bambinette hanno tirato le corde per far cadere la tenda che ricopriva  l’opera. Subito si è levato un applauso dalla marea di persone  (qualcuno ha parlato di 5-6mila), entrate poi festanti all’interno della chiesa. Rai Tre ha ripreso la scena, trasmettendo poi il giorno dopo. Dei tre brevi interventi iniziali s’è già detto.

       Una parola ora sull’Oratorio  “La porta del Giubileo”, composto, musicato e diretto da don Roberto Vigo. Esso ha occupato  un’ora buona delle due dell’intera celebrazione. Iniziato quando ancora in chiesa e fuori c’era un po’ dell’inevitabile brusìo di ogni folla, e considerando la non sempre “orecchiabilità” delle musiche,  l’Oratorio ha vissuto un crescendo insperato di partecipazione  attenta ed emotiva.

 

Musica trascinante

 

        Specie nella seconda parte, proprio quando la stanchezza può fare brutti scherzi a coristi  pubblico: oltre agli applausi  per il “75°” Vescovo di Jesi, nonché allo “storico” don Urieli, la gente è stata quasi trascinata da una musica di grande intensità e bellezza, culmimata nell’Osanna finale, che rendeva musicalmente  la gloria di angeli posta il capo alla nostra Porta. Non crediamo di esagerare dicendo che don  Vigo stavolta si è superato, a dispetto degli ottant’anni nei quali entra proprio la vigilia di questo  san Settimio.

       Se non fosse retorico, diciamo che questa giornata può considerarsi memorabile nella storia della nostra  diocesi, quale auspicio di continuità attorno alla figura di un Pastore. E, se non fosse banale, aggiungiamo che una città come Jesi ha bisogno di un Vescovo almeno come di un sindaco: spesso il primo rappresenta un punto di riferimento più del secondo, anche di fronte al mondo laico…Per tutti, comunque, p.Oscar ha fatto incidere sul bronzo delle maniglie interne  della Porta questa scritta: “Apriamo la porta della speranza per donare Cristo al mondo”.

d.v.m.

 

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Jesi, città di pace a comunità di pace

 

     Il 14 settembre ha fatto tappa a Jesi la Carovana della Pace promossa dalla Famiglia Missionaria Comboniana ed è stata per molti occasione di conoscenza, scambio, crescita umana e spirituale. Accolti nei locali della Caritas Diocesana, i tredici carovanieri hanno pranzato con il Vescovo Padre Oscar Serfilippi. Nel pomeriggio, in piazza della Repubblica, insieme alla “tremenda” voglia di vivere dei ragazzi della Comunità Exodus, si sono intrecciati i volti e le voci di Nsima Udo Umoren (consigliere provinciale aggiunto), Djibril Sow (Comunità Senegalese), Armand Nuraj (Comunità Albanese), Fateh Jameleddine (Osservatorio Migranti), che hanno descritto la condizione di immigrato in Italia ed in Vallesina, sottolineandone luci ed ombre. La rappresentazione teatrale “Sulle Tracce” ha concluso la serata, con un invito a vivere la vita in pienezza.

       Il 15 mattina la Carovana si è sparpagliata per incontrare alcune classi delle scuole superiori e discutere delle disuguaglianze nord-sud, della guerra, dei diritti umani. Nel pomeriggio, i Carovanieri hanno visitato alcuni dei segni di speranza presenti in Vallesina tra cui la comunità Oikos e la casa-famiglia Papa Giovanni XXIII da poco sorta a Castelbellino. Dopo un momento di preghiera nella chiesa di San Massimiliano Kolbe e la cena, la serata, condotta dal presidente della Consulta per la Pace, Marco Oggioni, è proseguita nella palestra Carbonari alla presenza di circa duecento persone di fronte alle quali si sono alternati i testimoni locali tra cui Fabio Ragaini del Gruppo di Solidarietà di Moie e don Aldo Buonaiuto, dell’associazione “Papa Giovanni XXIII”, e della Carovana.

       Valdeci Antônio Ferreira, laico comboniano e direttore di un carcere in Brasile, ha raccontato la triste condizione di sovraffollamento delle carceri. Infine i Carovanieri hanno “unto” i presenti con l’olio d’oliva di Limone sul Garda, paese natale di San Daniele Comboni da cui la Carovana è partita, richiamando il significato biblico dell’unzione come “missione”, invio a costruire una “Vita piena per tutti”, o, se volete, il Regno sognato da Dio.

                                                                                                                       Maria Anderlucci

 

 

 

La mostra di Valeriano Trubbiani

 

Fluida e “incontenibile” come il mare nelle sue sculture e nei suoi disegni, la complessa personalità umana e artistica di Valeriano Trubbiani, scultore, scrittore e disegnatore contemporaneo; nonché la grande portata culturale, sociale e storica della sua opera, sono state largamente “scolpite” nei discorsi di apertura della mostra inaugurata sabato 18 settembre dalle diverse autorità intervenute nei suggestivi luoghi del Palazzo della Signoria, sullo sfondo di un’ampia e sentita partecipazione di pubblico.

       La rappresentazione, intitolata “ Il mare scolpito”, e promossa dal Comune di Jesi in collaborazione con Regione Marche, Provincia di Ancona, Leggere il ‘900 e l’agenzia Noicultura, si inserisce nel progetto più ampio, “Il Novecento e oltre”, finalizzato ad allargare la conoscenza di artisti marchigiani storicizzati e dei nuovi talenti. E’ una collocazione adeguata “in quanto Valeriano Trebbiani - sostiene l’assessore alla cultura della Provincia Massimo Pacetti - è un artista emblematico del novecento, di cui ha saputo cogliere l’aggressività delle macchine e la crudeltà delle tecnologie.”  

       “Il mare scolpito - conferma  il sindaco Fabiano Belcecchi - costituisce un evento di grande caratura culturale e sociale per la nostra città poiché ne esalta la vivacità e la ricchezza culturale e apre un dibattito stimolante per la crescita cittadina e artistica”. Affermazione raccolta e rafforzata dal curatore scientifico del progetto Armando Ginesi che ha evidenziato la funzione prioritaria della cultura “che crea e consolida i cervelli per farne dei cittadini di qualità”.

       Aperta al pubblico fino al 31 ottobre, la mostra è articolata in quattro sezioni incastonate tra i pilastri della Salara in una sorta di “scansione filmata” dedicata dallo scultore al regista Federico Fellini, insieme ad  un’altra sezione laterale con bozzetti, disegni e documenti inediti, in ricordo della sua collaborazione alla realizzazione del film “E la nave va...” del 1981.

       L’essenza della mostra si dipana in circa sessanta opere tra sculture e disegni degli ultimi venticinque anni della sua attività artistica. Esse sono dedicate al tema del mare e dell’acqua e così titolate: “blocco/tassello d’acqua” nel quale, spiega il critico Carlo Fabrizio Carli, Trubbiani immagina che si possa tagliare, infrangere una realtà creando code, teste, ecc. di animali che emergono dal blocco; “il gorgo” che introduce in una dimensione che esplora la psicologia dell’inconscio, che illustra esempi letterali; “i bambini e il mare” introduce la figura umana attraverso i bambini avvolti in crudeli fasciature o ispirati ad una versione classicheggiante; “gli animali e l’acqua” sciorinano una rappresentazione vorticosa di animali, da quelli esotici a quelli domestici o appartenenti alla vita contadina.

       I disegni sono coloratissimi, tipici, sostiene Carli, di uno scultore che possiede la tecnica del “procedere per via del levare” e che poi interviene con degli acidi ottenendo degli effetti di grande interesse.

       “Suscitare sentimenti di grande consolazione” è quanto l’autore si auspica di provocare nell’animo dello spettatore attraverso la diffusione delle sue opere che “raccontano” il male, la crudeltà, i condizionamenti epocali ed ambientali mescolati ad una vena giocosa, ironica e leggera, a volte di pietà, in un diorama dalle grandi suggestioni che arresta l’immagine emergente di crudeltà sempre un istante prima che si compia.

       Nella scultura di Trubbiani, da lui stesso definita “un sogno soffice che si racconta con materiali duri”, c’è una sorta di sospensione, una dimensione esotica e un clima di visionarietà che, spiega Carli, fa di questo artista un “favoloso favolista”. Le sue ideazioni hanno infatti, continua Carli, una caratteristica propria di un immaginario pacato che allontana il surrealismo di Trubbiani dalle linee del surrealismo puro, calandolo in una dimensione di libertà dell’associazione metamorfica, dell’assemblaggio dei temi, aspetto questo innovativo nel panorama della plastica sculturale che non è più un elemento unitario, ma si intreccia con altri.

       La scultura di Trubbiani si connota di questa tendenza a “frangere l’opera”; è immersa in una dimensione a metà “tra la surrealtà e la fantascienza”; è puntigliosamente “lucida, precisa e determinata”: le navi che avanzano lentamente sull’acqua come autentiche città fortificate sono curatissime nei dettagli (i cannoncini, le funi, gli oblò vetrati, le teste dei chiodi, ecc.); si “nutre” di una fauna sorprendente di rinoceronti e di ratti, di ippopotami e di pipistrelli, di coccodrilli, balene e squali; e ancora papere, anatre, maiali, ecc.

       “Adopera” una “gremita attrezzeria di oggetti e presenze vegetali” ed è carica di riferimenti letterari, di fantascienza che il procedere della scienza ha reso pittoresche: Verne, il Titanic, Moby Dick, ecc.

       Storia e memoria, fantasia e realtà, crudeltà e pietà, ironia e gioco confluiscono insieme contrapponendosi e arrestandosi sotto una luce impietosa che scandaglia, fendendo “le pareti”, le anse più segrete della nostra coscienza.

                                                                                                                                                  Paola Cocola

 

 

 

Grandi festeggiamenti a Macine

 

 di  Andrea Amadio e Alessia Venanzi

 

       Compie cento anni l’attuale chiesa di Macine. Intitolata a San Nicolò, era stata per molto tempo proprietà della famiglia Piccini fino a che, negli ultimi decenni dell’Ottocento, ormai ridotta in pessimo stato, passò alla famiglia Colini di Castelplanio. Nel 1896 i nuovi proprietari ne fecero iniziare la ricostruzione che venne ultimata nel 1904.

       In altri casi, come in questo, quando si parla di vecchie chiese restaurate, la tradizione vuole che si sia verificato un evento prodigioso: nel 1890 venne ritrovata sottoterra la statua della Madonna della Rosa, rovinata in parte da un aratro o da un arnese di scavo. I restauratori, stupefatti dall’inaspettato ritrovamento, cercarono di far luce sulla storia di quest’immagine. Essa è in ceramica e il primo restauro fu eseguito utilizzando cartapesta e gesso .

       Non abbiamo l’assoluta certezza che la statua fosse venerata nell’antica chiesa di San Nicolò ma è comunque molto probabile. Da recenti studi fatti su di essa, si è potuto fornire una datazione precisa: i primi anni del Settecento.

       Grande è stata nel XX secolo la devozione alla Madonna della Rosa da parte dell’intera popolazione di Macine; in particolare, alcune donne del paese hanno donato alla statua preziosi monili come orecchini e collane. Purtroppo nel corso del tempo, come spesso capita, la statua è stata oggetto di ripetuti furti e, quando la chiesa venne ampliata e successivamente (1971) risistemata, essa venne collocata all’interno di una nicchia sopra l’altare.

       Quest’anno, in occasione del centenario della ristrutturazione della chiesa, la parrocchia di Santa Maria del Cammino ha organizzato una settimana vocazionale densa di incontri e attività parrocchiali, che va dal 26 settembre al 3 ottobre, intitolata “…Dammi di quest’acqua viva” e animata dalle suore Pie Discepole del Divin Maestro della Famiglia Paolina.

       I festeggiamenti iniziano sabato 25 settembre con l’ordinazione diaconale di Gianfranco Ceci presieduta dal Vescovo Mons. Oscar Serfilippi.

       Gianfranco è stato per i ragazzi sia un punto di riferimento nell’organizzazione di Grest, Campeggi e altre attività sia una guida spirituale. Dopo un lungo cammino di formazione in seminario, è stato da poco affiancato al parroco di Moie a servizio dell’intera comunità. Questa ordinazione rappresenta per lui un obiettivo finalmente raggiunto dopo un intenso periodo di studi, ma anche un punto di partenza verso il sacerdozio.

 

 

 

Fiaccolate e girotondi

 

       Sembra al tramonto la stagione dei girotondi, salvo a riprendere in previsione di qualche forte “spallata” al governo. Espressione di libertà che nessuno contesta, molto di moda poco più di due anni fa. Furono facili profeti quanti dissero che oltre il girotondo non c’era che vuoto o non molto di più. Spenti anche i sorrisetti ironici che accompagnavano queste affermazioni. Dimenticati e dimenticate insieme a quella stagione e forse anche ai suoi protagonisti. Ci si dimentica troppo spesso anche di quello che si è fatto il giorno prima.

       Le fiaccolate invece si sono fatte sempre. Hanno conosciuto però in tempi recenti un notevole incremento. Una volta si facevano nelle processioni in notturna o in occasione di qualche pellegrinaggio ai santuari. Adesso fare una fiaccolata è quasi d’obbligo. La si fa per Denise Pipitone rapita nei pressi della sua casa, per i bambini uccisi a Beslan in Ossezia, per Simona Torretta e Simona Pari rapite in Iraq, per protestare contro l’Api di Falconara dopo l‘ultimo mortale incidente: un elenco di tutte le occasioni per una fiaccolata occuperebbe più di un pagina intera. Quelle più partecipate sono quelle per invocare la pace: fiaccolate unitarie, divise però nelle parole dei vari esponenti che l’hanno proposte ed organizzate, parole che a volte bruciano più delle fiaccole.

       Fare una fiaccolata insomma sembra essere più bello di un girotondo. Stare insieme con un lume in mano aggrega di più, ti fa sentire più vicino all’altro, la fiammella suggerisce al cuore e allo spirito qualcosa di nuovo, di più tenero, di più sentito. La motivazione per la fiaccolata è così meno gridata, più intima, più convinta. Un segno, come quello di una fiammella che si usa mettere in qualche circostanza sulle finestre, con un suo linguaggio suadente, partecipativo, ricco di significati.

       Parla insomma di un comune sentire, di un comune anelito di speranza, di un desiderio condiviso. La fiaccolata è un linguaggio silenzioso, eloquente più di tante parole: quando arrivano queste, a volte rovinano perché rompono o svelano quello che sembrava unito ed unitario, e non lo era.

       Sorge allora spontanea una domanda: "Le fiaccolate riescono a raggiungere lo scopo prefissato?". Se con una o più fiaccolate si riuscisse a riportare la pace in Iraq o a casa le persone rapite, ogni sera se ne farebbe una finché tutti problemi del mondo non siano stati risolti. Troppo facile. In concreto le fiaccolate servono a ben poco. Sono utili soltanto a quanti vi partecipano come occasione di riflessione, di partecipazione al problema, di esternazione del proprio pensiero, di far sentire la propria voce, la propria richiesta, di manifestare solidarietà. La fiaccolata insomma, più del girotondo, pur nella sua momentanea inefficacia esprime qualcosa di più profondo, di più convinto; si inserisce in quel linguaggio dei segni più coinvolgente, più autentico forse, più genuino.

        Alla coralità delle fiaccolate dovrebbero corrispondere l'unanimità e l'altrettanta coralità delle parole indivise e delle scelte. Il  bruciare delle fiammelle dovrebbe significare il bruciare interiore di pensieri forti e di volontà decise,  insieme alla manifestazione di coraggio di compromettersi. Le fiaccolate devono trasformarsi in un "grido silenzioso" e le richieste che le accompagnano, luminose come la verità delle fiammelle, in autentiche novità rigeneratrici come può esserlo un fuoco che riscalda e trasforma.

       Servono a ben poco le fiaccolate se sono elementi di solo folclore popolare e se vengono fatte solo come  risposta all'emozione momentanea. Accontentano la cronaca, la televisione e quanti vi partecipano. Come i girotondi anche le fiaccolate possono nascondere il vuoto.

                                                                                                                                              Riccardo Ceccarelli

 

 

Serata “Tremenda”

 

       Quella di martedì 14 settembre – in piazza della Repubblica - è stata una serata davvero “Tremenda”. Ad organizzarla e a promuoverla, insieme al Comune di Jesi e ad altri Comuni della Vallesina, la sede jesina della Fondazione Exodus di don Antonio Mazzi. L’appuntamento, ormai tradizionale, prende spunto dall’agenda-diario “Tremenda … voglia di vivere” che – ormai da qualche anno – don Mazzi realizza pensando ai ragazzi e al fatto che l’agenda non ricorda solo appuntamenti o compiti ma riceve confidenze e fissa emozioni.  Purtroppo assente alla serata don Mazzi, a causa di una improvvisa indisposizione.

       Tema di “Serata Tremenda”: la pace, intesa come impegno individuale, esigente e non delegabile. Anche perché all’interno della manifestazione si è dato un ampio spazio ai testimoni della Carovana della Pace, promossa dalla Famiglia Missionaria Comboniana che ha fatto tappa a Jesi proprio in quel giorno e nel giorno successivo.

       Anche i bambini sono stati coinvolti sulla tematica della pace: si è giocato e ballato senza per questo rinunciare a rivolgere un pensiero ai bambini di Beslam. Il lancio dei palloncini verso il cielo è stato uno dei momenti più emozionanti della serata: tutti in piedi e in silenzio per guardare in alto, elevare una preghiera.

       Dopo cena, la piazza si è di nuovo riempita per la rappresentazione teatrale dei ragazzi della Comunità Exodus di Jesi “Sulle tracce”, molto applaudita e apprezzata dal pubblico presente.

       A far da cornice alla manifestazione gli immancabili writers con le loro opere, due gruppi musicali della Scuola musicale “Pergolesi” e una mostra fotografica di volti di ragazzi del Madagascar, dove la Fondazione Exodus è impegnata ormai da qualche anno per aiutare gli adolescenti in difficoltà.

       Il bilancio è stato positivo e l’appuntamento si rinnoverà il prossimo anno.

                                                                                         

 

 

Dopo la svolta dell’Alitalia

 

I prezzi non si fermano per decreto

Attenti alle ragioni profonde che incrementano le categorie meno abbienti

 

       Dopo anni travagliati da tanti scioperi, l’Alitalia ha bruciato tutti gli scetticismi e ha concluso un’intesa che permette, già dal prossimo anno, un recupero di quasi tutte le perdite.  Trattasi di un accordo sindacale che segna una svolta, attesa da tempo, nel metodo e nei contenuti. L’intesa è stata raggiunta nonostante i 3.700 esuberi riconosciuti e nonostante che con lo stesso stipendio, a varie categorie si chiede un incremento delle ore di lavoro. E’ prevalso il realismo a tutti i livelli. Un realismo che produce incertezze per alcuni, maggiore lavoro per altri,  sacrifici per tutti.

       Sarà la via obbligata che datori di lavoro e sindacati dovranno imboccare per risolvere i futuri contratti o controversie. L’obbligo viene dal dover frenare il calo della produzione, il decremento delle esportazioni (anche se le Marche si difendono molto bene),  la soffocante concorrenza dell’Europa orientale e di tutta l’Asia. Del resto l’esempio dell’Alitalia non fa altro che seguire quello della Germania, della Francia ecc.  O si mangia questa amara minestra o saltano le nostre industrie, le nostre imprese.

 

* * *

       Lo stesso aumento dei prezzi, a volte del tutto indiscriminato anche dei generi di prima necessità,  è solo la punta dell’iceberg di una grave anomalia che la nostra attività produttiva e commerciale sta attraversando.   Il pane, in due anni, è aumentato del 20-30 per cento. La frutta  arriva al consumatore con un  aumento del 400 per cento, rispetto al prezzo di acquisto dal produttore.

       Proprio in questi giorni il governo si è reso interprete di questo disagio dei cittadini di fronte al vagare incontrollato dei prezzi, ottenendo da alcuni supermercati e da grandi marchi, soprattutto del settore alimentare, il blocco dei prezzi fino alla fine di dicembre. C’è chi plaude e c’è chi, come il presidente della Confcommercio, dichiara l’iniziativa un semplice palliativo, un pronto soccorso che lenisce il male per qualche momento, ma non risolve il problema alla radice.

 

* *

        E’ che da parte delle forze governative, per troppo tempo, si è voluto nascondere ilproblema dietro la responsabilità dell’introduzione dell’euro, senza tentare di intervenire nelle cause vere che sono di carattere economico, produttivo, distributivo, speculativo. Ed oggi tentare un accordo del blocco dei prezzi, esprime la confessione di una realtà che si è voluta ignorare per troppo tempo e, insieme, la debolezza del mezzo. Un mezzo che richiama quello di una ventina di anni fa quando, di fronte ai prezzi che salivano, il governo di allora suggerì di denunciare il sopruso telefonando al prefetto o al governo!  

      Se poi pensiamo che il blocco dei prezzi per tre mesi copre soltanto il 10 per cento dei prodotti, non c’è chi non veda la leggerezza della manovra. Che però è meglio di niente.

                                                                                                                                          Vittorio Massaccesi

                                                                                                                                             vitt.mass@libero.it

 

 

 

 

La svolta nella Trattori Fiat

 

       Quella che noi a Jesi conosciamo come la Trattori Fiat è uno dei 41 stabilimenti  della Cnh, una società del gruppo Fiat presente in tutte le parti del mondo e specializzata per la produzione di trattori di diversi tipi e di macchine varie per movimento terra. Lo stabilimento di Jesi, fa sapere il presidente Paolo Monferino, ha quasi concluso, in questi ultimi anni, la sua ristrutturazione e punta ormai ad un  aumento del 10 per cento della sua produzione. Forte di  950 dipendenti, dopo il rischio di crisi e di trasferimento di alcuni settori di lavorazione, in realtà è diventato un punto di produzione fondamentale nell’anello mondiale della multinazionale. E’ un centro di eccellenza  rafforzato e ammodernato dopo la soppressione da parte del Gruppo di ben 20 centri.

        A Jesi è andata bene, anzi molto bene, se lo stesso “Corriere della Sera” dà la notizia di sviluppo e ammodernamento della nostra industria di trattori con evidenza che vuol sottolineare un progresso tecnico, produttivo e commerciale di rilevante interesse. Si pensi che oggi il gruppo pone sul mercato mondiale un trattore su quattro e una mietitrebbia su tre.

 

 

 

Sotto le stelle di Rosora

 

 Rosora ricorda un suo illustre concittadino, l’astronomo Bruno Caccin. Sabato 2 ottobre, a Palazzo Luminari, si svolgerà la serata astronomica “Sotto le stelle di Rosora”. All’evento, patrocinato dal Comune del piccolo paesino della Vallesina, interverranno giovani allievi di Bruno Caccin, la moglie, Anna Maria Sambuco, Stefano Sassaroli, docente di filosofia e storia al liceo classico di Jesi. Ad omaggiare il fisico a cui è dedicato l’asteroide 39335, anche Franco Foresta Martin, redattore scientifico e ambientale del Corriere della Sera.

La serata, che si aprirà alle 18, si concluderà con le osservazioni del cielo di Rosora durante le quali verranno offerte dolci e bevande. Caccin, scomparso lo scorso 19 giugno, nella sua lunga attività di ricerca, ha anche introdotto gli studi astrofisici nel corso di laurea in fisica dell’Università di Napoli Federico II.  (l.r.)

 

 

 

La torta della fiera

 

Con le sue misure spropositate (prima foto), la “Torta della Fiera” è stata l’attrazione della serata jesina di domenica 19 settembre. Lunga dieci metri, larga un metro e mezzo, con un peso di tre quintali, l’armonico ammasso di panna pensato dall’amministrazione comunale per i suoi cittadini, ha occupato i pensieri e ispirato i gesti dei presenti in piazza della Repubblica per tutta la sera, o almeno dalle 10.30 in poi, da quando cioè il sindaco Fabiano Belcecchi (seconda foto) e i suoi aiutanti pasticceri hanno cominciato a distribuire laute porzioni di torta e spumante agli avidi jesini. A nulla sono valse le transenne la cui presenza mirava ad un minimo di ordine; la folla, decisa a non rispettare le file, si affaticava per trovare scorciatoie, vie più o meno ortodosse pur di conquistarsi quel pezzo di torta carico di memoria storica. Braccia e mani protese verso i tendoni bianchi della festa, voci di protesta o soddisfazione che si rincorrevano tra la gente che gremiva la Piazza; chi, eroico,usciva dalla mischia con in mano il tanto anelato piatto e il bicchiere di spumante ricevuto direttamente dalle autorevoli mani del sindaco, doveva subire le domande incalzanti di quelli tristemente rimasti a digiuno: “Ma come hai fatto? Come ci sei riuscito?”. Molti i rinunciatari nonostante la sempre eterna attrazione delle parole degustazione gratuita.

                                                                                                                                                                                 Lucia Romiti