Voce
della Vallesina
Settimanale di
informazione


Un
Gesù inedito
L’ultimo
libro di Tonino Lasconi vuole colpire la mente
e
il cuore dei ragazzi e aiutarli a scegliere
Centonovantasei pagine edite
dalle Paoline e pensate per il mondo giovanile. L’ultimo libro di Tonino
Lasconi, dal titolo “Gesù. Il grande rompi”, vuole colpire la mente e
il cuore dei ragazzi che nella confusione della loro età possono decidere
di scegliere Cristo come coordinata fondamentale di una quotidianità resa
difficile dalla crescita.
Con
la forza persuasiva ed entusiastica del credente, Lasconi, già noto per
altre pubblicazioni dedicate alla formazione dei giovani, parla di un Gesù
inedito, ribelle e trasgressivo rispetto alle leggi teoriche e pratiche
del tempo, coraggioso, imprevedibile, ora paziente e amorevole, ora
autorevole e deciso. Con uno stile fresco e immediato che si avvale di
metafore, esempi ed espressioni tratte dal gergo giovanile, l’autore
delinea una figura storica destinata a rompere gli schemi, a sovvertire i
luoghi comuni, a capire profondamente l’animo umano di chiunque si fermi
a guardare, e abilmente riesce a calare questo essere perfetto
nell’esistenza del lettore.
Così
l’Uomo dopo il cui passaggio nessuno può rimanere indifferente è vivo
ed opera oggi come allora; è esempio di amore, saggezza, moralità e
trasgressione positiva delle regole ingiuste. Le sue parabole, le sue
guarigioni, alcuni episodi della sua vita vengono raccontati da Lasconi
con una naturalezza e un pragmatismo che rende la figura di Cristo più
comprensibile agli occhi dei giovani e vicina alla loro esistenza
quotidiana fatta di dubbi, problemi e domande irrisolte.
Lucia Romiti

L’abbraccio
di San Marcello a don Alberto
L’intera
comunità in festa per l’arrivo del nuovo parroco
Nella chiesa parrocchiale una
lunga scritta color arancio appesa alla balconata del coro: “Benvenuto
don Alberto”. La comunità cristiana di San Marcello ha la sua nuova
guida spirituale.
Don
Alberto Balducci è stato accolto, sabato 2 ottobre, dal paese in festa,
con la banda di Belvedere Ostrense a sottolineare il suo arrivo, e una
chiesa gremita ad adunarsi attorno a lui. Adulti e bambini, ospitali a
guidare il nuovo venuto, pronti per lasciarsi poi guidare a loro volta. «Con
affetto reciproco faremo tanta strada insieme» ha detto don Alberto,
nelle prime parole rivolte alla sua gente, con sorriso discreto in viso.
Ma
non ha voluto non pensare anche a don Fernando (il parroco che con la sua
morte lo scorso 21 agosto ha scosso tutta la famiglia sammarcellese)
ricordando un episodio del passato, il tragitto in auto insieme verso San
Marcello e una scorciatoia indicata da lui per arrivare prima in paese. «Non
pensavo allora a un’eventuale successione» ha affermato don Alberto.
Ad
accompagnarlo nel passaggio alla nuova comunità monsignor Oscar
Serfilippi e don Savino Capogrossi, parroco di Monsano, colui che ha
ufficiato le funzioni nei giorni vacanti di pastore. «La parrocchia di
San Marcello è rimasta turbata dalla scomparsa di don Fernando – il
vescovo rivolto ai fedeli -. Ora possiamo però rallegrarci nel Signore
dell’arrivo di un giovane parroco. Con entusiasmo e coraggio si metterà
subito a conoscere la comunità. Darà prova giorno dopo giorno del suo
impegno e sarà contento della vostra partecipazione».
Insieme
a don Alberto, a sostenerlo nel passaggio, c’erano anche i parrocchiani
di Moie e Poggio San Marcello, dove fino al 22 settembre (giorno della
nomina) aveva rispettivamente le vesti di amministratore parrocchiale (a
Santa Maria) e vicario parrocchiale (a San Nicolò).
E
in un alternarsi di voci al microfono, nello sgranarsi della messa, tutte
le autorità di San Marcello hanno voluto fargli sentire il calore
dell’accoglienza, dal sindaco ai rappresentanti di Avis e Admo, Pro
Loco, Casa di Riposo, confraternita, istituto Pio Santi, ente Gregorini,
parrocchia…
Per
chiudere con un gioioso rinfresco nel sagrato della chiesa. Benvenuto don
Alberto.
Simona Santoni

“Federichino
2004”
Premiati
nel nome dell’eclettico Imperatore
Personaggi
della cultura, dell’economia, dello spettacolo, dello sport
____________________________________________
di Augusta Franco Cardinali
Il Premio ‘Federichino 2004’, consistente in un diploma e in una statuina
stilizzata in bronzo dell’Imperatore realizzata su bozzetto dello
scultore Carlo Vitelli, è stato assegnato anche quest’anno a personaggi che in campo nazionale e internazionale si sono
particolarmente distinti in ogni settore culturale, sociale, artistico e
possono quindi essere considerati degni eredi dell’eclettico Imperatore.
Ve li presentiamo.
Per la storia medievale: Franco
Cardini. Medievalista, saggista, scrittore, conferenziere, docente
universitario. E’ autore di importanti saggi su Federico II e il suo
tempo. Collabora attivamente alle Fondazioni federiciane di Jesi e di
Palermo.
Per il mecenatismo: Reinhold Würth. Illuminato industriale tedesco, tra i più grandi
del mondo, amante
dell’arte. Ha finanziato il restauro integrale della Cappella Palatina a
Palermo. E’ titolare di una Fondazione e di due musei che, con oltre
7500 opere d’arte, sono tra i più prestigiosi musei privati del suo
Paese.
Per la pittura:
Hans Kloss. Nato in Slesia, artista instancabile, di precoce
vocazione, docente universitario. E’ autore di un grandioso affresco
circolare situato nella sala capitolare del monastero di Lorch che
magistralmente illustra, in vividezza e ricchezza di immagini, tutte le
vicende della dinastia degli Staufen.
Per la scultura: Valeriano Trubbiani. Maceratese di nascita, anconetano d’adozione,
ha toccato i vertici più alti dell’arte non solo in senso immaginifico,
ma anche per l’applicazione di tecniche straordinarie. Pur nel senso di
un’armonia compositiva i suoi racconti scultorei denunciano la crudeltà
della sopraffazione, ma offrono anche un messaggio beneaugurante e
positivo.
Per la cultura dell’impresa:
Enrico Loccioni. Imprenditore della Vallesina, ha creato il Gruppo
di Imprese Loccioni, specializzato nella realizzazione di macchine per il
collaudo di elettrodomestici e di componenti d’auto. Con il progetto Bluzone
ha coinvolto impresa e scuola nella formazione di nuovi giovani manager.
Per la pubblica amministrazione e la storia:
Antonino Giuffrida.
Palermitano, già segretario generale dell’Assemblea regionale
siciliana, giornalista, docente universitario, prezioso collaboratore al
servizio del parlamento siciliano. E’ punto di riferimento nel mondo
culturale della sua isola.
Per la pittura, l’editoria e la scenografia:
Bruno Caruso.
Palermitano. Personaggio di notevole spessore non solo culturale, ma anche
sociale, si è a lungo e coraggiosamente battuto contro ogni forma di
sopraffazione. E’ autore di un gran numero di opere artistiche,
letterarie, storiche. Ha ricevuto la laurea honoris
causa dalla facoltà di lettere e filosofia dell’Università di
Palermo, la medaglia d’oro
come Benemerito della Cultura dal presidente della Repubblica, il Premio
Archimede dalla Regione Siciliana e numerosi altri non meno importanti
riconoscimenti.
Per la scherma: Giovanna
Trillini. Grinta e tecnica hanno segnato la grande carriera sportiva
della campionessa jesina. Va annoverata fra le atlete che hanno favorito
il decollo del Club Scherma di Jesi verso livelli straordinari. In pedana,
la Trillini dà sempre il massimo delle proprie possibilità e la sua
severa perseveranza agonistica ha sempre rappresentato e rappresenta
tuttora un punto di riferimento importantissimo per le vecchie e nuove
leve della scherma italiana.
Per il nuoto: Filippo
Magnini. Pesarese, campione europeo di nuoto e bronzo nella staffetta
4x200 s.l. nelle Olimpiadi di Atene. Inizia la sua carriera agonistica a
sedici anni, vincendo otto titoli italiani e, successivamente,
numerosissimi altri titoli nazionale e internazionali.
Per il cabaret: Gli
Onafifetti. Gli Onafifetti (Giovanni
Filosa, Piergiorgio Memè, Mario Sardella, Luca Pierpaoli) hanno regalato
a Jesi un originale genere di spettacolo che, con una spontanea ed
efficace vena di humour e un uso sapiente di musica e canto, ha portato in
oltre trenta anni di attività una fresca nota di anticonformismo, mai
compiacente, mai fuori dalle righe, in una bonaria rivisitazione di fatti
e personaggi. Hanno dedicato il loro riconoscimento a Carlo Javarone,
recentemente scomparso, anche lui fondatore del gruppo.
Per la lirica: Cesare
Catani, tenore. Nato ad Ascoli Piceno, diplomato in pianoforte e
canto, vincitore di diversi concorsi lirici, ha debuttato alla Scala sotto
la direzione del maestro Riccardo Muti. Specialista in ruoli verdiani, si
è esibito nei maggiori teatri del mondo e con i più importanti direttori
d’orchestra, facendosi apprezzare anche dalla critica per le belle
qualità vocali e per la naturale musicalità.
Per la musica: Riccardo Muti.
Pugliese, è vissuto in gioventù nelle vicinanze di Castel del Monte,
nella terra che fu più cara a Federico II. Direttore d’orchestra di
straordinario prestigio, per l’amore per la sua arte e per le Puglie,
come pure per l’ammirazione che nutre per Federico II, del quale sembra
aver ereditato il carisma, può ben considerarsi un novello ‘Puer
Apuliae’. E’ sommo interprete ed ambasciatore della musica
italiana nel mondo
Ha fatto seguito alla cerimonia di premiazione,
condotta dal presidente della Fondazione federiciana di Jesi, avv.
Vittorio Borgiani e presentata dalla
dott.ssa Rosanna Vaudetti, un intrattenimento a cui hanno partecipato gli
Onafifetti, il mezzosoprano Elisa Conti e il baritono Roberto Iachini
accompagnati al pianoforte dal maestro Giacomo Rocchetti, e il maestro
Renato Sellani, Federichino 2000 per la musica jazz.

In
prima mondiale
Il
volo sublime del falco
Un’opera
lirica dedicata a Federico II
La vita di Federico II potrebbe essere soggetto non solo di romanzi
e di film, ma anche di più di un’opera lirica. Nessuna tuttavia
potrebbe riuscire a mettere in piena luce la figura dell’Imperatore, a
spiegarne lo straordinario
carisma, a raccontarne compiutamente tutte le imprese.
Si è però cimentato in una
simile impresa Giuseppe Di Leva, autore di un libretto che racconta per
episodi essenziali, in chiave poetica
e onirica, la vita di Federico II: unico modo, questo, di conciliare verità
storica e drammaturgia. Da un simile testo, a cui non manca un effettivo
valore letterario, Marco Tutino ha tratto un melodramma di grandiose
proporzioni, mai rappresentato e
successivamente ridotto nell’opera lirica “Federico
II” che ha inaugurato la 37^ Stagione del Pergolesi: una prima
mondiale quale non si ripeteva nel nostro teatro dal lontano ’68 quando,
evento pure eccezionale, andò in scena “La
lettera scarlatta” di B. Boccosi.
Per “Federico
II” è stata scelta innanzi tutto una “sigla” ricorrente: il
falco, a significare non soltanto il desiderio di conquista
dell’Imperatore, ma anche lo slancio e l’anelito verso il cielo per
carpire da esso i segreti dell’infinito. Questo simbolo appare più
volte in immagini video proiettate sia nel contesto, sia ad introduzione e
conclusione del melodramma.. Sogno, magia, mistero compongono anche la
visione d’insieme, non priva pure di qualche traccia di un vago esotismo
orientaleggiante.
Procedendo nella narrazione, la
descrizione musicale assume però caratteri più densamente e
sinistramente drammatici. Avviene quando, dopo il suicidio del
figlio Enrico e di quello di Pier delle Vigne, Federico II viene assalito
da un presagio di morte, dal tormento del dubbio, dal sospetto del
tradimento, dall’angoscia del rimorso. Nella lunga sequenza finale
appare di nuovo il falco, a cui Federico II è assimilato.
Molto quindi musica e parole
hanno raccontato, ma non sempre appropriatamente. Va subito rilevato che il primo atto è eccessivamente lungo,
addirittura di un’ora e quaranta. A fronte di una storia complessa e
succintamente narrata, quindi non facile da recepire,
la resistenza dello spettatore
è messa a dura prova. Migliore effetto probabilmente si sarebbe
potuto ottenere se fosse stato isolato almeno l’episodio in cui è
descritta la ribellione e la morte di Enrico. E’ da questo, del resto,
che si presume abbia avuto inizio la crisi spirituale di Federico II.
Altra nota interessa lo stile della composizione. Musica
e canto corrono su binari non paralleli, ma divergenti o indipendenti.
Conformemente ai dogmi della scuole musicali contemporanee la melodia è
bandita; con quale difficoltà d’interpretazione
si può facilmente immaginare. Va elogiato perciò il cast, di cui si può
menzionare almeno il protagonista, Randal Turner. E’ stata invece
splendidamente rapportata alla musica e ai significati anche impliciti
della storia la scenografia, realizzata soprattutto con proiezioni di
immagini simboliche, poetiche, di forte suggestione. Ha diretto la
Filarmonica Marchigiana il maestro Stewart Robertson, ed è stata anche
per lui un’impresa notevole.
Successo, dunque, ma con alcune
riserve; così come, del resto, è quasi sempre avvenuto in tutti i tempi
in occasione dei massimi eventi teatrali. E questo lo è indubbiamente,
sia per l’importanza dell’argomento trattato e la sua valenza
culturale e storica, sia perché è vero che ben pochi compositori
riescono oggi ad affrontare il teatro in musica.
Di “Federico
II” si preannuncia ora una ripresa a Palermo, in vista di altre
assai probabili in Germania.
Augusta Franco Cardinali

Jesi
città regia
Presentato
il saggio del prof. Molinelli
Venerdì 1° ottobre nella sala della Seconda Circoscrizione il
prof. Enrico Ciuffolotti, il prof. Antonio Ramini e il dott. Sandro
Scoccianti hanno discusso, insieme con l’autore, sul saggio del prof.
Raffaele Molinelli intitolato Jesi città regia.
- Questo “Quaderno” è il
primo di una collana che sarà realizzata dal Centro Studi Marchigiano di
Jesi.- ha affermato il prof. Ciuffolotti, preannunciando le prossime
pubblicazioni, previste una entro novembre e l’altra entro la fine del
2004. Esse saranno dedicate rispettivamente ad Antonio Giannelli, patriota
della storia di Ancona, ed a Ugo la Malfa.
Il prof. Molinelli ha poi
sintetizzato la cronistoria della questione riguardante l’attribuzione o
meno a Jesi del titolo di regia, partendo dall’edicola in pietra
d’Istria con lo stemma cittadino che impreziosisce sin dal 1498 la
facciata del Palazzo della Signoria. Opera di due scultori milanesi,
l’edicola reca sulla base un’iscrizione in latino il cui testo dice:
“Il Re Esio lo diede (il leone dello stemma), l’Imperatore Federico lo
incoronò, la Repubblica (jesina) lo pose”. Il prof. Molinelli ha
sottolineato che l’iscrizione trasmette credenze secolari: l’esistenza
di un mitico Esio, re del popolo preellenico dei Pelasgi e fondatore della
città, e la regalità conferita a Jesi dalla nascita dell’imperatore
Federico II.
Il primo storico della città,
Pietro Grizio, ed i Baldassini - Tommaso e Girolamo - diffusero
l’opinione che la città fosse “regia” fin da epoca remota per
merito del re Esio. Nel corso del Seicento questo determinerà la
realizzazione di due dipinti: uno con il re dei Pelasgi ed uno con vista
panoramica di Jesi e castelli circostanti e la legenda dal titolo
“Antica Regia Città di Jesi”, oggi esposto nella Biblioteca
cittadina. I documenti comunali però rimasero privi della dicitura
“regia”.
A partire dalla fine
dell’Ottocento non si pensò più che l’appellativo onorifico
derivasse alla città dal re Esio, ma da Federico II o dai suoi
discendenti, Enzo o Manfredi. A questa tesi si oppose fermamente uno dei
più stimati storici di Jesi, Antonio Gianandrea, che definì leggendarie
sia la visita di Federico II alla città, che la figura del re Esio, data
la totale assenza di documenti.
Nel 1928 l’amministrazione
comunale, dietro raccomandazione della Deputazione di Storia Patria per le
Marche, deliberò di intestare gli atti pubblici con il titolo di “Regia
città di Jesi”. L’anno dopo il podestà chiese al Capo del Governo,
presidente della Consulta Araldica, di riconoscere il titolo di regia a
Jesi. Dieci anni dopo il caso venne chiarito: non essendoci documenti, la
concessione diventava impossibile. Il podestà dell’epoca, il colonnello
Amatori, scrisse allora un’accorata lettera a Mussolini, ma la
presidenza del Consiglio dei ministri demandò la risoluzione della
faccenda al ministero della Casa di S.M. il re imperatore. La questione
venne ripresa nel secondo dopoguerra dal sindaco repubblicano Pacifico
Carotti, che d’accordo con l’amministrazione abolì il titolo,
perseguendo il fine di distinguere la leggenda dalla storia.
Interessante è risultato
l’intervento del prof. Ramini, che ha ricordato come già nei Punica
del poeta latino del I sec. d.C. Silio Italico, si alludesse al re Esio,
dal quale derivarono il proprio nome il fiume e il popolo della zona. In
realtà, la moderna etimologia collega il toponimo Jesi ad un termine
indoeuropeo che tradotto significa “acqua”. Al termine della dotta
disquisizione il prof. Ramini ha affermato che “…Il sindaco Carotti ha
fatto benissimo ad abolire il titolo di regia, in quanto non conferisce a
Jesi nessun onore e non rientra nell’humus culturale locale.
Rimanga piuttosto alla nostra città l’appellativo di Res Publica,
come si legge sopra Porta Salara.”.
Di opposta opinione sia il
prof. Ciuffolotti che il dott. Scoccianti, secondo il quale il ripristino
del titolo risveglierebbe nei giovani l’orgoglio dell’appartenenza
alla città.
- D’altra parte – ha
concluso il Dott. Scoccianti - in tre carte geografiche del Seicento viene
riportata la dicitura “Torre di guardia R.”. Che R. non debba
sciogliersi con Regia? -
In definitiva, potremmo
considerare chiuso il dilemma dopo un referendum popolare, anche se ci
sembra che il titolo non abbia comunque connotati politici ma solo
onorifici.
Cristina
Franco

Fecondazione
assistita
Un
referendum dirompente
Prepariamoci
ad una battaglia ormai inevitabile
Qualche mese fa il parlamento ha varato la legge n. 40 riferita
alla procreazione medicalmente assistita. In sostanza essa prevede, dopo
tante polemiche e incertezze, che le coppie impossibilitate ad avere figli
per via naturale, possono ricorrere alla fecondazione artificiale,
cioè all’intervento esterno del medico competente. Ma a precise
condizioni: che gli spermatozoi o l’ovulo siano della coppia interessata
e non di terzi; che la fecondazione impiantata non possa essere interrotta
artificialmente; che, allo scopo, siano prodotti, al massimo, tre embrioni
per il necessario impianto, da utilizzare tutti.
La legge inoltre, allo scopo di eliminare ogni rischio di
percorrere la via della clonazione, proibisce la libera ricerca sulle
cellule staminali, quelle cellule amorfe di base che, danno la
possibilità di sviluppare qualsiasi
organo del corpo umano. Insomma, dice la legge italiana: chi non può avere figli, si aiuti con
l’inseminazione artificiale, ma bando ad ogni possibile manipolazione
della vita o ad ogni mescolamento di paternità o maternità.
*
* *
E’ una legge che giunge tardi
e giunge dopo tanti tormenti perché alla base c’è la preoccupazione
del rispetto della vita che vieta, pertanto, la
necessità di avere ad ogni costo un figlio quando la natura non
soccorre. Insomma, la legge italiana pone limiti che molti rifiutano, a
cominciare dai radicali che, in queste ristrettezze, vedono
l’imposizione del mondo cattolico. In realtà il legislatore ha espresso
la preoccupazione degli abusi in cui si sta andando incontro nella
manipolazione della procreazione fino alla scelta e alla selezione, in
tutti i dettagli, del futuro figlio ottenuto anche con semi e ovuli di
terzi.
La reazione negativa è stata
tale che radicali ed altri hanno raccolto oltre quattro milioni di firme
per abolire o modificare la legge.
Il mondo politico,
trasversalmente, tenta di ricorrere
ai ripari per scongiurare il referendum
“migliorando” la
legge in alcune parti, quelle che sembrano eccessivamente restrittive e
che costringono varie coppie a correre all’estero per avere ciò che la
legge italiana non permette.
*
* *
E’ facile profezia che il
referendum si svolgerà regolarmente perché la prima delle quattro
domande sostenuta dalle firme raccolte chiede tout court
l’abolizione della legge 40. Il che elimina ogni possibilità di
accomodamenti o di compromessi.
Anche recentemente il
presidente della Commissione episcopale ha espresso la forte
preoccupazione per il referendum abrogativo che aprirebbe ulteriori rischi
nella manipolazione della vita proprio alle sue origini. Tuttavia va
chiarito che non si tratta di andare incontro ad una battaglia tra
cattolici e laicisti, quanto
ad una battaglia tra coloro che intendono porre un limite nella
manipolazione delle cellule originarie della vita e quanti tendono
a lasciare carta bianca alla scienza nella sua ricerca e nelle sue
applicazione in un settore che è il più delicato in assoluto: quello
della procreazione dell’essere umano.
Vittorio Massaccesi
vitt.mass@libero.it

