Anno LII - N°30
Domenica 10 ottobre 2004

Sommario

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Un Gesù inedito

 
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L'abbraccio di San Marcello a Don Alberto

 

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Federichino 2004

 

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Il volo sublime del Falco

 

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Jesi città regia

 

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Fecondazione assistita - un referendum dirompente

 

 

Voce della Vallesina

Settimanale di informazione


 

 

Un Gesù inedito

 

L’ultimo libro di Tonino Lasconi vuole colpire la mente

e il cuore dei ragazzi e aiutarli a scegliere

 

       Centonovantasei pagine edite dalle Paoline e pensate per il mondo giovanile. L’ultimo libro di Tonino Lasconi, dal titolo “Gesù. Il grande rompi”, vuole colpire la mente e il cuore dei ragazzi che nella confusione della loro età possono decidere di scegliere Cristo come coordinata fondamentale di una quotidianità resa difficile dalla crescita.

       Con la forza persuasiva ed entusiastica del credente, Lasconi, già noto per altre pubblicazioni dedicate alla formazione dei giovani, parla di un Gesù inedito, ribelle e trasgressivo rispetto alle leggi teoriche e pratiche del tempo, coraggioso, imprevedibile, ora paziente e amorevole, ora autorevole e deciso. Con uno stile fresco e immediato che si avvale di metafore, esempi ed espressioni tratte dal gergo giovanile, l’autore delinea una figura storica destinata a rompere gli schemi, a sovvertire i luoghi comuni, a capire profondamente l’animo umano di chiunque si fermi a guardare, e abilmente riesce a calare questo essere perfetto nell’esistenza del lettore.

       Così l’Uomo dopo il cui passaggio nessuno può rimanere indifferente è vivo ed opera oggi come allora; è esempio di amore, saggezza, moralità e trasgressione positiva delle regole ingiuste. Le sue parabole, le sue guarigioni, alcuni episodi della sua vita vengono raccontati da Lasconi con una naturalezza e un pragmatismo che rende la figura di Cristo più comprensibile agli occhi dei giovani e vicina alla loro esistenza quotidiana fatta di dubbi, problemi e domande irrisolte.

 

Lucia Romiti

 

 

 

 

 

L’abbraccio di San Marcello a don Alberto

L’intera comunità in festa per l’arrivo del nuovo parroco

 

       Nella chiesa parrocchiale una lunga scritta color arancio appesa alla balconata del coro: “Benvenuto don Alberto”. La comunità cristiana di San Marcello ha la sua nuova guida spirituale.

       Don Alberto Balducci è stato accolto, sabato 2 ottobre, dal paese in festa, con la banda di Belvedere Ostrense a sottolineare il suo arrivo, e una chiesa gremita ad adunarsi attorno a lui. Adulti e bambini, ospitali a guidare il nuovo venuto, pronti per lasciarsi poi guidare a loro volta. «Con affetto reciproco faremo tanta strada insieme» ha detto don Alberto, nelle prime parole rivolte alla sua gente, con sorriso discreto in viso.

        Ma non ha voluto non pensare anche a don Fernando (il parroco che con la sua morte lo scorso 21 agosto ha scosso tutta la famiglia sammarcellese) ricordando un episodio del passato, il tragitto in auto insieme verso San Marcello e una scorciatoia indicata da lui per arrivare prima in paese. «Non pensavo allora a un’eventuale successione» ha affermato don Alberto.

       Ad accompagnarlo nel passaggio alla nuova comunità monsignor Oscar Serfilippi e don Savino Capogrossi, parroco di Monsano, colui che ha ufficiato le funzioni nei giorni vacanti di pastore. «La parrocchia di San Marcello è rimasta turbata dalla scomparsa di don Fernando – il vescovo rivolto ai fedeli -. Ora possiamo però rallegrarci nel Signore dell’arrivo di un giovane parroco. Con entusiasmo e coraggio si metterà subito a conoscere la comunità. Darà prova giorno dopo giorno del suo impegno e sarà contento della vostra partecipazione».

       Insieme a don Alberto, a sostenerlo nel passaggio, c’erano anche i parrocchiani di Moie e Poggio San Marcello, dove fino al 22 settembre (giorno della nomina) aveva rispettivamente le vesti di amministratore parrocchiale (a Santa Maria) e vicario parrocchiale (a San Nicolò).

       E in un alternarsi di voci al microfono, nello sgranarsi della messa, tutte le autorità di San Marcello hanno voluto fargli sentire il calore dell’accoglienza, dal sindaco ai rappresentanti di Avis e Admo, Pro Loco, Casa di Riposo, confraternita, istituto Pio Santi, ente Gregorini, parrocchia…

       Per chiudere con un gioioso rinfresco nel sagrato della chiesa. Benvenuto don Alberto.

 

                 Simona Santoni

 

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“Federichino 2004”

 

Premiati nel nome dell’eclettico Imperatore

Personaggi della cultura, dell’economia, dello spettacolo, dello sport

 

____________________________________________ di Augusta Franco Cardinali

 

       Il Premio ‘Federichino 2004’, consistente in un diploma e in una statuina stilizzata in bronzo dell’Imperatore realizzata su bozzetto dello scultore Carlo Vitelli, è stato assegnato anche quest’anno a  personaggi che in campo nazionale e internazionale si sono particolarmente distinti in ogni settore culturale, sociale, artistico e possono quindi essere considerati degni eredi dell’eclettico Imperatore. Ve li presentiamo.

 

       Per la storia medievale: Franco Cardini. Medievalista, saggista, scrittore, conferenziere, docente universitario. E’ autore di importanti saggi su Federico II e il suo tempo. Collabora attivamente alle Fondazioni federiciane di Jesi e di Palermo.

 

       Per il mecenatismo: Reinhold Würth. Illuminato industriale tedesco, tra i più grandi del mondo,  amante dell’arte. Ha finanziato il restauro integrale della Cappella Palatina a Palermo. E’ titolare di una Fondazione e di due musei che, con oltre 7500 opere d’arte, sono tra i più prestigiosi musei privati del suo Paese.

 

       Per la pittura: Hans Kloss. Nato in Slesia, artista instancabile, di precoce vocazione, docente universitario. E’ autore di un grandioso affresco circolare situato nella sala capitolare del monastero di Lorch che magistralmente illustra, in vividezza e ricchezza di immagini, tutte le vicende della dinastia degli Staufen.

 

       Per la scultura: Valeriano Trubbiani. Maceratese di nascita, anconetano d’adozione, ha toccato i vertici più alti dell’arte non solo in senso immaginifico, ma anche per l’applicazione di tecniche straordinarie. Pur nel senso di un’armonia compositiva i suoi racconti scultorei denunciano la crudeltà della sopraffazione, ma offrono anche un messaggio beneaugurante e positivo.

 

       Per la cultura dell’impresa: Enrico Loccioni. Imprenditore della Vallesina, ha creato il Gruppo di Imprese Loccioni, specializzato nella realizzazione di macchine per il collaudo di elettrodomestici e di componenti d’auto. Con il progetto Bluzone ha coinvolto impresa e scuola nella formazione di nuovi giovani manager.

 

       Per la pubblica amministrazione e la storia: Antonino Giuffrida. Palermitano, già segretario generale dell’Assemblea regionale siciliana, giornalista, docente universitario, prezioso collaboratore al servizio del parlamento siciliano. E’ punto di riferimento nel mondo culturale della sua isola.

 

       Per la pittura, l’editoria e la scenografia: Bruno Caruso. Palermitano. Personaggio di notevole spessore non solo culturale, ma anche sociale, si è a lungo e coraggiosamente battuto contro ogni forma di sopraffazione. E’ autore di un gran numero di opere artistiche, letterarie, storiche. Ha ricevuto la laurea honoris causa dalla facoltà di lettere e filosofia dell’Università di Palermo, la medaglia d’oro come Benemerito della Cultura dal presidente della Repubblica, il Premio Archimede dalla Regione Siciliana e numerosi altri non meno importanti riconoscimenti.

 

       Per la scherma: Giovanna Trillini. Grinta e tecnica hanno segnato la grande carriera sportiva della campionessa jesina. Va annoverata fra le atlete che hanno favorito il decollo del Club Scherma di Jesi verso livelli straordinari. In pedana, la Trillini dà sempre il massimo delle proprie possibilità e la sua severa perseveranza agonistica ha sempre rappresentato e rappresenta tuttora un punto di riferimento importantissimo per le vecchie e nuove leve della scherma italiana.

 

       Per il nuoto: Filippo Magnini. Pesarese, campione europeo di nuoto e bronzo nella staffetta 4x200 s.l. nelle Olimpiadi di Atene. Inizia la sua carriera agonistica a sedici anni, vincendo otto titoli italiani e, successivamente, numerosissimi altri titoli nazionale e internazionali.

 

       Per il cabaret: Gli Onafifetti. Gli Onafifetti (Giovanni Filosa, Piergiorgio Memè, Mario Sardella, Luca Pierpaoli) hanno regalato a Jesi un originale genere di spettacolo che, con una spontanea ed efficace vena di humour e un uso sapiente di musica e canto, ha portato in oltre trenta anni di attività una fresca nota di anticonformismo, mai compiacente, mai fuori dalle righe, in una bonaria rivisitazione di fatti e personaggi. Hanno dedicato il loro riconoscimento a Carlo Javarone, recentemente scomparso, anche lui fondatore del gruppo.

 

       Per la lirica: Cesare Catani, tenore. Nato ad Ascoli Piceno, diplomato in pianoforte e canto, vincitore di diversi concorsi lirici, ha debuttato alla Scala sotto la direzione del maestro Riccardo Muti. Specialista in ruoli verdiani, si è esibito nei maggiori teatri del mondo e con i più importanti direttori d’orchestra, facendosi apprezzare anche dalla critica per le belle qualità vocali e per la naturale musicalità.

 

       Per la musica:  Riccardo Muti. Pugliese, è vissuto in gioventù nelle vicinanze di Castel del Monte, nella terra che fu più cara a Federico II. Direttore d’orchestra di straordinario prestigio, per l’amore per la sua arte e per le Puglie, come pure per l’ammirazione che nutre per Federico II, del quale sembra aver ereditato il carisma, può ben considerarsi un novello ‘Puer Apuliae’. E’ sommo interprete ed ambasciatore della musica italiana nel mondo

 

       Ha fatto seguito alla cerimonia di premiazione, condotta dal presidente della Fondazione federiciana di Jesi, avv. Vittorio Borgiani e presentata  dalla dott.ssa Rosanna Vaudetti, un intrattenimento a cui hanno partecipato gli Onafifetti, il mezzosoprano Elisa Conti e il baritono Roberto Iachini accompagnati al pianoforte dal maestro Giacomo Rocchetti, e il maestro Renato Sellani, Federichino 2000 per la musica jazz.

 

                                                                                   

 

 

 

 

In prima mondiale

Il volo sublime del falco

Un’opera lirica dedicata a Federico II

 

       La vita di Federico II potrebbe essere soggetto non solo di romanzi e di film, ma anche di più di un’opera lirica. Nessuna tuttavia potrebbe riuscire a mettere in piena luce la figura dell’Imperatore, a spiegarne  lo straordinario carisma, a raccontarne compiutamente tutte le imprese.

       Si è però cimentato in una simile impresa Giuseppe Di Leva, autore di un libretto che racconta per episodi essenziali, in chiave  poetica e onirica, la vita di Federico II: unico modo, questo, di conciliare verità storica e drammaturgia. Da un simile testo, a cui non manca un effettivo valore letterario, Marco Tutino ha tratto un melodramma di grandiose proporzioni, mai rappresentato  e successivamente ridotto nell’opera lirica “Federico II” che ha inaugurato la 37^ Stagione del Pergolesi: una prima mondiale quale non si ripeteva nel nostro teatro dal lontano ’68 quando, evento pure eccezionale, andò in scena “La lettera scarlatta” di B. Boccosi.

      Per “Federico II” è stata scelta innanzi tutto una “sigla” ricorrente: il falco, a significare non soltanto il desiderio di conquista dell’Imperatore, ma anche lo slancio e l’anelito verso il cielo per carpire da esso i segreti dell’infinito. Questo simbolo appare più volte in immagini video proiettate sia nel contesto, sia ad introduzione e conclusione del melodramma.. Sogno, magia, mistero compongono anche la visione d’insieme, non priva pure di qualche traccia di un vago esotismo orientaleggiante.

     Procedendo nella narrazione, la descrizione musicale assume però caratteri più densamente e  sinistramente drammatici. Avviene quando, dopo il suicidio del figlio Enrico e di quello di Pier delle Vigne, Federico II viene assalito da un presagio di morte, dal tormento del dubbio, dal sospetto del tradimento, dall’angoscia del rimorso. Nella lunga sequenza finale appare di nuovo il falco, a cui Federico II è assimilato.

       Molto quindi musica e parole hanno raccontato, ma non sempre appropriatamente. Va subito  rilevato che il primo atto è eccessivamente lungo, addirittura di un’ora e quaranta. A fronte di una storia complessa e succintamente narrata, quindi non facile da recepire,  la resistenza dello spettatore  è messa a dura prova. Migliore effetto probabilmente si sarebbe potuto ottenere se fosse stato isolato almeno l’episodio in cui è descritta la ribellione e la morte di Enrico. E’ da questo, del resto, che si presume abbia avuto inizio la crisi spirituale di Federico II.

       Altra nota interessa lo stile della composizione. Musica e canto corrono su binari non paralleli, ma divergenti o indipendenti. Conformemente ai dogmi della scuole musicali contemporanee la melodia è bandita; con quale difficoltà  d’interpretazione si può facilmente immaginare. Va elogiato perciò il cast, di cui si può menzionare almeno il protagonista, Randal Turner. E’ stata invece splendidamente rapportata alla musica e ai significati anche impliciti della storia la scenografia, realizzata soprattutto con proiezioni di immagini simboliche, poetiche, di forte suggestione. Ha diretto la Filarmonica Marchigiana il maestro Stewart Robertson, ed è stata anche per lui un’impresa notevole.

      Successo, dunque, ma con alcune riserve; così come, del resto, è quasi sempre avvenuto in tutti i tempi in occasione dei massimi eventi teatrali. E questo lo è indubbiamente, sia per l’importanza dell’argomento trattato e la sua valenza culturale e storica, sia perché è vero che ben pochi compositori riescono oggi ad affrontare il teatro in musica.

       Di “Federico II” si preannuncia ora una ripresa a Palermo, in vista di altre assai probabili in Germania.

          Augusta Franco Cardinali

 

 

 

Jesi città regia

Presentato il saggio del prof. Molinelli

 

       Venerdì 1° ottobre nella sala della Seconda Circoscrizione il prof. Enrico Ciuffolotti, il prof. Antonio Ramini e il dott. Sandro Scoccianti hanno discusso, insieme con l’autore, sul saggio del prof. Raffaele Molinelli intitolato Jesi città regia.

       - Questo “Quaderno” è il primo di una collana che sarà realizzata dal Centro Studi Marchigiano di Jesi.- ha affermato il prof. Ciuffolotti, preannunciando le prossime pubblicazioni, previste una entro novembre e l’altra entro la fine del 2004. Esse saranno dedicate rispettivamente ad Antonio Giannelli, patriota della storia di Ancona, ed a Ugo la Malfa.

       Il prof. Molinelli ha poi sintetizzato la cronistoria della questione riguardante l’attribuzione o meno a Jesi del titolo di regia, partendo dall’edicola in pietra d’Istria con lo stemma cittadino che impreziosisce sin dal 1498 la facciata del Palazzo della Signoria. Opera di due scultori milanesi, l’edicola reca sulla base un’iscrizione in latino il cui testo dice: “Il Re Esio lo diede (il leone dello stemma), l’Imperatore Federico lo incoronò, la Repubblica (jesina) lo pose”. Il prof. Molinelli ha sottolineato che l’iscrizione trasmette credenze secolari: l’esistenza di un mitico Esio, re del popolo preellenico dei Pelasgi e fondatore della città, e la regalità conferita a Jesi dalla nascita dell’imperatore Federico II.

       Il primo storico della città, Pietro Grizio, ed i Baldassini - Tommaso e Girolamo - diffusero l’opinione che la città fosse “regia” fin da epoca remota per merito del re Esio. Nel corso del Seicento questo determinerà la realizzazione di due dipinti: uno con il re dei Pelasgi ed uno con vista panoramica di Jesi e castelli circostanti e la legenda dal titolo “Antica Regia Città di Jesi”, oggi esposto nella Biblioteca cittadina. I documenti comunali però rimasero privi della dicitura “regia”.

       A partire dalla fine dell’Ottocento non si pensò più che l’appellativo onorifico derivasse alla città dal re Esio, ma da Federico II o dai suoi discendenti, Enzo o Manfredi. A questa tesi si oppose fermamente uno dei più stimati storici di Jesi, Antonio Gianandrea, che definì leggendarie sia la visita di Federico II alla città, che la figura del re Esio, data la totale assenza di documenti.

       Nel 1928 l’amministrazione comunale, dietro raccomandazione della Deputazione di Storia Patria per le Marche, deliberò di intestare gli atti pubblici con il titolo di “Regia città di Jesi”. L’anno dopo il podestà chiese al Capo del Governo, presidente della Consulta Araldica, di riconoscere il titolo di regia a Jesi. Dieci anni dopo il caso venne chiarito: non essendoci documenti, la concessione diventava impossibile. Il podestà dell’epoca, il colonnello Amatori, scrisse allora un’accorata lettera a Mussolini, ma la presidenza del Consiglio dei ministri demandò la risoluzione della faccenda al ministero della Casa di S.M. il re imperatore. La questione venne ripresa nel secondo dopoguerra dal sindaco repubblicano Pacifico Carotti, che d’accordo con l’amministrazione abolì il titolo, perseguendo il fine di distinguere la leggenda dalla storia.

       Interessante è risultato l’intervento del prof. Ramini, che ha ricordato come già nei Punica del poeta latino del I sec. d.C. Silio Italico, si alludesse al re Esio, dal quale derivarono il proprio nome il fiume e il popolo della zona. In realtà, la moderna etimologia collega il toponimo Jesi ad un termine indoeuropeo che tradotto significa “acqua”. Al termine della dotta disquisizione il prof. Ramini ha affermato che “…Il sindaco Carotti ha fatto benissimo ad abolire il titolo di regia, in quanto non conferisce a Jesi nessun onore e non rientra nell’humus culturale locale. Rimanga piuttosto alla nostra città l’appellativo di Res Publica, come si legge sopra Porta Salara.”.

       Di opposta opinione sia il prof. Ciuffolotti che il dott. Scoccianti, secondo il quale il ripristino del titolo risveglierebbe nei giovani l’orgoglio dell’appartenenza alla città.

       - D’altra parte – ha concluso il Dott. Scoccianti - in tre carte geografiche del Seicento viene riportata la dicitura “Torre di guardia R.”. Che R. non debba sciogliersi con Regia? -

       In definitiva, potremmo considerare chiuso il dilemma dopo un referendum popolare, anche se ci sembra che il titolo non abbia comunque connotati politici ma solo onorifici.

   Cristina Franco

 

 

 

 

 

 

Fecondazione assistita

Un referendum dirompente

Prepariamoci ad una battaglia ormai inevitabile

 

       Qualche mese fa il parlamento ha varato la legge n. 40 riferita alla procreazione medicalmente assistita. In sostanza essa prevede, dopo tante polemiche e incertezze, che le coppie impossibilitate ad avere figli per via naturale, possono ricorrere alla fecondazione artificiale,  cioè all’intervento esterno del medico competente. Ma a precise condizioni: che gli spermatozoi o l’ovulo siano della coppia interessata e non di terzi; che la fecondazione impiantata non possa essere interrotta artificialmente; che, allo scopo, siano prodotti, al massimo, tre embrioni per il necessario impianto, da utilizzare tutti. 

       La legge inoltre, allo scopo di eliminare ogni rischio di percorrere la via della clonazione, proibisce la libera ricerca sulle cellule staminali, quelle cellule amorfe di base che, danno la possibilità di sviluppare qualsiasi  organo del corpo umano. Insomma, dice la legge  italiana: chi non può avere figli, si aiuti con l’inseminazione artificiale, ma bando ad ogni possibile manipolazione della vita o ad ogni mescolamento di paternità o maternità. 

* * *

       E’ una legge che giunge tardi e giunge dopo tanti tormenti perché alla base c’è la preoccupazione del rispetto della vita che vieta, pertanto, la  necessità di avere ad ogni costo un figlio quando la natura non soccorre. Insomma, la legge italiana pone limiti che molti rifiutano, a cominciare dai radicali che, in queste ristrettezze, vedono l’imposizione del mondo cattolico. In realtà il legislatore ha espresso la preoccupazione degli abusi in cui si sta andando incontro nella manipolazione della procreazione fino alla scelta e alla selezione, in tutti i dettagli, del futuro figlio ottenuto anche con semi e ovuli di terzi.

       La reazione negativa è stata tale che radicali ed altri hanno raccolto oltre quattro milioni di firme per abolire o modificare la legge.

       Il mondo politico, trasversalmente, tenta di  ricorrere ai ripari per scongiurare il referendum  migliorando”  la legge in alcune parti, quelle che sembrano eccessivamente restrittive e che costringono varie coppie a correre all’estero per avere ciò che la legge italiana non permette.

* * *

       E’ facile profezia che il referendum si svolgerà regolarmente perché la prima delle quattro domande sostenuta dalle firme raccolte chiede tout court l’abolizione della legge 40. Il che elimina ogni possibilità di accomodamenti o di compromessi.

       Anche recentemente il presidente della Commissione episcopale ha espresso la forte preoccupazione per il referendum abrogativo che aprirebbe ulteriori rischi nella manipolazione della vita proprio alle sue origini. Tuttavia va chiarito che non si tratta di andare incontro ad una battaglia tra cattolici  e laicisti, quanto ad una battaglia tra coloro che intendono porre un limite nella manipolazione delle cellule originarie della vita e quanti tendono  a lasciare carta bianca alla scienza nella sua ricerca e nelle sue applicazione in un settore che è il più delicato in assoluto: quello della procreazione dell’essere umano.

 

   Vittorio Massaccesi

    vitt.mass@libero.it