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Anno
LII - N°34 Sommario
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Settimanale di informazione
Consacrazione Avrà
luogo in Cattedrale domenica 14 novembre, alle ore 18, preceduta da una
veglia vocazionale venerdì 12 alle ore 21,15, la consacrazione di
Stefania Marchetti nell'Ordo Virginum, che con lei rinasce anche
nella nostra Diocesi, dopo otto secoli di assenza in seguito al suo
declino e alla successiva scomparsa. Consacrarsi
in questa antichissima forma riportata alla luce da Papa Paolo VI è
presentarsi alla comunità come segno della Chiesa sposa di Cristo non
secondo il carisma della regola o delle costituzioni di un fondatore ma in
un’istituzione in cui ogni persona è un carisma: Stefania infatti non
entra in nessuna congregazione religiosa né vestirà alcun abito
particolare. Riceverà
dal Vescovo l'anello nuziale e il libro della preghiera, e sarà
"consacrata" a Dio promettendo fedeltà per tutta la vita. Una
fedeltà da vivere nella vita quotidiana, nel proprio lavoro, nella
propria abitazione, nella propria Chiesa, secondo i propri doni in
obbedienza al Pastore della diocesi. La vocazione di Stefania, come ci testimonia lei stessa, nasce da una lunga esperienza di fede vissuta nella parrocchia del Duomo dove tutt’ora presta servizio come catechista e nelle file dell’Azione Cattolica, dove fino a non molti anni fa ha rivestito l’incarico di responsabile diocesana del settore giovani.
La testimonianza di Stefania
E’ un tipo particolare di consacrazione nell’Ordo Virginum, che è la più antica forma di consacrazione conosciuta nella storia della Chiesa. Ce ne parlano i Padri della Chiesa: Sant’Ignazio di Antiochia, a proposito della Chiesa Orientale, e Sant’Ambrogio, a proposito della sorella Marcellina. Il rito di consacrazione delle Vergini è precedente ai riti di consacrazione monastica. Caduto in disuso negli anni, è stato ripristinato dal Concilio Vaticano II. Le prime esperienze di consacrazione nell’Ordo Virginum in Italia risalgono ai primi anni ’70, ed ora sono presenti in Italia, nelle varie Diocesi, circa 250 consacrate, che hanno scelto di donare tutta la loro vita, pur restando nel mondo, nel loro ambiente lavorativo, parrocchiale e familiare, legandosi in maniera particolare alla propria Diocesi. Così sarà per me, che sono stata accolta con grande fiducia dal nostro Vescovo, e che, quindi, con gioia e riconoscenza, vedo arrivare questo momento, in cui poter coronare il mio desiderio di appartenere al Signore, La scelta di verginità, fatta oggi, in questo nostro mondo, può sembrare fuori tempo, anacronistica e inutile; nella realtà, essa può servire a sensibilizzare tutti sul valore di ogni uomo, e sulle grandi potenzialità che egli ha in sé, da ogni punto di vista, compreso quello affettivo… Non è una rinuncia fine a se stessa (se si rinuncia è sempre per qualcosa di più grande), ma una profezia, un invito a considerare i doni del Signore come tesori da custodire, difendere e ridonare per la vita e per l’amore, essendo testimoni della speranza che il Signore ci salva e ci prepara cieli nuovi e terre nuove. Stefania Marchetti
Breve
saggio del prof. Bonasera
I Santi della Vallesina Nel dicembre 1996 il prof. Francesco Bonasera ultimò un breve studio presentato a “L’Emporio delle Parole” e intitolato I rapporti tra San Floriano e il territorio di Jesi. Nel piccolo saggio vengono sinteticamente fornite informazioni geografiche e storiche del territorio in cui sorge la nostra città, la media valle dell’Esino, dove Jesi era leader di un gruppo di dodici comunità egualmente divise dal corso del fiume. L’autore si sofferma a descrivere sinteticamente i tredici santi patroni delle dodici comunità, oltre San Floriano e San Settimio, affermando che ad Urbino esiste l’unica cattedra di agiografia e relativi santini. Questa non è l’unica curiosità che è dato di trovare nello scritto, che è corredato da numerose immagini In primis viene esaminata la figura di San Floriano, originario di una regione che oggi corrisponde alla Baviera e alla Stiria. Anticamente il Santo dava il nome all’attuale porta Garibaldi e al relativo quartiere. San Floriano è oggi molto venerato come protettore dagli incendi in provincia di Bolzano ed in Austria (Tirolo). Per quanto riguarda San Carlo Borromeo, è da ricordare che egli fu governatore della Marca di Ancona e protettore di Jesi. Per suo volere nel 1564-66 venne ricostruito il ponte sull’Esino tuttora esistente, che il santo, già da tempo risiedente a Milano, attraversò a piedi scalzi nel 1579 diretto al Santuario di Loreto. Altri interventi del Santo a favore della città furono la costruzione di una parte della cinta muraria intorno al borgo di Terra Vecchia e la realizzazione del monastero delle Clarisse. Un affresco del 1611, dedicato alla Vergine, a San Romualdo e a San Carlo, un tempo nella cappella del Palazzo della Signoria, ora giace in una cantina in attesa di degna valorizzazione. Segue nel saggio l’elenco dei santi patroni delle comunità del territorio di Jesi: San Giuseppe a Castelplanio, San Marco Evangelista a Castelbellino, San Michele Arcangelo (traslato dalla fede ebraica a quella cristiana) a Rosora, Santo Stefano a Maiolati Spontini, San Lorenzo e Sant’Eleuterio a Cupramontana, l’antica Massaccio, San Nicola di Bari a Poggio San Marcello, San Gregorio Magno, pontefice e dottore della Chiesa, a Monsano, San Placido a Montecarotto, il portoghese Sant’Antonio da Padova a Santa Maria Nuova, San Paolo Apostolo a San Paolo di Jesi, San Marcello pontefice a San Marcello e San Silvestro pontefice, coetaneo dell’imperatore Costantino, a Monte Roberto.
Cristina Franco
Presentato il fondo pensione
Giovedì 28 ottobre è stato presentato nelle Marche, prima regione
in Italia, il fondo pensione promosso da Donneuropee-Federcasalinghe, l’unico
fondo in Europa che si incrementa facendo la spesa. Fondo chiuso, nato nel 2001 dalla legge 124/93 che ha introdotto in Italia la previdenza complementare, è rivolto alle casalinghe, ai lavoratori con contratto di collaborazione, ai lavoratori part-time, agli stagionali e agli interinali, agli studenti, ai pensionati e a tutti coloro che effettuano versamenti a fini pensionistici in misura ridotta. Alla presentazione del fondo, nella sede centrale della Banca delle Marche a Jesi, erano presenti le presidenti nazionale e regionale di Donneuropee-Federcasalinghe, Federica Rossi Gasparrini e Maria Elvira Conti Fabbri, il presidente ed il direttore di Banca delle Marche, uno dei principali partner che si è subito dimostrata sensibile verso questo nuovo strumento. La collaborazione tra Donneuropee-Federcasalinghe e Banca delle Marche è iniziata circa un anno e mezzo fa. Attualmente il Fondo conta circa trecento adesioni per una raccolta totale di 100 milioni di euro, in soli nove mesi. I negozi convenzionati sono venticinque, ma si stanno concludendo importanti collaborazioni con altri esercenti in tutta la regione. E’ stata verificata la perfetta funzionalità della Fondo Famiglia Card e la corrispettiva detrazione fiscale del 12 per cento, che può aumentare fino all’aliquota del marito se la moglie è a carico del coniuge. Chi si iscrive riceve la Fondo Famiglia Card che permette di usufruire di uno sconto compreso tra il 2 per cento e il 30 per cento sul valore totale della spesa effettuata nei negozi convenzionati, riconoscibili dal logo del fondo esposto in vetrina, il cui elenco è disponibile nel nuovo sito Internet (www.fondofamiglia.it). Ulteriore vantaggio è lo sconto fiscale, poiché gli abbuoni accumulati sul fondo sono anche deducibili fiscalmente. Attualmente il costo di adesione al fondo è di 16 euro, ed è una tantum. I versamenti sono liberi e possono anche essere saltuari. Beatrice Testadiferro
Il
clima e la responsabilità: una sfida per tutti Il clima caldo che sperimentiamo, le stagioni che “non sono più quelle di una volta”: non semplici impressioni, ma dati reali, supportati da interpretazioni scientifiche convincenti. Il clima cambia davvero ed è un fenomeno antropogenico, che si verifica anche a causa dell’agire umano. Non è casuale che la crescita della concentrazione di anidride carbonica abbia preso il via nel ‘900, il secolo della grande industrializzazione, ma anche del consumo massiccio di combustibili fossili (carbone, petrolio…). Quella stessa forma di sviluppo, che ha trasformato la natura in una casa per noi accogliente, sembra metterne ora a repentaglio l’abitabilità.
La
minaccia
Per molti uomini e donne, in effetti, il riscaldamento del pianeta è una grave minaccia: è vero per abitanti delle nostre città, che nel 2003 hanno sofferto un caldo senza precedenti, ma lo è ben di più per chi vive in aree a rischio di desertificazione o per chi sperimenta la crisi idrica. Lo è, ancora, per gli abitanti delle zone costiere, che verrebbero pesantemente investite da un eventuale aumento del livello del mare; sono oltre 100 milioni coloro che vivono a meno di un metro sopra il livello attuale e molti di essi appartengono a Paesi dall’economia fragile, non in grado di farsi carico di eventuali mutamenti veloci della situazione ambientale. Già diverse isole del Pacifico sono divenute inabitabili, perché il mare innalzandosi ha reso imbevibile l’acqua delle loro sorgenti, ed hanno dovuto essere evacuate.
La
responsabilità
Il clima che cambia minaccia insieme gli esseri umani e la natura e tale minaccia interpella, sia pur in misura diversa, la responsabilità di tutti. Il potere sulla natura che ci è stato dato, infatti, ci chiede anche di farci responsabilmente carico della sua tutela, da responsabili amministratori della creazione di Dio.
D’altra parte, il mutamento
climatico è fenomeno
globale; in esso sperimentiamo una dimensione importante dell’unità
della famiglia umana. Nella tutela dell’ambiente l’attenzione per la
salvaguardia della creazione di Dio si intreccia, insomma, ad una
corresponsabilità solidale attenta anche alle generazioni future. Scopriamo, così, la profonda verità dell’intuizione di Giovanni Paolo II: la questione ecologica è, in primo luogo, “problema morale” (Giovanni Paolo II, Pace con Dio Creatore, pace con tutto il creato. Messaggio per la giornata della pace 1990). Ancora il 18 gennaio 2001 egli chiamava alla “conversione ecologica”, un’umanità finalmente “più sensibile nei confronti della catastrofe verso la quale si stava incamminando”.
Solo così possiamo evitare che
le conseguenze di un agire privo di rispetto per la vita si ripercuotano
sull’intero creato, provocando una sofferenza della terra e lacerando
l’integrità armoniosa del cosmo. Solo così possiamo mantenere
abitabile anche per le generazioni future la terra, quale eredità comune
dell’intero genere umano. Far fronte al mutamento climatico, limitandone la portata ed evitandone le conseguenze più drammatiche, è una responsabilità per l’intero genere umano, in un impegno comune per la vita e la creazione. È, insieme, un affermazione di speranza, di fiducia che le capacità umane - sostenute dallo Spirito di Dio – sappiano superare l’incertezza presente, per costruire un futuro sostenibile.
Un
testo teatrale inedito
Viaggio
immaginario nella Jesi del ‘200
Riferimenti
non casuali a fatti e personaggi
E’
avvenuto imprevedibilmente. Capito nel negozio di Lucio Longhi, e mentre
lui con scrupolosa attenzione controlla, svita e avvita perni e lancette
del mio orologio, sua moglie prende furtivamente da un cassetto un
consistente dossier e lo pone sul banco, davanti a me. “Lucio
ha scritto questo. Le va di leggerlo?”
Ma che cos’è? Do uno sguardo a titolo e sottotitolo. “Per un bocco’ de mare”.
“Federico II, el canale e
la rametta”. Viene spiegato
successivamente: “Rievocazione storica in vernacolo della
Jesi dugentesca redatta da messer Lucio Longhi”.
Sfoglio. E’ un testo scritto nitidamente a mano, decorato anche
da alcuni disegni tracciati con abilità e precisione prospettica. Curioso
davvero. Ringrazio, prendo il tutto e rientro subito a casa. Ma ritorno il
giorno successivo. La lettura che ho fatto “al volo”
richiede approfondimenti. -
Chi o che cosa ha suggerito questo testo? “Circa un anno fa, in occasione di una recita de La Walchiria, Corrado Olmi mi invitò a scrivere un testo per raccontare in una forma teatrale semplice e accattivante la storia del famoso canale che Federico II aveva progettato per Jesi come allaccio diretto al mare. Diciamolo pure: non tutti gli jesini conoscono la lontana storia della loro città, anche se in questi ultimi anni molto interesse si è risvegliato intorno a Federico II e il suo tempo. Io stesso, da bambino, pensavo che il titolo di ‘città regia’ fosse stato conferito dal re. Corrado Olmi mi lasciò carta bianca. Aveva però forse l’idea di un lavoro più serio di quello che in realtà poi ho fatto io”. -
Lo stile è originale. Alterna un dialetto “medievalizzato” a sequenze
in rima. Come mai questa forma? “Ho
cercato all’inizio un gergo, un volgare maccheronico sul genere di
quello de ‘L’armata Brancaleone’. E’ stata la lettura di una vecchia antologia di
mia sorella che dapprima mi ha suggerito lo stile. Poi mi sono accorto che
per me era più spontaneo e facile scrivere in versi. Avevo anche la
sensazione che certi difetti di forma potessero essere meglio perdonati. E
il lavoro ha incominciato a scorrere meglio”. -
Vogliamo parlare della storia che fa da sfondo all’intreccio? “Mi
sono attenuto alla Storia di Jesi
di Giuseppe Luconi. Ne ho anche riportato integralmente alcuni passi. -
L’intreccio, ora. Appaiono in scena molti personaggi. Chi sono? “I
primi sono due personaggi che tornano indietro nel tempo. Uno di questi
potrei essere io. Ci sono poi un oste e un’ostessa, due figure
popolaresche. Richiamo inoltre, fra quelli evocati, dei personaggi
realmente esistiti, come ad esempio Fra’ Serafino, o esistenti: come gli
Onafifetti, che impersonano tre
menestrelli. Ci sono anche molti semplici ‘figuranti’. -
Come, quando e da chi potrebbe essere rappresentato questo testo?
-
Come definisce, per genere, questo suo lavoro? “Non
è né una commedia, né un vero pezzo di teatro. Non tutto è in prosa,
non tutto è in versi. E lei come lo definirebbe?”. La
domanda ribattuta mi lascia interdetta. Ci penserò su. E ne riparleremo. Augusta Franco Cardinali
Mura medievali di Jesi Tre
miliardi di lire al vento Che nel giro di appena un anno le nostre straordinarie mura medievali siano di nuovo, e più ancora, coperte di erbacce proprio non ce l’aspettavamo. Forse che il lavoro di tanta mano d’opera cosiddetta specializzata e, come ci risulta dalla stampa, l’uscita dalle casse comunali di tre miliardi delle vecchie lire non dovevano assicurarci solo il recupero di alcune parti malmesse ma, anche e più ancora, la certezza che veri e propri prati di erbe così ricchi nelle zone nord e nord-ovest nonché cespugli in tante parti, non avrebbero più deturpato le nostre belle mura? Insomma il vantato recupero della nostra eccezionale struttura medievale è stato un vero fallimento. Di chi la responsabilità? Degli amministratori che non hanno saputo scegliere una ditta abilitata ad un lavoro così delicato o della ditta stessa che alle promesse non ha fatto seguire i fatti?
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