Anno LII - N°35
Domenica 14 Novembre 2004

Sommario

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Mafia e religione

 
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Ritrovare l'anima

 

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Salviamo le nostre colline

 

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A Laura Boldrini il premio del Rotary

 

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Proposte concrete per la Jesi del 2020

 

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Ricordando Corelli

 

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Dopo la conferma di Bush

 

 

 

Voce della Vallesina

Settimanale di informazione


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Mafia e religione

 

       Non ci si può pentire davanti a Dio se non ci si inginocchia davanti agli uomini. Divieto di incroci pericolosi, stop agli equivoci tra Chiesa e mafia. Secondo don Giacomo Ribaudo, parroco della chiesa palermitana della Magione, nella sua latitanza il capomafia Bernardo Provenzano, ricercato da quarant'anni, ha a disposizione un confessore. Rivelazioni clamorose, seguite, nella città del martire della mafia don Pino Puglisi, da un intenso dibattito ecclesiale sulla «pastorale» degli uomini d'onore.

        «Chiesi di vedere Provengano - ha raccontato recentemente don Ribaldo - mi risposero: se si tratta di un incontro di carattere spirituale, Provenzano ha già il suo confessore». Evangelizzazione versus legalità? E' giusto che i sacerdoti confessino ed assolvano i boss, celebrino l'eucaristia nei loro rifugi nascosti e ne invochino l'inserimento pieno nella comunità ecclesiale e civile?

     In un crescendo di riflessioni pubbliche sul terreno scivoloso del rapporto con i clan, a prevalere è stata la tesi che non c'è conversione del mafioso senza riparazione pubblica dei propri peccati, per esempio attraverso il risarcimento dei familiari delle vittime o la consegna del latitante.

                                                                           Giacomo Galeazzi

 

 

 

 

 

Contrappunti

Ritrovare l’anima

 

Magistrale è stata l'intervista del presidente del Senato, Marcello Pera, su la Repubblica del 31 ottobre. Il titolo, "Su Buttiglione congiura anti-cristiana", rifletteva però solo parzialmente il suo pensiero, dedicato soprattutto ai problemi che deve affrontare l’Europa dopo al firma della Costituzione. E’ stato comunque quello che ha fatto più colpo, sia a livello di carta stampata che di televisione, che hanno commentato, il giorno dopo, quasi solo l'ultima parte dell'intervista; cosa peraltro da comprendere, considerato che veniva da un laico e non da un cattolico.

Espressioni e convinzioni che neanche alcuni cattolici hanno avuto il coraggio di dire, quando hanno cercato di dare spiegazioni (che spiegazioni non erano) per una non corretta o poco plausibile concezione del dialogo o per il timore di rendersi così poco “simpatici” agli altri. E non è questione di essere scettici o ottimisti, o di destra o di sinistra, in queste cose.

Il presidente del Senato ha cercato di essere realista. Non ha detto cose nuove. Hanno colpito perché sono state dette da un’alta personalità istituzionale, e per di più non cattolica, che subito hanno trovato indispettite risposte polemiche. Una per tutte quella del senatore Gavino Angius. “Quelle di Pera sono parole che tradiscono un sostanziale spirito antieuropeo. E’ un modo di respingere l’Europa moderna e contemporanea”. Per il caso Buttiglione poi lo stesso Angius definisce “una sciocchezza che in Europa ci sia un pregiudizio anticristiano” (AGI online, Roma 1 novembre).

 Cosa aveva detto di tanto sconvolgente il presidente Pera? Aveva detto che più che una realtà quella “firmata dai 25 paesi dell’Europa rappresenta una speranza”, sottolineando che nel documento “non vi è un’Europa identitaria, perché non definisce l’insieme completo dei principi e dei valori che riflettono la nostra storia, e questo mi sembra  il limite principale del Trattato”. Spiegava poi come si dovesse ancora trovare unanime consenso sulle strategie dell’immigrazione, sulla politica estera  e sullo stato sociale. E  dire queste cose, e non era stato certo  Pera il primo a proferirle, non credo sia manifestare “un sostanziale spirito antieuropeo”.

Sulla “congiura anti-cristiana in Europa”, il presidente Pera era stato categorico:” La vedo perché c’è”. E parlava di “un’identità comune che lega il laico, il liberale, il cristiano”, spiegando  che “è liberale chi riconosce la prevalenza dell’individuo, della persona, sulla società e sullo Stato. Un primato[…]che deriva proprio dalla circostanza che l’Europa, a un certo punto della sua parabola storica, è stata evangelizzata. E deriva dal fatto che l’individuo ha assunto dignità in sé perché in esso si è riflessa l’immagine di un dio che si è fatto uomo. I diritti civili nascono  da qui. Gli individui ne sono titolari alla  nascita, anzi al concepimento, perché in qualche modo sono lo specchio del dio-persona che abbiamo imparato a conoscere con il cristianesimo. Ecco perché,  oggi, anche noi liberali dobbiamo dirci cristiani. Ed ecco perché l’Europa, non riconoscendo nella sua Costituzione questa radice comune, ha perso una straordinaria occasione di  definire se stessa, e di darsi un’anima”.

E alla conclusiva domanda se “la partita dei valori” fosse persa, rispondeva: “Non ancora. Ma vedo, in Italia e in Europa, una cultura cristiana in forte difficoltà, e in forte ritardo. Avverto un disagio profondo nei credenti, un  bisogno vero dei giovani di recuperare questo ritardo. Spero che l’Europa se ne renda conto. E prima o poi, oltre alla Costituzione, ritrovi anche una sua anima”. Finita subito la festa della firma e portati a casa tutti i gadgets che per l’occasione sono stati omaggiati ad autorità ed anche a giornalisti, è il momento di ritrovare quest’anima, e per saperci accogliere ed accogliere è urgente conoscere la nostra identità, “perché – diceva ancora Pera – non abbiamo ancora capito cosa siamo  noi”.

                                                                                                                 Riccardo Ceccarelli

 

 

 

 

Salviamo le nostre colline

 

La storia del territorio marchigiano in un libro del Prof. Moroni

 

Il 3 novembre la sezione di Jesi di Italia Nostra ha invitato nella Sala del Lampadario del Circolo Cittadino il Prof. Marco Moroni, docente di Storia Economica dell’Università Politecnica delle Marche, per la presentazione del suo libro intitolato L’Italia delle colline – Uomini, terre e paesaggi nell’Italia centrale. L’opera, che fa parte dei Quaderni di “Proposte e ricerche” del 2003 è dedicata al Prof. Sergio Anselmi, scomparso un anno fa, lasciando la cattedra al Prof. Moroni.

Il titolo del libro deriva dalla constatazione che quasi mezza Italia è costituita da colline, mentre le pianure non sono neanche un quarto del territorio. L’attenzione dello scrittore è rivolta all’area collinare più rilevante, cioè a quella tosco-umbro-marchigiana e molti saggi del volume sono dedicati alla nostra regione, territorio che il Prof. Moroni conosce meglio grazie a lunghe ricerche in archivio. Le fonti a cui ha attinto il relatore sono i catasti, con l’elenco delle proprietà per fini fiscali, gli interventi delle istituzioni per il recupero di determinate aree rovinate da frane o con dissesti idrogeologici, i dibattiti nei consigli comunali ed antiche mappe.

Per una migliore comprensione della realtà il volume ha adottato un’ottica di lungo periodo. Inizia dalla ripresa agricola dell’età medievale e si conclude con la “fine dei contadini”, che, per i paesi dell’Europa occidentale si verificò nella seconda metà del Novecento.

Le fasi di crescita della popolazione, tra una peste e l’altra, hanno comportato uno sviluppo maggiore della cerealicoltura, applicata anche su colline argillose. Ma il denudamento delle colline determinò problemi di frane e smottamenti notati fin dal Duecento. Con la peste del Trecento, invece, i terreni tornarono incolti e la crescita spontanea di arbusti trattenne il suolo collinare da stravolgimenti. La popolazione riprese ad aumentare a partire dalla metà del ‘400 e specialmente nel ‘500. Il Seicento non fu un periodo di crisi, ma vennero rallentati dei problemi che riesplosero nel Settecento. Poi la popolazione fu in crescita graduale a partire dalla seconda metà del ‘700. Il progresso comportò numerosi momenti critici in cui si verificarono vere catastrofi ambientali, seguite da provvedimenti riparatori.

L’autore ha dimostrato che la decisione di presidiare le colline dell’Italia centrale con l’appoderamento mezzadrile, fu dettata non solo da motivi economici, ma anche ambientali, data la fragilità dei suoli prevalentemente argillosi e bisognosi di presenza umana costante.per la manutenzione e il controllo delle acque. Con la mezzadria le colline si rivestirono di policulture, con seminativi tra filari di vite, alberi sparsi nei campi ed arbusti atti a trattenere il suolo. In età moderna iniziò la lenta bonifica dei terreni paludosi delle pianure, operazione che verrà realizzata soprattutto tra Ottocento e Novecento. Fino alla seconda guerra mondiale l’agricoltura italiana fu prevalentemente collinare, anche per il carattere torrentizio dei fiumi.

Osservazioni diverse sono state a proposito aggiunte.

Le colline italiane, molto mosse e ripide, sono diverse da quelle a dolce pendenza del resto dell’Europa occidentale. L’agricoltura è qui meno meccanizzabile e perciò meno remunerativa rispetto alla pianura. Per questa carenza di prospettive economiche, delle inchieste fin dagli anni ’70 hanno decretato la morte delle colline, cioè il loro abbandono, dopo che per millenni vi si era concentrata l’agricoltura.

Se è innegabile che ci sono forti rischi di abbandono delle colline, sfruttate in futuro, secondo i catastrofisti, solo per l’allevamento ed il rimboschimento, d’altra parte si sta registrando in questi anni una controtendenza grazie allo sviluppo dell’agriturismo e al trasferimento di abitanti che dalle città si rifugiano qui sfuggendo dalle coste intasate. È necessario puntare anche alle colture di qualità, evitando di piallare i terreni collinari. Alla perdita di humus oggi si sopperisce con prodotti chimici, che però portano ad una eccessiva mineralizzazione.

I contadini di un tempo, per quanto rozzi, osservavano un adeguato controllo delle risorse.perché sapevano che la terra altrimenti si sarebbe impoverita fino a morire.

- C’è la necessità di politiche di tutela del territorio adeguate alla sua storia, agli interventi subiti e a carattere complessivo, non limitate ai singoli parchi o alle aree protette. Oggi domina la logica miope del massimo profitto nel minor tempo. – ha concluso il Prof.Moroni - Le politiche comunitarie in parte sono cambiate: si premia chi lascia la terra a riposo, ma altri interventi correttivi dovranno essere fatti. Bisogna che nella politica, al di là di un buon piano paesistico regionale, si faccia attenzione alla realtà locale. Attualmente i condoni edilizi abbondano in Italia, rispetto ad altri paesi europei, e figurarsi se ci può essere il rispetto di un fosso o di un albero…Il nostro territorio, ancora bellissimo nonostante le politiche dissennate, va tutelato e valorizzato nella sua identità. -

 

                                                                                    Cristina Franco

 

 

 

A Laura Boldrini il Premio del Rotary

 

       Era commossa e partecipe, Laura Boldrini, venerdì scorso al ristorante Galeazzi dove il Rotary Club le ha conferito il più alto rinoscimento, il prestigioso “Paul Harris”. “E’ la prima volta che ho l’occasione di parlare della mia missione, del mio lavoro agli Jesini. Un’occasione speciale per raccontare dei milioni di uomini, donne è bambini che, perseguitati politici, fuggono dai loro paesi e spesso non trovano accoglienza. Sfollati che richiedono asilo e non vengono ascoltati. Senza più dignità, senza più personalità in balie delle leggi spesso carenti dei paesi europei.”

       Laura Boldrini, originaria di Macerata ha compiuto i suoi studi a Jesi, città a cui è molto legata e dove vive la sua famiglia, la mamma Augusta, i fratelli Ugo ed Andrea. Dopo la laurea in giurisprudenza a Roma nell’85, inizia la sua carriera da giornalista che ben presto la porta a lavorare per la Fao, nel 1993 come portavoce del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (Pam). 

       Dal 1998 è portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Si occupa dell’ufficio stampa italiano, prende parte ad eventi pubblici, convegni, tiene conferenze e seminari presso università ed istituti di ricerca. E’ andata in missione nei posti dove le crisi politiche e le sofferenze umane sono più acute come  Bosnia, Albania, Kosovo, Pakistan, Afganistan, Iran, Giordania…

       Paolo Bifani, presidente del Rotary ha premiato Laura per il suo lavoro, il suo entusiasmo, la sua dedizione, la sua sensibilità, per tutto il lavoro che ha fatto e che farà ancora. Presenti alla serata, oltre alla famiglia Boldrini, il Vescovo Padre Oscar Serfilippi, il presidente della Caritas don Nello Barboni, il commissario provinciale della Croce Rossa Francesco Bravi e Giuliana Chiorrini, vedova di Carlo Urbani e presidente dell’ Associazione Aicu..

 

 

                                                                                                 Francesca Casoni

 

 

 

 

“Proposte concrete per la Jesi del 2020”

 

      Nel pomeriggio di giovedì 4 novembre, Gianfranco Berti, in rappresentanza dei venti membri dell’Osservatorio Civico, ha presentato il nuovo coordinatore, Sergio Cerioni, succeduto al prof. Gabriele Fava. I primi mesi di attività dell’Osservatorio, costituito da persone che, pur provenendo da diverse esperienze e con diverso pensiero politico, sono stati dedicati allo studio ed alla ricerca della realtà attuale di Jesi e della Vallesina per giungere a formulare, entro breve tempo, proposte concrete, adeguate e di ampio respiro per la “Jesi del 2020”.

       Dopo aver sottolineato la necessità dell’effettivo coinvolgimento della cittadinanza per progettare con gli abitanti, valorizzando le capacità espressive locali, sostenendo la collaborazione attiva e l’autopromozione progettuale, riconoscendo dignità non solo ai luoghi formali e istituzionali ma anche ai processi spontanei della partecipazione, Cerioni ha  illustrato alcune osservazioni su contenuti specifici del Piano Idea, predisposto dal Comune di Jesi ma non inserito organicamente nel contesto del territorio della Vallesina.

       In merito al centro storico, definito nel Piano come “cuore della città”, si evidenzia la mancanza di concrete indicazioni programmatiche e di nuove prospettive negli interventi di recupero e valorizzazione del patrimonio architettonico. La viabilità, sentita come un problema da parte della popolazione, meriterebbe un progetto organico attento in particolare alla parte nord dove risiede il 40 per cento della cittadinanza.

       Cerioni ha poi accennato, riguardo al commercio, a come nel Piano non sia presente l’obiettivo di sostenere lo sviluppo della rete distributiva locale e di valutare e pianificare gli insediamenti dei grandi centri commerciali. Anche il tema dell’agricoltura è stato trattato dall’Osservatorio così come quello della riforma del welfare locale.

       Nel Piano, ha continuato Cerioni, manca lo sguardo alla Vallesina ed alle nuove esigenze sociali: a Jesi viene assegnato il ruolo di Comune capofila di un vasto ambito territoriale che prevede l’attivazione di una rete di nuovi servizi socio sanitari, residenziali e semiresidenziali. Queste esigenze non trovano riscontro nel Piano e non vengono adeguatamente analizzati i bisogni espressi dai profondi processi di trasformazione demografica della popolazione per quanto riguarda i bisogni d’uso e fruizione dei servizi.

                                                                                                             Beatrice Testadiferro

 

 

 

 

Ricordando Corelli

Omaggio al  tenore anconetano ad un anno dalla scomparsa

 

       Un anno fa, il 29 ottobre 2003 si spegneva ad 82 anni a Milano il celebre tenore anconetano Franco Corelli. Nato nel 1921 nella zona del porto, il carismatico artista era dotato di una voce vigorosa che sapeva però diventare, quando occorreva, dolce e delicata. Inoltre possedeva straordinarie doti recitative, un bel viso e un fisico statuario.

        Non seguì mai un regolare corso di studi al Conservatorio, ma per tutta la vita si dedicò all'apprendimento del canto soprattutto da autodidatta, affinando costantemente negli anni la tecnica. Procedendo ostinatamente per tentativi, ascoltava i dischi dei grandi cantanti del passato e contemporanei, per capire il modo in cui il suono veniva emesso. Perfezionò in seguito questo metodo, non abbandonandolo più per tutta la vita.

        Scrupoloso come nessun altro, sempre in gara con sé stesso e con il mondo, come indicano anche le sue scelte di repertorio in direzioni molto diverse, passò notti insonni a cercare difetti nelle registrazioni.

       Il suo debutto nel mondo della lirica avvenne nel 1951 nei panni di Josè nella “Carmen” di Bizet al Teatro Nuovo di Spoleto. Il 1958 fu un anno chiave nella sua carriera per i numerosi e impegnativi debutti. Nel 1958 passò alla Scala, dove spesso cantò a fianco della Callas. Si spostò in seguito nei più importanti teatri del mondo, con particolare frequenza al Metropolitan di New York. Negli Stati Uniti, dove sbarcò nel 1962, venne soprannominato dalla stampa Mister Sold Out (tutto esaurito). Schivo e riservato, dopo aver lavorato per la Rai in produzioni come “Carmen”, “Tosca”, “Turandot” e “Andrea Chénier”, si ritirò dalle scene nel 1981, prima che i critici ed il pubblico potessero rimpiangere i suoi tempi migliori.

       Per commemorare la figura di Corelli, l’Associazione Amici della Lirica della città dorica ha organizzato il 31 ottobre un concerto in suo onore presso la Fiera di Ancona, all’Auditorium Mantovani completamente riempito dal pubblico.

Durante la serata in cui, accompagnati al piano dal maestro Angelo Sampaolesi, si sono esibiti con bravura il soprano Elena Biavati, il tenore Jeong Won Lee e il baritono Marco di Felice, è intervenuta la dott.ssa Marina Boagno, autrice del libro Franco Corelli – un uomo, una voce, biografia del celebre tenore, che l’ha impegnata in tre anni di studi e ricerche “…non solo in senso accademico, non solo negli archivi dei teatri e nelle biblioteche. - afferma nell’introduzione - …ho ascoltato, credo, tutto l’esistente...per cogliere gli indizi della sua personalità… il passo successivo… è stata una lunga serie di incontri, di conversazioni con persone che lo conoscevano, più o meno da vicino: colleghi di lavoro, soprattutto, ma anche amici, ammiratori, semplici spettatori”.

     “Tra poco uscirà una versione aggiornata del libro, con l’approfondimento della giovinezza, degli inizi e della sua famiglia. – ha dichiarato l’autrice - Giornalisti di Rai 3 mi hanno chiesto quale, secondo me, sarebbe il modo migliore per onorare il grande tenore. A loro ho risposto che c’è solo un sistema, adottato da tempo da tante città italiane, come ad esempio Pavia, dove c’è il teatro Fraschini, Cesena, con il teatro Bonci, Rovereto, con il teatro Zandonai e Reggio Calabria, con il teatro Cilea. Si sono già mossi, scrivendo alla pubblica amministrazione, colleghi di Corelli, fra cui la Tebaldi, ed altri, come Gian Giacomo Guelfi lo faranno, affinché gli sia intitolato il Teatro delle Muse. Non bisogna resistere, ma insistere, organizzarsi in tutti i modi possibili, anche raccogliendo firme su internet”.

Come non dar loro pienamente ragione? Considerando anche, come è emerso dalla serata, che hanno intitolato a Corelli una via che fiancheggia il teatro di Reykjavík, in Islanda.

                                                                                                             Cristina Franco

 

 

 

 

Dopo la conferma di Bush

 

Ad ovest niente di nuovo

Ad est l’attesa morte di Arafat

 

I sondaggi davano un testa a testa nella sfida per la Casa Bianca, ma gli elettori hanno offerto una vittoria lampante a Bush che, in forza proprio del duello all’ultimo voto, ha ottenuto una partecipazione elettorale straordinaria e la condivisione della sua politica di oltre quattro milioni in più di cittadini a suo favore, rispetto ai voti dell’avversario Kerry. E gli Usa ancora una volta, pur in un momento di grave travaglio,  hanno offerto al mondo l’invidiabile esempio dell’efficienza di una democrazia che, alla battaglia elettorale senza esclusione di colpi, sanno far seguire il ritorno all’unione e alla responsabilità nell’interesse di tutti e nel rispetto delle opinioni altrui.

* * *

Così vengono frustrate, per volontà di popolo, le attese di tanti fuori dei confini Usa di un cambiamento nel fronte Medio-orientale e nei rapporti con la vecchia Europa.  Del resto Bush non ha fatto mistero, in nome anche di Dio, della famiglia, dei più forti e tradizionali valori morali e sociali, di continuare nella politica dello strumento militare  che sbaraglia la dittatura e il terrorismo alla scopo di imporre il sistema democratico, con le buone o con le cattive. Insomma, trattasi del trionfo dell’ideologia bushiana in forza della quale gli Usa, la nazione di gran lunga più potente del mondo, rivendica l’autonoma gestione della politica mondiale e l’altrettanto autonoma gestione della sua impressionante forza militare messa al servizio del bene nazionale e di quello mondiale. Che poi i conti non sempre tornino, come sta avvenendo nell’impantanamento iracheno, è altra questione.

Così né Bush né l’Onu né i capi europei mollano le loro rispettive posizioni dallo scoppio della guerra ad oggi. La ripresa a 360 gradi della belligeranza a Falluja nonostante l’opposizione del segretario dell’Onu, le azioni sempre più spietate del “terrorismo resistenziale” in tutto il territorio, confermano che niente è cambiato nella politica ad ovest. E intatta rimane la posizione dell’Unione europea, ancora divisa nel giudizio sulle iniziative politiche e militari del presidente americano. Il consiglio dei 25 capi di Stato si è appena ricordato di esprimere le felicitazioni a Bush.  Chirac ha abbandonato l’incontro anzi tempo per non stringere la mano al presidente iracheno del governo provvisorio, pura espressione, per lui, di una totale sudditanza americana.

* * *

Qualcosa però si muove in Medio Oriente con l’attesissima  morte di Arafat, una morte al momento solo cerebrale di cui dispone a piene mani la moglie rediviva presso il capezzale del Grande Simbolo del martoriato popolo palestinese. Una morte auspicata, per motivi diversi e anche opposti, da tutte le forze in campo. C’è chi spera nell’ennesima ripresa delle trattative per raggiungere quella giusta pace che  il papa implora settimanalmente e c’è chi ha la  certezza  che finalmente si può spingere l’acceleratore fino in fondo per acciuffare quella impossibile definitiva  vittoria sull’avversario. E dietro i due eterni contendenti, Israele e Palestina, c’è il mondo intero perché la loro belligeranza ha costituito e costituisce tuttora il vaso di Pandora che semina tanti odii ormai globalizzati.

                                                                                                            Vittorio Massaccesi