Anno LII - N°36
Domenica 21 Novembre 2004

Sommario

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Investire sul territorio locale per vincere nel globale

 
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Argenti di Jesi

 

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Il Centro storico nel progetto dell'Osservatore Civico

 

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Celebrato il 230° della nascita di Gaspare Spontini

 

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Macchine per coltivare il mondo

 

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La Torre della Guardia dov'era e com'era

 

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Una grande festa di nozze per Stefania

 

 

Voce della Vallesina

Settimanale di informazione


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Investire sul territorio locale per vincere nel globale

Intervista al direttore della Carifac, Vincenzo Tagliaferro:

“Il modello marchigiano punti sulla collaborazione”

 

       Il futuro del tessuto economico e produttivo delle Marche ed il fondamentale ruolo centrale che gli istituti bancari sono chiamati a svolgere in tale contesto: ne abbiamo parlato con Vincenzo Tagliaferro, direttore generale della Cassa di Risparmio di Fabriano e Cupramontana. Un istituto di credito tra i più radicati sul territorio regionale, con ben quaranta sportelli siti nelle Marche, sette in Umbria e tre a Roma.

       Già direttore commerciale del Gruppo Capitalia e direttore generale del Banco di Sicilia, oltre che docente universitario prima a Napoli ed ora a Macerata, Vincenzo Tagliaferro è stato chiamato ai vertici della Carifac nel marzo del 2003 allorché, come ricorda egli stesso, “all’indomani dell’ispezione della Banca d’Italia la Fondazione, che detiene il 51 per cento dell’istituto, ha avvertito l’esigenza di avviare un rinnovamento. Procedendo verso un periodo di buona attività per poi valutare se mantenere la propria autonomia, attuando solo qualche collegamento con altri Gruppi bancari rispettosi del presidio del territorio di banche delle nostre dimensioni”.

 

       - I recenti dati economici della Carifac testimoniano la bontà del suo operato in tal senso. Su quali direttrici ha concentrato il suo intervento?

 

       “La prima istanza è stata il privilegiare il forte collegamento della banca con il suo territorio; basti pensare che nel fabrianese copriamo circa il 56 per cento del mercato e nell’area di Cupramontana siamo presenti sin dal 1865. Un nostro punto di forza è sicuramente l’impiegare quanto raccogliamo: costituendo così un ottimo presidio per le sviluppo del territorio”.

 

       - Quale, invece, l’aspetto più bisognoso di migliorie?

 

     “Abbiamo ritenuto di dover rafforzare l’assistenza alla clientela, soprattutto alle piccole e medie imprese. In tal senso è stato avviato un processo di rinnovamento sia della cultura aziendale sia dei prodotti offerti, con ottime performance. Per le imprese sopra citate, ad esempio, abbiamo sviluppato dei progetti di financing simili a prestiti partecipativi che consentono alla Carifac di svolgere un ruolo quasi da socio, ‘accompagnando’ le imprese nelle delicate fasi di passaggio generazionale, variazione produttiva, realizzazione di nuovi insediamenti, ecc. Abbiamo altresì stanziato un plafon di 20 milioni di euro per le imprese che vogliano avviare nuove iniziative nel territorio storico di riferimento della banca”.

 

       - Con quali risposte da parte dall’utenza?

 

      “Con ottimi riscontri sul territorio. La clientela ha sempre dimostrato fiducia nella Cassa. Al 30 settembre scorso la raccolta complessiva ha fatto registrare un crescita superiore al 13 per cento”.

 

      - Come si concilia il ruolo di una banca delle dimensioni della Carifac, fortemente identificata con il proprio territorio, nell’attuale contesto globale?

       “Se l’Istituto compirà bene il suo percorso vedrà rilanciato il suo brand in maniera compiuta e non gli mancheranno partner con cui programmare un comune futuro di sviluppo nel rispetto delle rispettive autonomie. In questo momento abbiamo sottoposto alla Banca d’Italia un aumento di capitale pari a 20 milioni e mezzo di euro ed un prestito subordinato di 25 milioni. La Fondazione Carifac sottoscriverà per intero la sua quota nell’aumento mantenendo il controllo dell’istituto. Per il resto tali operazioni hanno già riscosso l’attenzione di nostri istituti ‘amici’ con i quali collaboriamo già, con reciproca fiducia”.

 

       - Lei si è guadagnato la fama di valorizzatore dei giovani. Come ha trovato la Carifac da questo punto di vista?

 

       “Dopo la recente esondazione volontaria di circa 35 unità, attuata consentendo anche il ricambio padri-figli, circa il 40% dei nostri impiegati ha meno di trent’anni. Un dato consono alle trasformazioni in atto ed ai programmi di formazione che intendiamo attuare”.

 

       - Come giudica il momento generale che sta attraversando l’economia marchigiana?

 

       “Ritengo che il modello marchigiano troverebbe notevoli vantaggi da una più marcata collaborazione e cooperazione, soprattutto tra le imprese di dimensioni limitate. Ciò favorirebbe  il processo di difesa rispetto ai frangenti difficili che l’economia attraversa, puntando sull’innovazione e la ricerca dello stile made in Italy. Armi vincenti sia sui mercati domestici che in ambito internazionale”.

                                                                                                        Andrea Brunori

 

 

 

 

 

 

Argenti di Jesi

Ricerca sulle botteghe orafe locali

 

       Si terrà domenica 28 novembre, alle ore 12, presso il Palazzo della Signoria di Jesi, la presentazione del volume curato da Stefano Bini: “Argenti di Jesi e della Vallesina”.

       Lo studio parte da una tesi di laurea discussa dallo stesso autore, nel mese di novembre 2003, per l’Università di Macerata, facoltà di Storia e Conservazione dei Beni Culturali. A quell’iniziale indagine diretta sulle opere ricercate chiesa per chiesa in tutta la Diocesi di Jesi, e sui documenti di archivio del Duomo e della Biblioteca comunale di Jesi, si sono poi aggiunti, a seguito della pubblicazione, studi su alcuni ori di famiglia e     su alcuni disegni di argenteria.

        È importante ricordare quanto le botteghe degli orafi jesini fossero radicate sul territorio al punto da assurgere a vanto civico portato avanti sostanzialmente fino ai primi del Novecento, e oltre. Dai vicoli intorno al Duomo fino al Corso in tutto il centro cittadino si potevano trovare orafi, argentieri, incisori, battiloro e niellatori, i cui nomi, grazie a questo studio, sono in parte usciti dall’oblio.

        L’iniziativa si è potuta concretizzare grazie ai contributi erogati dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi e dalla Diocesi di Jesi, che l’autore, attraverso queste righe, intende ringraziare per la consueta disponibilità dimostrata negli anni nei settori dell’arte e della cultura in generale.

                                                                                                         g.s.

 

 

 

Il Centro storico nel progetto  dell’Osservatorio Civico

 

         Jesi più vivibile con un occhio attento alle nuove problematiche di oggi e uno sguardo alla sua storia, quella rimasta più “visibile” nei palazzi del centro storico e quella nascosta dell’archeologia romana o medievale. Partendo dal pensiero che “l’utopia del presente costruisce il futuro”, giovedì 11 novembre Sergio Cerioni e Gianfranco Berti hanno illustrato il progetto dell’Osservatorio Civico, sintesi di vari e diversi contributi, in merito alla viabilità e che prevede tre attraversamenti sotterranei in corrispondenza del teatro, del duomo e delle Grazie collegando vie già esistenti e decongestionando così il viale della Vittoria.

       Dunque tre tunnel con parcheggi ed impianti di scale mobili ed ascensori per la risalita e niente più problemi di posteggio per residenti e non residenti. Se, dopo una indagine geologica, il centro storico risultasse solido, si potrebbero iniziare tali lavori che potrebbero poi prevedere di rendere visibili le zone archeologiche, con un coinvolgimento dei privati per la realizzazione e gestione dell’impianto in concessione.

       Riguardo al centro storico, l’Osservatorio propone lo sviluppo di una rete di strutture e servizi, con obiettivi di sistema e stabilità, che, facendo perno sui "centri forti” (teatro, biblioteca, pinacoteca), si articoli in maniera trasversale ai diversi ambiti di intervento: dall'archeologia all'arte contemporanea (musei virtuali, centro di arti visive, centro di ricerca musicologica, scuola di musica, biblioteche specializzate) e sviluppi, inoltre, esperienze di sistemi territoriali policentrici.

       La presentazione del progetto si è poi soffermata sull’incentivazione e sostegno, anche attraverso partenariati tecnici, alle azioni di ristrutturazione e adeguamento (con particolare riguardo alle esigenze dei residenti anziani), alla riprogettazione delle piazze storiche, in maniera coerente con le caratteristiche architettoniche e, in particolare per la piazza Federico II, con il contesto pregevole dei recenti restauri effettuati al complesso San Floriano; per piazza Colocci, si propone, inoltre, di commissionare uno studio sul possibile recupero e valorizzazione della presenza archeologica

       Andrebbe qualificata la rete distributiva del centro, con tipologie definite da un nuovo piano del commercio e con regole e metodi di controllo della qualità estetica dei progetti in relazione al contesto architettonico.

       Attenzione è stata anche dedicata alle tematiche dell’ambiente, dell’approvvigionamento idrico e dell’edilizia economica per facilitare partenariati fra istituzioni e attori della cooperazione,  favorire processi di autorecupero del patrimonio pubblico dismesso o non abitativo,  promuovere studi ed interventi di progettazione e realizzazione di edifici a basso canone, che mantengano un buon rapporto fra costi di realizzazione e qualità abitativa e sostenere, con interventi di partenariato tecnico e politiche integrate, processi di rigenerazione di aree critiche, per garantire la permanenza degli abitanti.

                                                                                                         Beatrice Testadiferro

 

 

 

 

 

 

Majolati

 

Celebrato il 230° della nascita di Gaspare Spontini

Cerimonie, concerti, mostre e pubblicazioni

 

       La pioggia e il freddo non hanno raffreddato l’amore e la passione dei maiolatesi per Gaspare Spontini, presenti numerosi e partecipi, domenica scorsa, alle celebrazioni organizzate per l’anniversario della nascita di Gaspare Spontini.

La mattina, secondo la tradizione, il parroco don Fabio Belelli ha celebrato la funzione religiosa in suffragio del musicista. Al termine, il sindaco Giancarlo Carbini ha ricordato la figura di Spontini, mettendo in luce prevalentemente il lato filantropico, quello che del resto è più evidente anche dalle istituzioni presenti a Majolati. L’occasione è servita anche per la presentazione del nuovo presidente delle Opere Pie Spontini, Pierluigi Ruggeri, il quale, nel suo intervento, ha assicurato il proprio impegno nella gestione dell’Amministrazione Spontini.

       La Società Filarmonica Gaspare Spontini ha eseguito il noto “Allegro marziale” tratto dal primo atto de “La Vestale”. Al termine della commemorazione la giunta comunale, preceduta dal gonfalone, la Reggenza delle Opere Pie e la cittadinanza hanno deposto la corona d’alloro presso la casa natale del musicista.

       Nel pomeriggio la giornata spontiniana si è intersecata con un altro avvenimento, la riapertura del Teatro alla Scala. Infatti, Majolati ha aderito alle celebrazioni organizzate dall’Associazione Amici della Scala di Milano, fondata da Arturo Toscanini, con un testo augurale, con un concerto, con una memoria storiografica dei grandi eventi spontiniani, con una mostra che illustra i rapporti tra Spontini, la sua musica e il Teatro alla Scala.

       Nella chiesa di San Giovanni, annessa all’Ospizio Spontini, il coro polifonico David Brunori, diretto dal maestro Michele Quagliani e accompagnati al pianoforte dalla maestra Georgia Amadio, ha presentato un raffinato concerto di musiche spontiniane. Oltre alla cantata Borussia, sono stati presentati brani tratti dall’“Agnese”, da “Lalla Rukh” e da “La Vestale”. Lo spettacolo è stato degno dell’anniversario, le masse corali hanno dimostrato professionalità e una perfezione nell’esecuzione frutto di due mesi intensi di prove e sacrifici. Da notare anche la solista Marta Torbidoni che si è esibita in una romanza tratta da Lalla Rukh.

       Il Conservatore del Museo Gaspare Spontini, Marco Palmolella, ha illustrato i rapporti tra Spontini, la sua musica e il Teatro alla Scala, il tutto presentato attraverso una mostra documentaria allestita al museo ed un catalogo. Al di là dei significati contingenti, la mostra “Spontini alla Scala” è uno studio per conoscere personaggi ed eventi della storiografia spontiniana, per sapere quanto si è svolto nel nome di Spontini al Teatro alla Scala, un punto fermo nella storiografia spontiniana. Questo è uno studio settoriale, una tessera da unire nel mosaico di altri studi specifici, la base per una più precisa ricerca sugli avvenimenti spontiniani.

       Per non disperdere la fatica e le preziose informazioni raccolte, l’amministrazione comunale ha ritenuto di fissare in un pregevole catalogo l’iniziativa, offrendo il testo sia ai presenti, sia all’Associazione Amici della Scala di Milano.

Il sindaco Carbini e l’assessore alla Cultura Sandro Grizi hanno guidato i numerosi ed illustri ospiti alla visione della mostra dove si potevano ammirare cimeli rari, non solo per Majolati, ma anche per la storia del melodramma. Tra i vari cimeli segnaliamo le immagini del maestro Edoardo Vitale, una medaglia coniata per la prima recita all’estero del Teatro alla Scala avvenuta appunto all’Opéra di Parigi con “La Vestale” di Gaspare Spontini; la memoria de “La Vestale” del 1954, quella magica, diretta da Antonino Votto, con Maria Callas, Ebe Stignani, Franco Corelli e “La Vestale” di Riccardo Muti, quella filologicamente corretta che ha riportato l’opera nei suoi canoni originari.

 

                                                                                                                          Marco Palmolella

 

 

 

Festeggiato alla CNH il Family Day

 

Macchine per coltivare il mondo

Cinque anni di fusione “Case – New Holland”

 

       Oltre 4.000 persone nella mattinata di domenica 14 novembre hanno visitato gli stabilimenti della CNH per festeggiare, in quello che è stato definito il Family Day, il quinto anniversario della fusione dell’americana Case con la New Holland. Si è trattato di un’occasione per far conoscere da vicino ai familiari e agli amici dei dipendenti un’azienda leader incontrastata nel mondo per la produzione di macchine agricole. Numerosi bambini accompagnati dai genitori hanno reso l’atmosfera più allegra e festosa. Dopo il saluto del sindaco e del vescovo di Jesi siamo riusciti ad “agganciare” l’ing. Maurizio Gasparini, responsabile dell’Analisi del Lavoro, che si è gentilmente prestato a presentarci le caratteristiche della CNH, le cui origini risalgono al 1977:

       “L’azienda è in espansione. – ha dichiarato - Le previsioni per il 2005 sono incoraggianti: indicano il superamento della quota di 30.000 trattori prodotti nel 2004. Alla CNH lavorano circa cento impiegati e oltre novecento operai che si alternano in due turni, dalle 5 alle 13 e dalle 13 alle 21. Le donne rappresentano oltre il 25 per cento. Circa un centinaio di operai è assunto con contratto a tempo determinato tramite le agenzie di lavoro interinale. L’età media è di 30–35 anni e circa il 45 per cento degli operai ha un diploma di scuola media superiore. Ogni giorno vengono prodotti dai 130 ai 140 trattori, per ognuno dei quali si impiegano circa trenta ore di lavoro. I pezzi principali da assemblare provengono da Modena, dove c’è un altro stabilimento Fiat. Le gomme sono fornite da una ditta di Monsano.

       “La qualità e la sicurezza per noi sono al primo posto. Negli ultimi cinque anni abbiamo fatto grandi progressi. Nella sala medica, con un reparto di primo soccorso, è sempre presente un’infermiera per 8-10 ore al giorno e gli infortuni sono in calo costante. Nell’ultimo anno due reparti, cabine e trasmissione, non hanno registrato alcun infortunio. Anche la qualità è molto importante. Ogni trattore viene collaudato due volte: appena uscito dalla linea di fabbricazione ed in cabine apposite. In particolari aree dello stabilimento, dette “angoli della qualità”, si incontrano settimanalmente operai e tecnici per lo sviluppo di proposte di modifica. L’azienda è molto sensibile alle attività ricreative e gestisce al suo interno un circolo che si occupa di sport di squadra”.

       Ci è stato di grande aiuto per comprendere il funzionamento dell’azienda anche il direttore dello stabilimento dall’ottobre 2004, l’ing. Fulvio Manicardi:

       “Sono tre i tipi di trattori che produciamo e vendiamo in circa ottanta mercati, dal Nord America al Sud Africa, dal medio all’estremo Oriente: quelli a marchio Case (i più grandi, di colore rosso, con una forte tradizione di alta qualità), Steyr (color panna e rosso, di origine austriaca, i più ricchi di varianti, sofisticati e costosi) e New Holland (blu, caratterizzati da grandi innovazioni e prestazioni più spinte). La produzione è molto diversificata ed arriva fino ad una potenza di 100 cavalli, ma realizziamo anche trattorini larghi un metro per i vigneti.

       “Dopo cinque anni di duro lavoro in cui si è operato un rinnovamento senza precedenti e si sono stabilite sinergie tra mentalità, stili e strutture molto diversi, la CNH si è dimostrata leader incontrastato nel suo settore, tanto da ricevere più di ottanta riconoscimenti”.

      Verso la fine del percorso organizzato per il Family Day abbiamo visitato l’area dedicata alle attività sociali, dove sono esposti numerosi trofei sportivi. Qui i bambini hanno potuto gustare dello zucchero filato, farsi dipingere il volto in maschere pittoresche o mettersi alla guida di trattori (privi della chiave) e toccare i vari comandi, mentre i più grandi si sono soffermati a seguire un video esplicativo sulla CNH.

 

                                                                                                                 Cristina Franco

 

 

 

 

 

 

“La Torre della Guardia

dov’era e com’era”

 

      “Riavere e rivedere la Torre là dove era...” è il desiderio comune a tanti jesini che di essa serbano ancora un piacevolissimo ricordo mescolato al doloroso rammarico per la sua distruzione: sentimenti che fluiscono liberi e “svettanti” dalla griglia lessicale delle testimonianze riportate nella monografia La torre della Guardia di Jesi, pubblicata recentemente a cura di Augusto Onorati.

       In una pagina del diario del notaio Luigi Olmi, trascritta nell’opuscolo, si legge: 

1944 sabato 8 luglio, ore 10,35 “ ...Mentre aeroplani angloamericani volteggiano in alto, esplosioni con enorme fumo avvengono alla torre, e col dileguarsi del fumo, non riappare più la vetusta Torre, la quale ha così finito la sua secolare esistenza, non si sa ancora bene se sotto un aggiustato colpo di cannone o sotto bombe lanciate dagli aeroplani. Era stata edificata nel 1350 a guardia della città di Jesi e, sebbene non servisse più agli scopi per i quali era stata edificata, per la posizione esposta nella quale sorgeva, serviva a gran parte della popolazione delle Marche come punto di riferimento.

       La scomparsa di tale Torre cambia l’aspetto dell’orizzonte che siamo abituati a guardare fin da bambini, ed è per tutti un dispiacere come per la perdita di una persona cara”.

       In realtà, “furono i tedeschi a minarla”- racconta Marino Freddi, il quale, all’epoca e tutt’oggi, vive a duecento metri dal sito della Torre – “depositandovi alcuni secchi di dinamite...Con un tremendo boato la Torre prima si sollevò e poi crollò implodendo, sbriciolandosi su se stessa...Ricordo la gran folla che accorreva sotto la Torre la seconda domenica di maggio, dove si mangiava, si suonava, si cantava e si ballava fino a tardi”. Un ricordo forte come il desiderio, suo e della moglie, di rivederla ricostruita prima della morte...

       “A quei tempi non avevamo posti di divertimento”- conferma Secondo Carletti - “ la Torre e lo spiazzo intorno erano la nostra...discoteca!”

      Anche per gli ex “monelli”di Santa Maria del Piano - assicura lo storico e giornalista Giuseppe Luconi – la Torre era la meta più “gettonata”delle loro lunghe passeggiate. “Alla Torre si facevano i giochi propri dei ragazzi, tutti sui 10-13 anni, e ci si sfidava a chi fosse riuscito ad arrampicarsi più in alto, sulla Torre... Quando scoprimmo che la Torre non c’era più, fu un brutto colpo, per tutti...Sembrava impossibile, incredibile. La Torre faceva parte integrante del panorama, era qualcosa che ci apparteneva, da sempre...”

        A queste significative testimonianze si affiancano nella monografia , in una raccolta sistematica e ben articolata, doviziose informazioni storiche, disegni, foto, mappe e piantine d’epoca, quadri, poesie, progetti, modellini, articoli, lettere, documentazioni varie, che parlano e raccontano al lettore, con chiara franchezza ma anche con tanta speranza, di questa Torre  “brunastra, massiccia, severa”- come la descrive Cesare Annibaldi- “ che talvolta porta il capo velato di nebbia, tal altra si spicca libera sovra la nebbia che le lambisce il piede. Essa è tutta di terra cotta, di mattone...e ha il capo incoronato di merli...”

      Una Torre che, osservava lo storico Costantino Urieli, “ aveva resistito per circa 600 anni, sfidando fulmini, tempeste e la stessa usura del tempo...e che era destinata a segnalare, attraverso segnali ottici o acustici, alla città sottostante pericoli incombenti o richieste di aiuto. Da quell’alto colle inoltre, la Torre poteva comunicare anche attraverso un sistema di altre torri con gran parte delle Marche centrali dando o ricevendo l’avviso dell’avvicinarsi dal mare di flotte nemiche o sbarchi di pirati, come pure annunciando la presenza di eserciti avversari. Chiamava anche a raccolta le città alleate in momenti di emergenza...”

       Il desiderio di ricostruirla nasce con un articolo del giornalista Arrigo Cinti del 1950, nel quale egli ricorda, in particolare, quanto “ a quella torre eravamo e siamo tutti molto affezionati, non tanto perchè era per noi e per tutti un noto punto di riferimento, ma perchè intorno a quella torre c’era un po’, molta della storia di Jesi...”

       Tale desiderio percorre per lunghi anni sentieri impervi fino ad approdare, l’8 luglio di quest’anno, alla mostra storico-documentaria sulla Torre della Guardia di Jesi, promossa, alla Salara, con il patrocinio del Comune di Jesi e la collaborazione della Biblioteca Comunale, dall’Associazione Le Api, in occasione del sessantesimo anniversario dell’abbattimento.

       E infine si compatta nella stesura di questa prima monografia che si propone, tra l’altro, l’intento di diffondere la conoscenza storica della Torre affinchè “ il Comune di Jesi venga stimolato a fare qualcosa...” nonostante le obiezioni finanziarie poste dall’amministrativo.

       D’altra parte, pare che non sia la prima volta che la torre venga ricostruita. Nel 1992 Giuseppe Luconi scriveva: “...altre torri... sarebbero state costruite in precedenza, più o meno sullo stesso posto, fin dal tempo dei tempi”.

      In questo atto di ricostruzione della torre nelle diverse epoche è possibile leggere                                    la volontà e la consapevolezza degli “abitanti” di allora, di compiere non solo un gesto di difesa, ma anche, e soprattutto, un gesto di generosa offerta, ai giovani, della “ propria storia, gloria e identità”.

       “Non può negarsi che la ricostruzione rappresenti una viva aspirazione della cittadina di Jesi. – affermava nel 1961 il geometra  Raffaele Carbonari - Quella Torre per noi jesini rappresenta un’importante testimonianza della preminente vitalità storica dello Stato-Comunale degli antenati...”. Tanto più che tali ricostruzioni “sono pienamente potenziate dal diritto sancito dalle leggi che prevedono le ricostruzioni di guerra... Nella nuova Torre potrebbe essere installato un osservatorio di prim’ordine per qualsiasi genere di ricerche: ad esempio , la ricerca di quei dati meteorologici che oggigiorno sono basilari per qualsiasi studio tecnico e scientifico...” E, perchè no ?   Un museo... oppure un istituto geografico, risorsa preziosa per gli studenti di tutte le scuole... Magari!...E possibilmente... che sorgesse, ricostruito nelle stesse dimensioni e forma originali della torre, accanto agli amati ruderi…

                                                                                                                     Paola Cocola

 

 

 

 

Domenica 14 novembre per l'ingresso   nell'Ordo Virginum

 

UNA GRANDE "FESTA DI NOZZE" PER STEFANIA

 

       "Ma com'è che questa benedizione papale, chiesta con lettera del 25 settembre, non arriva ancora?". Così telefona il sottoscritto una decina di giorni fa all'"Ufficio Benedizioni" in Vaticano. "Per chi è?" - ribatte l'impiegato. Replico: "Per una ragazza che si fa .. .suora", rispondo a mia volta tagliando corto, supponendo che parlare di Or do Virginum fosse un po' complicato anche per quelle parti. "Allora la cosa si spiega - conclude l'addetto - : queste benedizioni si rilasciano solo per gli sposi e i gruppi di suore".

       Sta di fatto che dopo qualche giorno il Vescovo telefona dicendo che è arrivata a lui la "implorata benedizione" apostolica per Stefania, e che avrei dovuto leggerla alla fine del rito. Cosa che ho fatto in una cattedrale festosa e piena di gente, venuta per l'amicizia e la stima verso questa "giovane quarantenne" che si è consacrata al Signore in un modo nuovo e antico nello stesso tempo.

       Come mai, dunque, questa "concessione" da parte vaticana? Si potrebbe rispondere così: forse anche là hanno scoperto - come immagino sia accaduto a molti quella sera - che questo era un evento più "sponsale-matrimoniale" che "monastico-conventuale" (pur con tutta la stima per queste istituzioni).

       Diamo un'occhiata alle formule di preghiera e di consacrazione, come alla stessa denominazione dell' Or do in cui Stefania è entrata (per ora da sola). E' chiaro che si parla di "verginità". Ma non si trova neppure un accenno di disprezzo della sessualità e del matrimonio. Né si entra nell'Ordo per chiudersi in una superba torre d'avorio in nome di una astratta "purezza", né tanto meno per assecondare la moda dei "single" o di chi vagheggia come massimo traguardo di perfezione morale quello di "star bene con se stessi".

       Ecco invece al riguardo un passo significativo della preghiera pronunciata dal Vescovo, dopo la sempre impressionante prostrazione a terra della "consacranda", al canto delle litanie dei santi: " Tu, o Dio, hai fatto comprendere [a questa consacrata] che, mentre rimaneva intatto il valore e l'onore delle nozze...dovevano sorgere donne vergini che, pur rinunziando al matrimonio, aspirassero a possederne nell'intimo la realtà del mistero. Così tu le chiami a realizzare, al di là dell'amore coniugale, il vincolo sponsale con Cristo, di cui le nozze sono immagine e segno".

       Ecco la parola-chiave: non verginità-contro la sponsalità, ma verginità-nuziale, una verginità "oltre", che da senso e valore anche al matrimonio. Che San Paolo chiama "mistero grande" e lo fa immagine dell'amore fino al sangue di Cristo per la Chiesa, sua Sposa. E dove lo Sposo-Cristo non è un' Idea, né un Ideale, né un Mito, né soltanto un illustre Personaggio storico o un antico Fondatore di Religione. Lo stato verginale vuole proprio dimostrare a tutti che Cristo-Dio è persona viva, amore totale. Ecco allora perché al centro del rito è stata collocata la consegna dell'anello nuziale che Stefania porterà nella mano.

       Il Vescovo le ha detto: "Ricevi l'anello delle mistiche nozze con Cristo e custodisci integra la fedeltà al tuo Sposo". Altro segno: la presentazione al Vescovo della "lucerna accesa", che non può non richiamare la parabola delle vergini sagge che al grido notturno "Ecco lo sposo!" sono state pronte ad entrare con lui nella sala delle nozze.

       In un mondo dominato dalla sesso-mania, reazione uguale e contraria alla sesso-fobia di qualche decennio fa, le consacrate nell’Ordo Virginum, rimanendo nelle nostre parrocchie e con questa pubblica consacrazione, attestano che la verginità deve costituire un "valore" (si dovrebbe meglio dire: carisma) normale all'interno delle nostre comunità. E che l'atmosfera di quella pur piovosa serata (ma il proverbio dice forse "sposa bagnata, sposa fortunata"?) fosse più nuziale che monacale, lo hanno attestato i battimani, gli abbracci, gli auguri festosi di parenti, amici, parrocchiani, colleghi di lavoro, ragazzi del gruppo da lei animato.

       Non poteva mancare nemmeno il taglio di una grande torta alla fine di un festoso rinfresco-cena, con stornelli alla "sposa". Che ha voluto come "regali", offerte per l'Oikos e le Adozioni a distanza. Un segno anche questo di una verginità feconda di opere e di gioiosa testimonianza. Mancava solo il lancio del riso. Sarà per quella che seguirà, presto speriamo, il tuo esempio.

      Auguri, Stefania!

                                                                                                                                       don Vittorio

 

 

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Foto Candolfi