Anno LII - N°37
Domenica 28 Novembre 2004

Sommario

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Urbanistica - Prezzi e popolazione

 
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Musica per la pace

 

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Una triste realtà

 

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Le religioni di fronte al fenomeno del terrorismo

 

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Una "bomboniera" di squisiti manufatti

 

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Senza la domenica non posso vivere

 

 

Voce della Vallesina

Settimanale di informazione


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Urbanistica

 

 Prezzi e   popolazione

 

       L’assemblea popolare, nutritissima, organizzata dalla prima e seconda circoscrizione venerdì 11 nella sede di via San Francesco, ha registrato un garbato disaccordo tra me e l’amico Aroldo Cascia sulle linee da suggerire in merito all’edilizia residenziale in vista del prossimo Piano regolatore. Egli sostiene che va sostenuta, che la mancanza di appartamenti ha fatto lievitare i prezzi in modo anormale, che così allontaniamo le famiglie da Jesi che se ne vanno nei vicini paesi a portare là anche il loro contributo fiscale mentre a Jesi vengono per la lavorare e per usufruire dei servizi pagati dalla nostra comunità.

       Io ho ricordato, come già fatto presente in altre circostanze, che il territorio  urbanizzato di Jesi è decuplicato negli ultimi sessanta anni rispetto all’urbanizzazione precedente dai tempi dei romani alla seconda guerra mondiale. Uno sviluppo, oggi,  non determinato da effettiva necessità di appartamenti perché ce ne sono oltre 900 non occupati e perché le famiglie di Jesi sono molte di meno degli appartamenti esistenti. Uno sviluppo determinato dall’alta  domanda che nasce non da necessità abitativa, ma dal vezzo di investire pensioni e ricchezze varie nel mattone.

       Il privato fa il suo interesse, ma la comunità ci rimette perché si invade un suolo prezioso. Si cementifica per garantirsi un tesoro privato sicuro a danno del bene pubblico. Gli amministratori devono trovare il modo di scoraggiare un simile investimento. Né è vero che la mancanza di appartamenti (dato e non concesso) allontana le famiglie dalla nostra città. Jesi ha avuto oltre 41 mila abitanti  negli anni ’70.

       Poi, proprio in coincidenza con la prima ampia realizzazione dell’edilizia popolare di diversa origine, la popolazione ha incominciato a diminuire gradualmente e oggi siamo poco oltre i 39 mila. Né ci sarà alcun aumento significativo in avvenire anche se il Piano idea prevede 700 mila metri cubi di edilizia residenziale (140 appartamenti all’anno) perchè l’Istat (vedi internet), nelle proiezioni demografiche al 2020 (anno in cui dovrebbe scadere il prossimo Prg), per le Marche prevede, nella migliore delle ipostesi, la stessa popolazione di oggi (1.471.000) e nella peggiore, una diminuzione di 150 mila marchigiani.

       Naturalmente, la proiezione non è vangelo, ma ci sta a confermare che anche Jesi non aumenterà i suoi abitanti, nonostante l’abbondanza degli appartamenti.  I prezzi dei quali, almeno dagli anni settanta, sono stati sempre abbastanza superiori a quelli dei paesi della Vallesina. E lo saranno in avvenire perché, nonostante tutto, la domanda, per quanto detto e per altri motivi (città capoluogo di servizi per tutta la Vallesina) assorbirà ogni offerta. E 34 anni di tale realtà, nonostante cooperative, Iacp, Pep eccetera eccetera, devono pur insegnare qualche cosa.

       Se i paesi hanno aumentato la popolazione, caro Cascia, lo si deve principalmente alla loro attività produttiva che si è sviluppata in modo meraviglioso (come quella di Jesi). E non è un dramma se qualcuno ha la residenza a Monsano o a Moie e lavora a Jesi. Jesi è “capitale” che va vista in rete  con tutta la Vallesina. E poi vorrei proprio sapere quanti sono veramente i residenti fuori Jesi che lavorano a Jesi e quanti i residenti a Jesi che lavorano a Monsano, Moie, Serra San Quirico. Forse si tratta di un pari e patta. Dunque?

                                                                                                             V. Massaccesi

                             

  

 

 

 

 

Al Pergolesi

Musica per la pace

L’orchestra Nazionale Sinfonica Siriana

 

       “In Siria non è stato soltanto ritrovato il primo alfabeto ideato dall’uomo. Sono state scoperte anche le tracce della prima scrittura codificata della musica. Oggi si sta cercando di decifrarle, per eseguirle”. La dichiarazione è di Nahel Al Halabi, Prima Tromba dell’Orchestra Sinfonica Nazionale Siriana, compositore e musicologo. E’ un giovanotto dall’aspetto di un principe persiano che parla ottimamente la nostra lingua. Fa evidente riferimento non solo al famoso “alfabeto di Ugarit”, risalente al 1400 a.c.,  inciso su una tavoletta e conservato nel museo di Damasco, ma anche a testimonianze archeologiche non ancora note che hanno a che fare con l’arte dei suoni.

       Dunque la cultura musicale in Siria ha remotissime origini e oggi, all’avanguardia rispetto ad altri paesi orientali, ha voluto estendere i suoi orizzonti verso culture musicali occidentali. Segno di curiosità speculativa, di desiderio di confronto e di scambio, di disponibilità al dialogo nel nome dell’arte. Ecco dunque che la musica, il più universale fra tutti i linguaggi, può diventare una privilegiata messaggera di pace.

       Appunto con questo intendimento l’Orchestra Sinfonica Nazionale Siriana è venuta a Jesi, città inclusa in un’importante tournée italiana. E’ stata qui chiamata, il 15 dicembre, dalla Fondazione Pergolesi Spontini e dal Comune di Jesi in collaborazione con “Tam Tutta un’Altra Musica” e un lungo elenco di sostenitori. Con queste premesse il concerto si prefigurava come un evento artistico eccezionale, tanto più che l’orchestra presentava un’altra validissima credenziale. E’ stata diretta a Damasco dal maestro Riccardo Muti in un memorabile concerto.

      In primo luogo è naturale chiedersi quale musica venga eseguita dai sessanta componenti di questa orchestra che si presenta in un organico quasi tradizionale, prevalentemente di archi, nella quale sono inseriti anche alcuni fra i più tipici strumenti della musica colta siriana: il qanum, una specie di cetra da tavolo che produce un suono simile a quello del clavicembalo ma, a confronto, meno secco e più vario nella gamma sonora; il nay, un flauto semplice di canna da zucchero che, per rendere particolari effetti coloristici, richiede all’esecutore una notevole abilità virtuosistica; il bozouque, molto simile ad un antico liuto.

       Nay e bozouque sono stati ascoltati sia in brani espressamente composti da due autori contemporanei, siriano e libanese, che hanno messo in particolare risalto la specificità del loro suono. In una particolare elaborazione invece è stato presentato “L’Inverno” di A. Vivaldi, dove il qanum è riuscito a rendere molto suggestivamente il cadere di una pioggia gelida e intensa.

       Non meno sorprendenti sono state altre pagine, ugualmente di autori contemporanei, di un originale “jazz per orchestra”, o di ampio respiro, vigorose e con gran sfarzo di archi, o quasi sussurrate e meditative, o di sapore bucolico, o anche comprese di intima malinconia, uno dei caratteri dominanti di una musica di nobile fattura che però ha dimostrato di aver assimilato e fatto propri anche quelli di altre culture.

       Fra tutte, e pure a titolo d’esempio, possono essere ricordate “Ouverture” di Solhi Al Wadi (compositore nato a Baghdad!) e “Al Sham incontra l’Italia” di Nahel Al Halabi, entrambe in prima esecuzione mondiale. Ha diretto, con notevole competenza, il maestro Missak Baghboudarian. E’ di Damasco e ha al suo attivo numerose esperienze anche in campo internazionale.

       Dissolvendo qualsiasi diffidenza o pregiudizio culturale, questa “musica per la pace” ha lasciato pienamente intendere non solo la sua universalità e la sua pregevole qualità artistica, ma anche la sua fruibilità e l’alta finalità del messaggio che ha inteso implicare.

                                                                             Augusta Franco Cardinali

 

 

 

 

 

 

Contrappunti

Una triste realtà

 

       I potenti di ogni epoca, in tutto il mondo, - per le eccezioni avanzano e di molto le dita di una mano - hanno sempre "arrotondato" il loro patrimonio con la carica da loro ricoperta. Succede ed è successo nei paesi ricchi ed in quelli poveri, in quelli a regime capitalista come in quello comunista. Non c'è forse da scandalizzarsi troppo. Lo sanno tutti. Quello che più comunque sconvolge è che  tutti lo accettano, o sembrano di accettarlo, come un fatto normale. Ceausescu o Bokassa, non fa differenza. L'ultimo in ordine di tempo è quello di Yasser Arafat, morto l'11 novembre scorso.

       Uomo di pace, premio Nobel (1994), o terrorista: ognuno lo ha descritto secondo la propria visione politica, anche lui usato per "portare acqua al molino" di casa sua. I palestinesi, si sa vivono e sono vissuti con gli aiuti che sia i Paesi islamici sia quelli europei, compresi gli Stati Uniti, versano all'Autorità Nazionale Palestinese: un interminabile fiume di denaro che avrebbe dovuto far ben vivere, se non ricco, ogni palestinese.

       Qual'è  invece la realtà che anche la Tv ci fa conoscere ogni giorno? Una povertà diffusa, quasi estrema, in un contesto di servizi che non rispecchiano affatto il denaro che arriva da tutto il mondo. Dove finisce tutto questo denaro, o almeno la maggior parte di esso? Qualche giornale lo ha scritto nei giorni scorsi, ma all'interno dove pochi lo hanno letto. Già da diversi anni comunque già lo si scriveva, ma quasi di soppiatto, senza alcun rilievo. Finiva nei conti di Arafat soprattutto e negli uomini vicino a lui. Per la gente, per i poveri palestinesi, solo le briciole di un ricchissima mensa.

       La rivista "Forbes", specializzata nel settore, pone nella sua lista annuale, Arafat al sesto posto fra i re, le regine e i despoti più ricchi del mondo. Si è scritto che hanno ritardato la sua morte perché si doveva trovare un accordo tra la moglie Suha e le autorità palestinesi sul patrimonio del raìs morente. Si è parlato di un patrimonio personale di 20 miliardi di dollari.

       L'ex "economo" del Fondo Nazionale Palestinese ha raccontato che "per dodici anni ho depositato mensilmente sette milioni di dollari sul conto personale di Arafat". L'accordo tra Suha ed i funzionari palestinesi, come hanno scritto non tutti i giornali, è stato trovato così: rivelando tutti conti e le proprietà del marito, Suha ha ricevuto in cambio una sostanziosa "buonuscita" di 20 milioni di dollari una tantum di liquidazione, più 35 mila dollari al mese. Nei quattro anni rimasta a Parigi, ne ha ricevuti dal marito 200 mila al mese.

       Ora Arafat, nella sua tomba di Moqata a Ramallah, è pronto forse a diventare un "mito" per tutti i rivoluzionari del mondo, come lo è diventato Che Guevara: peccato che quest'ultimo non ha avuto il tempo di "farsi un buon patrimonio" come l'amico Fidel Castro. E tutti lo hanno fatto nel nome dei poveri, dei senza terra, dei senza nazione, dei desesperados, che si proponevano di riscattare, di quelle masse che forse erano e sono (?) all'oscuro delle cause, non tutte, della loro povertà.

       Ovviamente, si dice, la colpa non è dei pochi che rubano il denaro e gli aiuti loro inviati, ma di agenti stranieri e delle strutture capitalistiche internazionali. Arafat certamente non doveva, né altri come lui debbono essere per forza un "morto di fame", esimersi però dallo speculare alla grande sul sangue e sul pane dei propri concittadini dei quali voleva, e si vuole, essere il liberatore o il leader: questo sì lo doveva fare, ma non lo ha fatto; ed altri come lui non lo hanno fatto, non lo fanno e non lo faranno. Perchè questo discorso non interessa ad alcuno. Più interessanti, come sempre le analisi politiche che riempiono la bocca ed i giornali, mentre libere e più ovvie, e da tutti - in concreto - condivise rimangono le vie per riempirsi le tasche.

       Quanto poi a far conoscere queste cose, lo si fa per lo più se è politicamente conveniente. Una triste realtà che tutte le "denunce" del mondo non riusciranno a cambiare, perché quello di far soldi, e molti, è un desiderio di tutti, pronti ad invidiare chi ci riesce e a "perdonare" chi lo fa se è coperto e garantito ideologicamente. Spesso da una parte sola.

                                                                                                                Riccardo Ceccarelli

 

 

 

Le conferenze del Meic

Le religioni di fronte

al fenomeno del terrorismo

 

        “Le religioni di fronte al fenomeno del terrorismo”. Questo il titolo dell’ultima conferenza promossa dal Meic (Movimento ecclesiale di impegno culturale) di Jesi e tenuta dal prof. Vittorio Massaccesi il 9 novembre scorso a palazzo Ripanti. Il terrorismo si distingue, già nelle sue definizioni, sia dalla violenza che dalla guerra e si configura, secondo il sapere Treccani, come “metodo di lotta di gruppi rivoluzionari che, contro un regime e contro un governo, tentano di piegare gli avversari con il ricorso sistematico a violenze intimidatorie”.

        Secondo il prof. Massaccesi “il terrorismo è viltà, disperazione, eroismo”; difficile capire e giudicare le ragioni profonde che animano i suoi protagonisti perlopiù spinti da “grandi ideali religiosi, che poi collimano con quelli politici”. Spesso dalla “disperazione” più nera che porta chi non ha più niente da perdere al desiderio di uccidere con la propria vita.

       Ma come e quali possibilità di attecchimento ha il fenomeno del terrorismo nell’humus teologico delle varie religioni? Tracciando alcuni aspetti delle principali fedi, da quella induista alle tre religioni del Libro, il relatore ha messo in evidenza la cultura della vita tipica del cristianesimo, il rispetto dell’esistenza e la sua strenua difesa che collimano fortemente con l’idea di terrore.

       Un’attenzione particolare è stata invece dedicata all’Islamismo e ad alcuni passi coranici, luoghi di una potenziale legittimazione degli atti terroristici. Ma, ha voluto sottolineare il prof. Massaccesi, “le religioni tutte respingono il terrorismo”. Alla relazione è seguito un lungo dibattito. Il rapporto tra identità ebraica e identità islamica e la visione della guerra difensiva presente nel Corano, sono solo alcuni degli spunti di riflessione emersi.

 

                                                                                                                     Lucia Romiti

 

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La mostra permanente dell’Aido

 

Una “bomboniera” di squisiti manufatti

 

       Colpisce forte al passaggio la vetrina della mostra permanente dell’Aido (associazione italiana donatori organi), sita in un locale di vicolo delle Grazie, concesso gratuitamente da Gianni Mancinelli.

      Fa casa, fa antico, fa festa lo scintillio immacolato dei merletti, l’arcobaleno sfumato dei ricami, la processione di intriganti fori negli intagli, che animano tendine, centrini, canovacci, salviette e bavaglini, sacchetti profumati e graziosi vestitini indossati da bambole piccine; e perfino quadri e orologi da muro.

       Una “bomboniera” di squisiti manufatti confezionati da un gruppo di signore, anche giovani, coordinate da Fiorenza Baiardi, esperta del settore, che offrono il loro lavoro per procurare i fondi necessari all’attività “vitale” dell’associazione, fondata a Jesi da Walter Bendia nel 1976 con l’intento di aiutare, nella morte di una vita, la nascita di una nuova vita.

       “La cosa buffa è che a volte ci chiedono di acquistare anche i mobili, donati sempre da cuori generosi, su cui vengono disposti i lavori; e allora devo rifare l’esposisione aiutandomi con dei cartoni che rivesto di stoffa”, racconta visibilmente contenta e grata Fiorenza Baiardi. E aggiunge “La mostra non ci aiuta soltanto a trovare i fondi necessari, ma è anche un importante polo di attrazione e diffusione della cultura stessa della donazione. Quest’anno, grazie all’intensa attività delle numerose associazioni presenti nella regione, le Marche si sono classificate al primo posto in Italia per il trapianto di organi”.

                                                                                                                Paola Cocola

 

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“Senza la domenica

non possiamo vivere”

 

       “Vi ringrazio per il vostro prezioso servizio che rendete con amore e dedizione ai bambini e ragazzi delle vostre parrocchie. E’ bello incontrarsi, ogni anno, per vivere questo momento insieme e ricaricarci per iniziare un nuovo anno pastorale, con la prima domenica di Avvento”: così il Vescovo si è rivolto ai numerosissimi catechisti ed educatori che domenica 21 novembre hanno accolto il suo invito, che si ripete oramai da venti anni, di ricevere il Mandato diocesano in Cattedrale.

       Il Vescovo ha incentrato la sua omelia sul tema “Senza la domenica non possiamo vivere”: è la domenica il giorno per eccellenza delle parrocchie in cui ci si ritrova attorno alla mensa dell’Eucaristia. In un mondo sempre più secolarizzato, che prova a svuotare la domenica del suo significato religioso originario, i cristiani, soprattutto operatori pastorali, educatori e catechisti, devono saper cogliere gli aspetti positivi del nuovo modo di vivere della gente e lavorare perché questo giorno torni a essere “il giorno del Signore”.

       Durante la celebrazione del Mandato i presenti hanno riconosciuto di essere un dono divino di vita e di amore, che la Parola di Dio è luce ai loro passi e che senza di lui non possono vivere. A tutti il Vescovo e don Mariano Piccotti hanno consegnato il fascicolo del nuovo anno pastorale “Senza domenica non viviamo”. Il coro parrocchiale di Monsano ha animato il canto mentre al servizio liturgico ha collaborato un gruppo di ministranti delle diverse parrocchie.

        La celebrazione è stata preceduta da un incontro formativo sul significato artistico della nuova porta del Duomo dopo il quale don Mariano, responsabile dell’Ufficio catechistico Diocesano, ha illustrato alcune proposte per una catechesi sulla Porta. La catechesi sulla bellezza, iniziata con il percorso di Emmaus, si arricchisce così di questo nuovo gioiello di arte e fede della Chiesa diocesana

 

                                                                                            Beatrice Testadiferro.

 

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