Anno LII - N°38
Domenica 5 dicembre 2004

Sommario

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Spiccioli fuori corso

 
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I meeting del Lions Club

 

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L'ultimo cordaio incontra i bambini

 

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La professione solenne a Moie - Fra Gianluca Quaresima

 

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Rosa Stronati, croce d'oro Avis

 

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La conferenza della prof. Gioia

 

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La "Cavata delle zitelle" - un ponte tra passato e futuro - San Paolo di Jesi

 

 

Voce della Vallesina

Settimanale di informazione


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Contrappunti

Spiccioli fuori corso

 

        Da anni è risaputo che Eugenio Scalfari, il fondatore del quotidiano La repubblica, oltre ad essere un grande giornalista, nutre forti interessi per la filosofia e la teologia. Lo testimoniano alcuni suoi libri ed anche la rubrica “Il vetro soffiato” che tiene sul settimanale L’espresso, ed anche le risposte che fornisce nella rubrica “Scalfari risponde” su Il venerdì di Repubblica.

       Tra l’aver interessi per la filosofia o la teologia e l’essere filosofo o teologo, credo che vi sia qualche differenza. Eppure dalle risposte che il grande giornalista propina ai suoi lettori questa differenza sembra proprio non esserci: Scalfari si ritiene anche “teologo”; che sia poi più o meno grande, non so se è nell’ordine della sua autocomprensione come quella inerente  alla professione giornalistica.

       Ad una lettrice che esponeva le ragioni e le modalità della sua fede cristiana Scalfari risponde: “Lei infatti si richiama alla dottrina, alla storia della Chiesa, alle encicliche e ai dogmi. Ma in quella dottrina, in quella storia, proprio perché bimillenaria, c’è tutto e il contrario di tutto. Perciò non bastano a definire il Dio in cui crede un cattolico del XXI secolo. Quanto ai dogmi, il difetto sta nel fatto che essi, una volta formulati ex cathedra, sono intoccabili e diventano inevitabilmente, col passare dei secoli, foglie secche e gusci vuoti, lontani e comunque inefficaci sulla libera coscienza dei credenti” (Il Venerdi di Repubblica, 19 novembre 2004, p. 13).

       Il “teologo” ha parlato, si è pronunciato con sicurezza, meglio con sicumera. Ha confuso la storia della Chiesa con la dottrina e i dogmi cui credono i cattolici. Il “credo” che recitano quanti partecipano a messa, la domenica, è lo stesso professato dagli Apostoli poco meno di duemila anni fa e dai cristiani in questi venti secoli, caro maestro; quanto vi si dice non è un cumulo di “foglie secche e gusci vuoti” ma l’essenzialità del messaggio cristiano invariato pur anche nella tormentata storia bimillenaria della Chiesa. Ed in questa essenzialità, non “c’è tutto e il contrario di tutto”, ma una proposta che sfida i secoli e che i credenti hanno fatto propria fondandosi sull’esperienza storica di Gesù di Nazaret e su quella dei suoi testimoni diretti.

       Sulla storia della Chiesa potremo discutere quanto si vuole, come per ogni altra storia, non confondiamola però con il “messaggio”, anche se questo storicamente ci è stato trasmesso, come lo è tuttora, da persone immerse nella storia e nel proprio tempo. Sono contenuti questi ed idee che vengono proposti ed insegnati  nel catechismo; scrivere diversamente e passare per credibili come “teologi” perché lo si è come “giornalisti”, penso non sia la cosa migliore.

       Ovviamente ciascuno può esprimere le sue convinzioni, la sua “credenza” e la sua “religione”, come scrive Scalfari nelle ultime righe della sua risposta; rimangono però la “sua religione”, la “sua credenza”, in sintonia con le affermazioni da lui delineate che tuttavia non rispondono nella maniera più assoluta alla “verità cristiana”.

       Spiccioli di teologia fuori corso. C’è tanta confusione sotto il cielo, che ognuno è abilitato - da giornalista più o meno grande - ad essere storico, teologo, filosofo, sociologo, politico. Basta avere un nome affermato e garantito in un settore, per fare passare con lo stesso nome e con la medesima professionalità anche le affermazioni più diverse che poi non reggono alla prova dei fatti.

       Intanto però il “nome famoso” fa passare messaggi sbagliati, quanto meno imprecisi. “L’ha detto Lui, vuoi che non sia vero?”. Avere interessi e coltivare la filosofia o la teologia non giustifica tranciare giudizi da filosofi o da teologi. Per certi argomenti, più che i pregiudizi o una conoscenza superficiale, occorrono severi approfondimenti e non approssimazioni ma soprattutto una grande libertà interiore ed una massiccia dose di umiltà. Difficili a trovarsi sul grande mercato della stampa.

                                                                                               Riccardo Ceccarelli

 

 

 

 

 

I meeting del Lions Club

 

L’economia nelle Marche: moderato ottimismo

Ne hanno parlato dirigenti di Banca Marche e Banca Popolare di Ancona

 

       Il Lions Club di Jesi ha dedicato il meeting del 26 novembre ad un tema di primissimo piano: “Andamento dell’economia nelle Marche”. Lo hanno trattato il dott. Mauro Lancione, dirigente della Banca delle Marche, e il dott. Luciano Goffi, dirigente della Banca Popolare di Ancona.

       Ha indagato oltre i confini definiti dall’argomento il dott. Lancione che ha inizialmente presentato un quadro  della congiuntura economica nell’area dell’euro e in Italia. I dati che ha riferito si riferiscono ad un esame del primo semestre di quest’anno, relativi ai consumi, alle esportazioni, all’interscambio commerciale in Italia, rapportati ai dati corrispondenti di altri paesi, non solo europei.

     Non sono molto confortanti. Nel nostro Paese, se pure lievemente rafforzata, la crescita economica risulta nettamente al di sotto di quella media d’Europa, soprattutto a causa del debole aumento delle esportazioni e di una stasi della produzione industriale. Soltanto gli investimenti in macchinari, attrezzature e mezzi di trasporto hanno fatto registrare qualche segnale positivo. Sulla spesa al consumo non sembra aver inciso sensibilmente il rialzo del prezzo del petrolio, ma tariffe elettriche e gas non sono al momento valutabili.

      Altri dati riguardano l’occupazione, che è aumentata del 0,6 per cento, nonostante il ristagno dell’attività produttiva, grazie alla maggiore flessibilità del mercato del lavoro. Se tuttavia il tasso di disoccupazione tende ancora a diminuire, i differenziali territoriali continuano ad essere notevoli.

       Quali prospettive si apriranno per il futuro? Una limitata espansione dell’economia mondiale causata da incertezze e tensioni politiche, come pure il fluttuante mercato del greggio, si riverbereranno inevitabilmente sull’economia europea e nazionale. Non mancano tuttavia segni di ripresa. Gli investimenti delle imprese nel primo semestre di quest’anno hanno realizzato un aumento di fatturato rispetto al 2003. Una limitata competitività sul mercato interno comporterà un incremento delle importazioni e un’accelerazione del prodotto interno lordo. Anche gli investimenti in attrezzature, macchinari e mezzi di trasporto dovrebbero continuare in positivo ad evolversi.

       Quali strategie politiche adottare in questa situazione economica minata da incertezze e instabilità? Occorre risanare i conti pubblici, contenere il tasso di aumento delle spese, recuperare basi imponibili per ridurre le rendite da evasione e da elusione. Interventi strutturali potranno contenere le spese nel settore sanitario; provvedimenti straordinari e finanziamenti adeguati potranno accelerare la realizzazione di opere pubbliche, implicando anche il coinvolgimento di iniziative private. Se poi una riduzione delle imposte non inciderà sul disavanzo e risulterà sostenibile altri effetti positivi potranno verificarsi, poiché l’alleggerimento del carico fiscale per le imprese agevolerà la loro crescita e l’innovazione tecnologica. Colmare carenze, incoraggiare la produttività e la competitività grazie ad azioni concordi della politica, delle parti sociali e delle imprese potranno riuscire ad allontanare il pessimismo e a favorire una ripresa economica.

                                                             ***

      Abbastanza incoraggiante è per il dott. Goffi la situazione economica delle Marche, regione che ha sempre avuto nelle difficoltà una tenuta maggiore rispetto ad altre. Negli ultimi tre anni il prodotto interno lordo è cresciuto, anche se di poco, e risulta al di sopra della media nazionale. Lo stesso dovrebbe avvenire nel futuro, se pure altrove si registra un maggiore ritmo di produzione.

       Passando, negli ultimi cinquant’anni, da un’economia prettamente rurale a un’economia manifatturiera, le Marche hanno avuto uno sviluppo meno massivo, ma più qualitativo. Che cosa oggi regge ancora l’economia della nostra regione? Anche se il mercato interno quest’anno ha subito una flessione, le esportazioni coprono il 45 per cento circa contro una media nazionale del 30 per cento circa, con una crescita del 12 per cento. Sono infatti diminuite quelle verso gli Usa, ma sono stati trovati nuovi mercati di sbocco verso l’Europa centro orientale. I settori che maggiormente esportano sono quelli meccanico – elettrodomestici in particolare – abbigliamento, calzature e mobili, tutti ad alta intensità di manodopera.

       Altra considerazione: esiste nelle Marche una miriade di imprese mediamente piccole. Per imprenditorialità diffusa saliamo al quinto posto in Italia, al ventiduesimo in Europa. E’ una caratteristica che sottintende spirito di iniziativa e intraprendenza, ma anche un individualismo che rende difficile la creazione di sinergie. La delocalizzazione, attuata negli ultimi anni, è servita soltanto a tamponare una situazione problematica.

      Più necessario è ora puntare sulla qualità per vincere la competizione economica e avviare una nuova stagione di sviluppo, ha concluso il relatore. Occorre però per questo la collaborazione di tutti, di imprenditori coraggiosi e di banche che riqualifichino le offerte di credito.

       Anche se l’incontro si è protratto fino a tarda ora, alle due prolusioni hanno fatto seguito diversi interventi che, dando atto dell’interesse suscitato, hanno fatto anche emergere la proposta di organizzare prossimamente un nuovo meeting con gli imprenditori della regione.

 

                                                                                   Augusta Franco Cardinali

 

 

 

 

 

 

Seguiamo il filo… della nostra storia

 

L’ultimo cordaio incontra i bambini

Dalla matassa di canapa la magia del filo che piano piano si compone

 

       Con voci fresche e sbarazzine, liberate dalle note de “‘L piccolo cordaro”, i bambini delle classi quarte della scuola elementare “Monte Tabor”, assieme ai bambini dell’ultimo anno della scuola dell’infanzia “Gola della Rossa”, entrambi dell’Istituto comprensivo “Carlo Urbani” di Jesi-Santa Maria Nuova, hanno accolto, lunedì 22 novembre in palestra, nell’ambito del progetto Seguiamo il filo... della nostra storia, uno dei pochi cordai, se non proprio l’ultimo, rimasto a Jesi.

       Non era di tanto più grande di quei bimbi che cantano per lui giorni “difficili e facili” di un passato oggi quasi incomprensibile, Pietro Montesi, cordaio già a quattordici anni, e per ben vent’anni, finché la meccanizzazione diminuì drasticamente la domanda di corde nelle campagne, nei trasporti, nelle costruzioni e in altri settori.

        Come a quei tempi, con la matassa di canapa alla cinghia, Pietro compie la magia del filo che pian piano si compone, fluendo dal mucchetto biondo, sbuffante e stranamente odoroso che s’avvolge sulle girelle azionate dalla ruota, provvista di una cinghia, che gira per mezzo di un volante (una manovra di solito riservata ai ragazzini... in questa circostanza, alle maestre che improvvisano una ruota di fortuna...)

       E ancora, come a  quei tempi, la mano grande e ruvida dell’uomo mette nelle mani piccole e morbide del bimbo i “fili” di un’arte tutta da imparare: braccine si tendono a tenere forte i capi che Pietro fa scorrere e gorgheggiare tra le girelle per formare il nombolo. Due fili, un nombolo; quattro nomboli intrecciati, una corda.

       La diversa quantità di fili e nomboli decide la grossezza di una corda...e l’uso... una allegra serie di saltelli, in questo caso, è proprio quello che ci vuole per dimenticare la “fatica”...!

 

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                                                                                                           Paola Cocola

 

 

 

 

La professione solenne a Moie

 

Fra Gianluca Quaresima

 

       “Ma chi glielo ha fatto fare?” Con questa domanda il confratello che guidava la celebrazione ha introdotto la cerimonia per la professione solenne di Gianluca Quaresima nella Chiesa Cristo Redentore a Moie sabato 26 novembre alle ore 18. Una domanda semplice ma provocatoria. Una domanda che probabilmente in tanti si sono fatti quando hanno saputo della scelta di Gianluca. Una scelta senza alibi, senza scorciatoie, “senza se e senza ma”, come si direbbe in politichese. Una scelta totale, sulle orme di Francesco di Assisi. Una scelta convinta di amore, di serenità, di pace e disponibilità verso i fratelli. E tutto questo traspariva dal volto e dal sorriso di Gianluca al termine della cerimonia. Ed allora in molti hanno trovato la risposta alla domanda del confratello.

       E’ stata una cerimonia vissuta come una vera festa, con la chiesa gremita, con tutta la famiglia dell’ordine dei cappuccini stretta intorno ai genitori Quinto ed Elena che hanno affidato al Parroco Don Gianni il loro messaggio … per paura di essere traditi dall’emozione. Hanno confidato con sincerità la loro perplessità, i loro dubbi, quando è maturata la scelta del loro unico figlio sul quale avevano riposto le loro aspettative per un futuro diverso ed ora invece erano lì a dire, tramite la voce di Don Gianni, quanto fossero contentissimi di quella scelta.

       Una scelta maturata a poco più di 25 anni, dopo aver interrotto prima gli studi universitari e  poi l’esperienza lavorativa come operaio nello stabilimento della Merloni Elettrodomestici di Albacina. Ed anche per questa esperienza il campo di apostolato che attende Fra Gianluca sarà proprio il mondo del lavoro e quello dei giovani.

E’ stata un festa che Moie aspettava da anni. Dalla consacrazione a suora di Gloria Conti, anche lei presente alla cerimonia. Con un affettuoso abbraccio ai genitori di Davide Brunori, per quello che avrebbe potuto essere ma non è stato, perché nei suoi imperscrutabili disegni il Signore, proprio dieci anni fa, ha richiamato Davide a se prematuramente mentre aveva iniziato il percorso per la vita consacrata.

La cerimonia è iniziata con la processione dei tanti confratelli che hanno accompagnato Gianluca in Chiesa, con il coro che ha sottolineato con maestria i momenti più significativi.

Toccante l’omelia del ministro provinciale Padre Gianni Pioli che ha spiegato il valore e la ricchezza dei tre fondamenti della scelta di Gianluca: povertà, castità ed obbedienza.

Grande gioia nell’abbraccio a Gianluca da parte di ognuno dei confratelli cappuccini dopo che lo stesso ha pronunciato le parole con cui sceglieva di essere frate per tutta la vita.

Ancor più toccante il momento in cui Gianluca è salito all’ambone per il saluto, a conclusione della cerimonia. Ha ringraziato tutti i presenti e gli amici, alcuni dei quali non vedeva da anni, i due Parroci Don Gianni Giuliani e Don Aldo Anderlucci, visibilmente commossi, che sono stati per lui importanti punti di riferimento per la maturazione della sua vocazione. Ha ringraziato il coro che lo ha aiutato a pregare meglio ed, infine, il ringraziamento più importante, quello ai genitori. Per averlo accompagnato nel suo cammino ma soprattutto perché per lui è stato facile imparare ad amare avendo loro come riferimento perché “mamma e papà hanno un cuore grande così …” ha concluso Gianluca, allargando le braccia in un gesto che esprimeva con tutta la sua efficacia il senso delle sue parole. E l’applauso prolungato che ne è seguito è stato forse meno intenso di quanto avrebbe potuto perché … molti erano impegnati con i fazzoletti a contenere gli effetti della commozione.

Il Parroco Don Gianni, insieme al suo precedessore Don Aldo, hanno concluso la cerimonia donando a Fra Gianluca un quadro con l’immagine della Madonna delle Moje per appenderlo nella sua cameretta e per poterla così pregare insieme.

La festa per Fra Gianluca si è poi trasferita nei locali sottostanti la Chiesa Cristo Redentore per un momento conviviale con tutti i confratelli, gli amici, i parenti ed i tanti parrocchiani. E tra le tante testimonianze di vicinanza, di condivisione e di affetto quella del Gruppo di Volontariato Carmelo nel Mondo in cui è impegnato Quinto, il papà di Gianluca, con l’augurio di superare definitivamente gli attuali problemi e riaverlo presto a coordinare i lavori per il prossimo Presepe Vivente di Moje.

 

 

  

 

 

 

Rosa Stronati, Croce d’Oro Avis

 

Una vera cittadina benemerita

Un messaggio forte e chiaro: se c’è chi ha bisogno di sangue,

deve esserci anche chi il sangue lo dona

 

      Quando un donatore di sangue raggiunge le cento donazioni, per l’Avis è un giorno di festa. Quando il donatore è donna, la festa è ancora più grande, perché, diversamente dall’uomo, la donna può donare solo due volte l’anno e raggiungere un traguardo così importante è segno di altruismo convinto e dedizione incrollabile.

      Nella storia dell’Avis Comunale di Jesi le donne che hanno conquistato l’ambito traguardo della Croce d’Oro sono pochissime: l’ultima era stata Vera Sabatini il 6 giugno 1982; in precedenza Ida Catani e Assunta Vecci il 25 maggio 1969; prima ancora Mazziniana Paoletti Mancini il 26 maggio 1976.

       In occasione della prossima Giornata del Donatore sarà Rosa Stronati (Rosella, per gli amici) ad essere insignita della Croce d’Oro e della Cittadinanza Benemerita. Rosella, nata il 6 agosto 1940, donò per la prima volta il 2 marzo 1967 e per la centesima il 24 novembre di quest’anno.

       Su 1.375 donatori dell’Avis Comunale di Jesi, le donne sono appena 334 ed hanno un’età media di 36 anni (contro i 41 degli uomini). I 1.375 donatori rappresentano appena il 3,47 per cento del totale della popolazione (le donne appena l’1,62 per cento). Le fredde statistiche valgono ad evidenziare che i donatori sono pochi e con un’età media elevata: questo significa, da un lato, che i nostri donatori hanno raggiunto una stabilità ed una sicurezza sanitaria notevole ma, dall’altro lato, significa anche i giovani sono piuttosto disinteressati ai bisogni della società in cui vivono.

       In occasione della centesima donazione, Rosella si è dichiarata molto felice di essere riuscita ad effettuare un numero così elevato di donazioni di sangue, perché significa che in vita sua ha avuto la grande fortuna di godere sempre di ottima salute. Rosella (che è vicepresidente dell’Avis Comunale di Jesi e, quindi, ben informata delle problematiche) ha centrato il nocciolo della questione: il donatore di sangue non solo deve godere di ottima salute, ma ha anche la possibilità di esserne certo, perché i controlli cui è sottoposto gli permettono di affrontare la vita in tutta tranquillità.

       Il messaggio che Rosella grida a tutta la città è forte e chiaro: se c’è chi ha bisogno di sangue, deve esserci anche chi il sangue lo dona, perché esso non si fabbrica, non si estrae dal sottosuolo, non cade dal cielo, non si spreme da un frutto, non si coltiva in terra; il sangue scorre nelle nostre vene e solo noi possiamo donarlo. Se c’è chi è così fortunato da poterlo fare, egli ha l’obbligo morale di donare il sangue: solo gli irresponsabili credono che il sangue sia sempre disponibile; gli altri (tanti, ma non abbastanza) sanno che, se il sangue è disponibile, è perché ci sono persone come Rosella che pensano anche per loro.

        Grazie Rosella, vera cittadina benemerita.

                                                                                                 Paolo Marcozzi

 

 

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La conferenza della prof. Gioia

 

L’alba della poesia italiana

Una lettura affascinante corredata da una analisi

testuale rigorosa  del “Cantico di Frate Sole”

 

       Nella chiesa di San Nicolò il 28 ottobre, in occasione della mostra fotografica “Le pietre raccontano…”, la prof.ssa Adele Gioia, maestra di formazione spirituale dell’Ordine Francescano Secolare di San Pietro Martire, ha delineato l’origine della poesia italiana ed ha dato una lettura affascinante, corredata da  una analisi testuale rigorosa del “Cantico di Frate Sole” di San Francesco di Assisi.

       Dopo una interessante esposizione del contesto  storico–sociale, che ha visto sorgere intorno al mille linguaggi parlati, documentabili solo attraverso frammenti giunti occasionalmente fino a noi, come il “Placido Capuano“ (960 d.C. – prima testimonianza scritta in volgare), la relatrice ha parlato della personalità di Francesco e della sua conoscenza dei linguaggi neolatini d’oc e d’oil più adulti dei volgari italiani e quindi più raffinati e già poesia.

       Anche se il latino resta la lingua unitaria in tutta l’Europa per la trasmissione della cultura, il nascere di linguaggi diversi, tra cui il volgare, è indice di una trasformazione anche sociale e segna la ripresa della vita nelle città, l’emergere dei ceti più umili, il rifiorire dei commerci, dell’artigianato, delle arti e il diffondersi di fermenti religiosi che esercitano un richiamo su tutti i ceti.

 

Francesco,  giullare di Dio

 

       In questo contesto nasce in Assisi nel 1182 Francesco, figlio di Pietro Bernardone e di Madonna Pica. Dotato di un temperamento musicale che lo portava a ritmare, sensibile alla bellezza, entusiasta, fantasioso, trascinatore e leader, dopo la conversione Francesco affina queste doti giovanili che diventano mezzi per realizzare una nuova evangelizzazione, indispensabile per una società caratterizzata da violenze, rivalità, odi, dissolutezze e grandi squilibri sociali.

       Ecco allora Francesco inserire la sua predicazione, il suo esempio, il suo pregare, le sue lodi, usando un linguaggio accessibile ai dotti che lo parlavano e agli altri per i quali era l’unico mezzo di comunicazione. Quindi una nuova evangelizzazione perché i principi evangelici si incarnavano nel tempo e linguaggio nuovo perché comprensibile a tutti.

 

Cantico di Frate Sole

 

       Questo è il contesto sociale culturale e personale nel quale nasce il “Cantico di Frate Sole” (o Cantico delle Creature) databile all’inverno 1224-25 circa due anni prima della morte di  Francesco e composto dopo una notte di sofferenze più atroci delle altre. Al mattino, narra la leggenda perugina, Francesco dice ai suoi compagni: ”Per la contemplazione mia e del mio prossimo voglio comporre una lauda al Signore per le sue creature”. Compone anche la melodia andata però perduta.

       Il canto, al solo ascolto, rivela una forza sonora immaginifica di grande impatto. Pur riecheggiando i testi latini sacri (Salmi), possiede una sintassi, un ritmo, una costruzione chiaramente volgari. Francesco adotta un linguaggio parlato (volgare umbro), lo ingentilisce, gli dà un ritmo seppur libero, un andamento poetico di grande suggestione sonora. Usa un genere, “la lauda” che è al suo rozzo inizio, gli conferisce decoro e lustro e crea un filone che dopo di lui si sviluppa, dando addirittura origine al teatro sacro.

       Lo stile non conosce artifici, accorgimenti tecnici voluti, né preziosismi. Stile paratattico che si arricchisce solo di alcune proposizioni relative. L’aggettivazione è ricchissima ma essenziale e comunicativa. La struttura è circolare: Dio è l’uomo al principio e alla fine; sullo sfondo però l’uomo è sempre presente, destinatario e beneficiario di tutto il creato. Larga visione cosmica, dal macrocosmo al microcosmo, dall’alto in basso, attraverso i quattro elementi essenziali (aria, acqua, fuoco, terra), da cui tutti gli altri derivano secondo la visione medioevale.

       Suggestione delle immagini, della musica, forza dei sentimenti, sonorità irregolare e perciò immutabile,abbandono contemplativo ed ardore predicativo, sguardo di dimensioni cosmiche che abbraccia tutto il creato e si eleva al Creatore in una lode gloriosa che sa comprendere anche il soffrire umano.

       Tutto questo ed altro è il “Cantico delle Creature” che illumina come “messer lo frate Sole …bellu e radiante…cum grande splendore” l’alba della poesia italiana e, restituendoci contemporaneamente la personalità di San Francesco, ci dà la misura della sua ricchezza interiore, dell’appartenenza al suo tempo ed anche della sua attualità.

 

                                                                                      Maria Antonietta Angeloni

 

 

 

 

 

A San Paolo di Jesi

La “Cavata delle zitelle”

un ponte tra passato e futuro

 

      Mercoledì 1° dicembre si è tenuto a Jesi, presso l’Agenzia NoiCultura, la presentazione del progetto “La conquista della dote, come si diventa da zitella a single”.

Progetto dal titolo senza dubbio originale, che si propone come indagine sull’evoluzione della figura femminile, dei luoghi, e degli oggetti a lei più comuni. Questa “conquista” della dote è collegata alla ben più nota festa della “Cavata delle zitelle”, che ogni anno si organizza a San Paolo di Jesi, evento dalle radici antichissime, risalenti addirittura al 1702.

       Perché quest’anno la manifestazione del paese si affianca a questo progetto che prevede conferenze, mostre, iniziative rivolte alla tematica della dote?

       Mi risponde Sandro Barcaglioni, vice sindaco e assessore alla Cultura di San Paolo: “Quest’anno l’evento ha ampliato i suo orizzonti; si tratta di un progetto finanziato dalla Provincia nell’ambito di Leggere il ‘900, progetto che appunto vuole analizzare la conquista della dote nel tempo. Ci saranno esposizioni di attrezzi d’epoca, tanti piccoli riferimenti agli usi, alla cultura, alle tradizioni femminili. E chiaramente a come questi si sono evoluti. È per il nostro Comune di un’enorme soddisfazione questa festa, unica in campo nazionale. Il 4, il 5 e l’8 dicembre, in concomitanza con la manifestazione folkloristico-culturale della cavata delle zitelle a San Paolo prenderanno il via una serie di eventi, quale la nona edizione del premio di poesia “Verdicchio in versi” (il 5 dicembre - ndr) e presso Palazzo Bassi si terrà una mostra di pittura pure riferita al premio di poesia”.

       Mi spiega Riccardo Ceccarelli, assessore alla cultura del Comune di Monte Roberto, che questa festa ha dietro di sé un importante background storico. Nel 1702 moriva infatti don Anton Giacomo Agabiti, parroco del paese, il cui testamento prevedeva lasciti a favore delle ragazze senza adeguata dote, “zitelle” come allora venivano chiamate. Ecco dunque la necessità di questa analisi della figura della donna nella società dal ‘700 ad oggi, a cui si affianca anche una mostra “i luoghi della donna”, aperta dal 4 dicembre fino al 6 gennaio.

      Tornando all’8 dicembre, invece, a San Paolo ci sarà la conclusione di tutti gli eventi con la presentazione di ragazze dai 18 ai 28 anni, e dopo la cerimonia solenne con la Messa e la sfilata per le vie del paese, verrà di nuovo riconfermata la volontà testamentaria di don Agabiti, con un lascito di un milione di lire alle ragazze che non avranno figli prima di nove mesi dalle avvenute nozze.

      Importante segnale, questo, che ci dimostra come sia possibile conciliare l’oggi con la tradizione, e quanto quest’ultima, se valorizzata, se riletta in chiave moderna, possa essere ancora fortemente sentita ed attuale

 

                                                                                          Giorgia Barboni