Anno LII - N°40
Domenica 19 dicembre 2004

Sommario

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Il Natale del Signore regali tanta speranza ad ogni persona

 
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Il presepio fuori della porta

 

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La polemica sul presepio - Come rispettare la propria e l'altrui identità

 

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Contrappunti - Lettera a Gesù Bambino

 

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Un libro di Nella Ginatempo - La pace è possibile

 

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Settanta chef di tutto il mondo alla scuola di Alta Cucina di Jesi

 

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Pubblicate le nuove "Tabulae" della Fondazione Federico II

 

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Festival Intrecci

 

 

Voce della Vallesina

Settimanale di informazione


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Il Natale del Signore regali

tanta speranza ad ogni persona

 

     “Un bambino è nato per noi”

       Accogliamolo con amore. Egli sta cercando ancora una volta alloggio nel nostro cuore di cristiani. Che non si ripeta quanto accadde a Betlemme, dove dovette nascere in una grotta, perché non c'era posto nell'albergo.

 

       Tira aria pesante in questi tempi nel mondo: il terrorismo dilaga su scala internazionale con stragi e lutti quotidiani, mentre la violenza fisica sta diffondendosi in non poche città e nei nuclei familiari in crisi. La vita personale, questo dono bellissimo di Dio, sembra diventare ogni giorno più rischiosa ed imprevedibile. E' facile prendere atto di una grave mancanza di speranza, per cui l'umanità, nonostante i suoi progressi tecnologici, pare destinata a respirare la tristezza. Non pochi giovani sembrano incapaci di gioia e si rifugiano alla ricerca di forti emozioni nelle discoteche e nella droga, senza lo sprint per la risposta al senso della vita.

 

       Per questo godiamo e gridiamo forte il Buon Natale!

 

       Siate pazienti, rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina".

       Gesù Cristo è nato per far rinascere il mondo. Anche dopo le notti più lunghe, le tenebre non prevarranno e rispunta luminosissimo e caldo il sole. E se Dio si fa dono per noi anche noi dobbiamo farci dono, non solo scambiandoci doni, ma pensando e operando verso quanti fratelli di turno sono in difficoltà di coraggio, di pane, di amore, di casa, di salute!

 

       Riempiamo tutti le nostre chiese nella notte santissima del Natale....ma appena si fa giorno con il cuore pieno di letizia portiamo a tutti il dono straordinario della nostra fede e della nostra speranza con perseveranza e con amore.

 

                                                                                                                  + P. Oscar, Vescovo

 

 

 

 

 

Il presepio

fuori della porta

 

       Al posto d’onore, quest’anno in prima pagina la natività che i Mastri Presepai jesini hanno allestito nella chiesa di San Savino. La scelta non è casuale, perché è un presepio che ha tutte le carte in regola per stare in prima fila ed anche perché… se il vento del nuovo millennio preme un po’ più sull’acceleratore, può capitare che anche i presepi di casa nostra vengano messi…alla porta. Si registrano infatti, qua e là nella Penisola, avvisaglie di insofferenza: episodi isolati, destinati a restare tali, assicura qualcuno; per altri sono invece la punta dell’iceberg….

      In un futuro improbabile ma non impossibile potremmo sentire in tv e leggere sui giornali che nel nuorese un pastore con barba e mantello è stato diffidato perché somigliante a San Giuseppe; alla periferia di Mazzangrugno uno scout è stato trovato in possesso di un re magio: suo padre è iscritto ora nel registro degli indagati; nello scantinato di un edifico diroccato alla periferia di Molfetta sono state rinvenute tracce di vellutina e una mangiatoia di cartapesta: la polizia ha fermato due presunti presepai….

      Non credo che si arriverà mai a tanto. Vero è, però, che tutti dicono di amare i bambini, ma qualcuno ama un po’ meno il Bambinello. Noi continuiamo a volergli bene, anche se è un bambinello di duemila anni. E continuiamo ad accoglierlo ogni fine anno nella piccola mangiatoia di coccio del nostro presepio. Che è un piccolo presepio, con la capanna di sughero, il bue e l’asinello di gesso, e poi i pastori, gli angeli, la cometa…Piccoli grandi personaggi che ci aiutano a riflettere, a ragionare, a capire che con un po’ di buona volontà si può essere  più sensibili, più  tolleranti, più generosi; che si deve avere più rispetto: per le minoranze. E anche per le maggioranze.

                                                                                                                                    gi elle

 

 

 

 

 

 

La polemica sul presepio

Come rispettare la propria e l’altrui identità

      Integrazione è arricchimento non eliminazione

           

Negli ultimi giorni è scoppiata la polemica sui presepi che il nostro collaboratore Ceccarelli ricostruisce in forma serena e garbata identificandosi con un credente di oggi che scrive a Gesù (vedi  a  pag. 5). In sostanza in alcune scuole d’Italia, dove è percentualmente rilevante la presenza di alunni musulmani, gli insegnanti hanno deciso di non fare il tradizionale presepio e di non insegnare i tradizionali canti natalizi per non offendere la diversa fede degli immigrati, che normalmente non coincide con quella cristiana.

Trattasi di un comportamento da non sottovalutare non tanto perché viene coinvolta e umiliata la tradizione cattolica, quanto perché i promotori manifestano una preparazione culturale povera e una confusione tra identità culturale e rispetto delle opinioni altrui.

Ogni popolo ha una sua cultura ( storia, tradizioni, arte, lingua, religione, costumi, economia ecc) che lo distingue da ogni altro popolo. La differenza  può essere modesta, ma può essere anche molto rilevante, grazie proprio alla differenza più o meno marcata dei fattori che costituiscono la fisionomia – l’identità – di ciascuna etnia.  Oggi, più che nel passato, grazie al fenomeno dell’immigrazione, l’Italia si trova ad avere un numero sempre maggiore di alunni ( circa 250.000) di diversa cultura rispetto alla nostra. Essi hanno una loro identità, una loro caratteristica generale che, sotto certi aspetti, li differenzia non poco dalla nostra identità. Vedasi in particolare la lingua, la religione, l’economia, la storia, gli usi e costumi. Ciò vale in modo particolare per i musulmani data la loro rilevante presenza e la loro fedeltà alla loro identità.

* * *

Il problema è questo. Le diverse identità che si trovano a  convivere vanno annullate in nome di una superiore sintesi e integrazione o vanno rispettate in modi e tempi da definire? Chi elimina i simboli dell’una delle due identità punta ad annullarle, tende a cancellare il passato culturale di un popolo. Il presepio è un semplice simbolo che esprime, nel suo piccolo, nella sua infinitesimale esistenza, una tradizione religiosa: il ricordo visibile e affettuoso di un grande avvenimento storico-religioso. Che un miscredente non accetti e valorizzi questo simbolo, è del tutto comprensibile. Che un docente cancelli questi simbolo perché non facente parte della cultura di un altro popolo è gravissimo. Primo, perché dimostra l’ignoranza culturale del docente stesso. Secondo perché attenta all’ identità del suo popolo in forza di un errato concetto di rispetto delle credenze altrui. Terzo perché pone le premesse per esigere che anche chi convive con altra identità, rispetto alla nostra, abbandoni prima o poi i suoi simboli.

* * *

Tale e tanta è stata la reazione negativa di un tal comportamento che gli stessi Imam ( i “predicatori” della religione musulmana) si sono meravigliati e hanno ricordato, tra l’altro, che il Corano più volte parla di Gesù (sia pure come semplice profeta), di Maria, degli apostoli ecc. Del resto è noto che le due religioni hanno come unico capostipite Abramo.

Due civiltà che convivono non devono elidersi a vicenda. L’integrazione non va intesa come l’una assorbente l’altra, ma come l’una arricchente l’altra sul piano conoscitivo, storico e di sviluppo del dialogo e del rispetto reciproco.

Infatti altre scuole, con docenti che hanno la testa sulle spalle, hanno valorizzato sul piano conoscitivo, il Ramadam musulmano conclusosi tre settimane fa e oggi valorizzano il Natale con i suoi simboli e con la sua storia.

                                                                                    Vittorio Massaccesi

                                                                                                   vitt.mass@libero.it      

 

        

 

 

Contrappunti

Lettera a Gesù Bambino 

 

  Caro Gesù Bambino,

         è la prima volta che ti scrivo una lettera in occasione del tuo Natale dopo quelle lettere che mi invitava a scriverti, oltre cinquant’anni fa, la maestra delle elementari. Oggi lo faccio non per prometterti di “essere più buono” (tanto so che non saprei onorare del tutto la promessa), quanto per chiederti scusa e, direi anche, perdono. A livello strettamente personale lo farò con chi hai delegato a garantirci la tua misericordia; provo invece a farlo per quanto sta accadendo (non dappertutto per fortuna!) in questo nostro mondo.

       Non mi riferisco alla pace e alla giustizia sempre invocate, ma sempre sistematicamente vilipese, perché vogliono essere la pace e la giustizia inventate esclusivamente dagli uomini; mi riferisco prima di tutto proprio al Natale, staccato dalla tua persona.

       Celebriamo il Natale e spesso dimentichiamo - anche noi cristiani – che si tratta della tua nascita. Ci vergogniamo di ricordarti perché dobbiamo avere rispetto per quanti non ti riconoscono, musulmani in particolare: per non offendere la loro religione e favorire la loro integrazione. Così abbiamo provato a cambiare, in un canto natalizio il tuo nome “Gesù”, con la parola “Virtù”, perché ha detto l’insegnante di religione, “Virtù racchiudeva tutti valori che stavamo insegnando”.

        Non abbiamo avuto il coraggio di celebrare, per la stragrande maggioranza dei bambini cattolici, la “Messa dei bambini”, perché alcuni bambini di altra religione non vi avrebbero partecipato. Per “rispetto” loro, in diverse scuole invece di altri e più tradizionali testi natalizi si è fatto recitare ai bambini la favola di Cappuccetto Rosso, perché, è stato detto, “quella recita mette in scena i valori natalizi della fratellanza e della pace”.

       Altro che il tuo nome, Gesù, la tua nascita e la tua presenza nel mondo! Cappuccetto Rosso promuove i valori natalizi della fratellanza e della pace. E poi diciamo di celebrare il Natale. Ma di chi è questo Natale? Di Cappuccetto Rosso! Tanto anche Babbo Natale porta il cappuccio rosso… Altro che Gesù!

       Sempre in nome della multietnicità poi, in molte scuole “si è scelto di “disertare” la tradizione natalizia di fare il presepio in segno di rispetto per tutti gli alunni che hanno una fede religiosa diversa”. In altre, invece, hanno costruito “il presepe in maniera parziale: sì alle casette, le pecorelle, la lavandaia, i pastori eccetera, ma no a Maria, Giuseppe e naturalmente Gesù Bambino”.

       Ti chiedo scusa, Gesù, per tutto questo. Invece di annunciarti, come tu prima di andartene, ci hai invitato a fare, noi, per rispetto di chi non ti conosce o non vuole conoscerti, ti cancelliamo dal nostro vocabolario, dalla nostre tradizioni, dalla nostra storia, quasi provassimo vergogna di essa e di te.

       Le cose che ho scritto, caro Gesù, non l’ho inventate, si possono leggere sui giornali di questi giorni “natalizi”, e non nei Paesi islamici, ma da noi, in Italia, in Europa, dove celebriamo il Natale, cercando di non far riferimento a Chi è nato. Forse non ti meraviglierai più di tanto, se in questo continente hanno voluto cancellare duemila anni di storia dove, senza la tua nascita e la tua parola diffusa lungo i secoli, la stessa storia sarebbe stata veramente “altra”. I tuoi stessi di casa sembrano vergognarsi di te per meglio accogliere gli altri.

       Lo so, caro Gesù Bambino, che non sono i canti di natale, il presepio o la recita, che fanno il tuo Natale. È che stiamo cancellando il riferimento alla tua persona. Senza di te, sarà il natale di nessuno, come già purtroppo è diventato. Un’occasione esclusivamente commerciale, un appello generico ad una “bontà” indistinta ed accademica. Senza di te, sarà il Natale di Nessuno, di quel nessuno e di quel Niente che siamo diventati e del quale andiamo orgogliosi. Vanamente.

                                                                                     

 

                                                                                              Riccardo Ceccarelli

                                                                                                 

 

 

 

 

Un libro di Nella Ginatempo

La pace è possibile

(se si è tutti d’accordo)

L’autrice alla Salara del Palazzo della Signoria

 

       Un mondo di pace è possibile se, tutti insieme, si dice no alla guerra, se si rifiuta comunque e in ogni caso la scelta strategica di governare il mondo con la guerra perché, finché si giustifica la guerra, non si risolve la guerra che si fa con la complicità dei governi che vogliono imporre il potere imperiale. Con questa ipotesi, il libro della sociologa e attivista all’interno del movimento pacifista, Nella Ginatempo, presentato alla Salara nel mese di novembre, ricostruisce il cambiamento avvenuto nella società contemporanea rispetto ai concetti di pace e di guerra, indagandone le ragioni politiche, economiche e sociali che lo hanno determinato, permettendo così l’avvento drammatico di una guerra infinita... infinita fino a quando non sarà accolta radicalmente e con decisa universalità, una nuova visione del mondo e dei rapporti sociali ed economici.

       Il mondo è ancora in guerra; il mondo è alla quarta guerra mondiale, una guerra globale permanente, cominciata sul piano militare col bombardamento di Baghdad da parte della coalizione alleata degli Stati Uniti e autorizzata dall’Onu nel 1991, cioè dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989 e come forma specifica del Nuovo ordine mondiale instauratosi a seguito dell’era della guerra fredda ( terza guerra mondiale).

Una  guerra globale permanente che è proseguita fino a oggi, 2004, anno della nuova Guerra del Golfo, dopo essere passata attraverso la guerra umanitaria in Iugoslavia, la guerra al terrorismo in Afghanistan e la guerra d’Israele nei territori palestinesi, alternandosi alle forme endemiche in Asia, Africa e America Latina, terre da sempre vittime del capitalismo globalizzato.

     Una guerra devastante e pericolosamente insidiosa poiché scavalca i limiti imposti, un tempo, dalla presenza della superpotenza nemica della guerra fredda (l’Urss), limiti che avevano almeno impedito il coinvolgimento bellico di tutti i continenti, tra cui l’Europa e l’Onu, che aveva giuridicamente bandito la guerra.

       “Oggi gli Stati Uniti – sostiene la Ginatempo - abbandonando una visione fondata sul loro primato in una prospettiva multilaterale delle alleanze politiche tra i Paesi capitalistici, sono pervenuti a una visione del mondo e a un tentativo di governo del mondo fondato sull’unilateralismo della propria superpotenza e sull’uso senza limiti della guerra come strumento di dominio. Coinvolgendo tutto il mondo, hanno cominciato una guerra preventiva che non ha come obiettivo la pace, ma la continuazione della guerra con ogni mezzo, per via di motivi profondi legati alla crisi sistemica del capitalismo globalizzato”.

      Tuttavia, tale guerra ha avuto degli effetti a sorpresa: il primo è dato dal nascere di un’opposizione sociale di massa che sta prendendo sempre più piede. In effetti, il movimento pacifista, che era entrato in crisi perché scoraggiato dalla violazione del dettato costituzionale che ripudia le guerre, oggi sta recuperando forza e fiducia sotto la spinta della consapevolezza dell’opinione pubblica che ha scoperto il volto vero, il volto armato della globalizzazione, e quindi della guerra globale che è essenzialmente economica, politica, sociale.

       Il secondo, dalla conseguente ingovernabilità del paese occupato, dovuta alla resistenza popolare che si sta conquistando uno spazio tra il terrorismo degli occupanti e quello degli attentati delle centrali terroristiche. È risultato impossibile governare il mondo con la guerra globale. Un mondo di pace è possibile solo se si dice “ No alla guerra senza se e senza ma”, anche perché qualunque ricorso alla guerra per difendersi dagli attacchi dell’Impero sarebbe inutile perché impari.

       La quarta guerra mondiale – conclude l’autrice - è espressione di una gigantesca crisi di civiltà da cui è possibile uscire solo cambiando visuale, mettendosi dalla parte del resto del mondo oppresso, dalla parte di quei quattro quinti dell’umanità che sommano alla disperazione del vivere quotidiano, quella delle atrocità  della guerra.

 

                                                                                                        Paola Cocola

 

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In via Federico Conti

Settanta chef di tutto il mondo

alla Scuola di Alta Cucina di Jesi

Una delle tre scuola del genere in Italia

 

       Il primo ristorante di cucina marchigiana aperto a Tokyo, settanta chef di tutto il mondo a Jesi, cinquanta ristoranti italiani “in rete”, due mesi e mezzo di corso intensivo e un anno di perfezionamento sono alcuni dei numeri dei primi due anni di attività della Scuola di Alta Cucina, istituita in via Federico Conti a Jesi.

       Il direttore, Gianfranco Mancini, ci ha raccontato, soddisfatto ma con altri traguardi da voler raggiungere ancora, come è impostata la scuola con corsi completi per gli allievi che, giunti da Giappone, Stati Uniti, Canada, Brasile, India, Estonia, Inghilterra, Olanda e Israele, devono imparare prima la lingua italiana per poi seguire le lezioni dei diversi chef (uno ogni due giorni) che insegnano la cucina della propria regione.

       Una attenzione tutta particolare è dedicata non solo alle tecniche di cucina, dunque, ma anche a rifare il palato degli studenti. Nel mondo, infatti, la cucina italiana è presente in molti ristoranti ma con prodotti di scarsa qualità: la scuola di Jesi vuole far conoscere i sapori dei prodotti naturali, freschi, delle erbe aromatiche che gli allievi possono distinguere e raccogliere in montagna.

       Spesso, continua Mancini, noi italiani e marchigiani, ci vergogniamo di noi stessi, ci sentiamo inferiori rispetto agli altri: la scuola nasce proprio dal desiderio di confrontarsi e valorizzarsi. In Italia ci sono solo altre due scuole di cucina di questo tipo, in Piemonte ed in Emilia Romagna. Una realtà in crescita, che sta collaborando con la facoltà di Economia di Ancona, che sta suscitando l’interesse dei produttori e che merita una stretta collaborazione da parte degli enti pubblici.

                                                                                          Beatrice Testadiferro

 

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Pubblicate le nuove “Tabulae”

della Fondazione Federico II

 

Miscellanea federiciana

 

         Grazie al contributo della Fondazione della Cassa di Risparmio di Jesi e del ministero dei Beni e delle Attività Culturali, alla fine del mese di novembre sono state pubblicate le Tabulae n.32 curate della Fondazione Federico II Hohenstaufen di Jesi.

       Il volume in primis presenta “La cultura al tempo di Federico II”, testo della conferenza tenuta dal prof. Franco Cardini nel giugno scorso all’Università Politecnica di Ancona. Al di là del titolo della sua dissertazione, il prof. Cardini, insignito nel settembre scorso del Federichino 2004 per la Storia medievale, data l’ampiezza dell’argomento, si limita al tema del rapporto tra la ricerca scientifica e la Magna Curia federiciana. Il prof. Cardini evidenzia, a partire dal X secolo, l’importanza del debito nei confronti del mondo islamico. Fitta è la carrellata dei dotti dell’epoca, europei, arabi ed ebrei, che vengono fatti riscoprire in tutta la loro grandezza.

       Segue del prof. Imanuel Geiss, già ordinario di Storia all’Università di Stoccarda, “L’identità dell’Europa. Una analisi storico–politica”, conferenza tenuta nel marzo 2004 nell’ambito del progetto Invito all’Europa, sulla base di un suo saggio che apparirà su “Intrecci nella storia e nella cultura italo tedesca” di Ferruccio Ferria Contin, socio della Fondazione.

       La prof.ssa Anna Laura Trombetti Budriesi, vincitrice del Premio Internazionale Federico II nel 2000, è invece autrice del saggio “La caccia dei re dell’alto Medioevo”, estratto dall’introduzione all’opera premiata. Lo studio si addentra nell’affascinante mondo venatorio, in età altomedioevale solo parzialmente inteso da re ed aristocratici come ludus, cioè passatempo, diversivo, come accadrà invece nei secoli del pieno e del basso medioevo. Nell’epoca più remota la caccia era un modo per dimostrare ai sudditi la prestanza fisica ed il coraggio indispensabili all’adempimento delle proprie funzioni.

       È del prof. Marco Montori, giovane docente di Storia e Filosofia nei licei, “La cavalleria occidentale”, testo della conferenza tenuta lo scorso aprile nella Pinacoteca di Jesi insieme ai più alti esponenti dell’Ordine Militare di Malta.

       Le Tabulae includono anche “Vento di soave…ultima possanza”, breve saggio di Franco Ferretti, giovane studioso che qui fonde la storia e i costumi del suo paese natale, Monte San Vito, con la vita e la personalità di Federico II. Il dott. Eros Pirani è invece l’autore di “Markward d’Anweiler ed il suo tentativo di infeudare le Marche durante la minorità di Federico II.”. Per motivi puramente editoriali il saggio è stato diviso in due parti, la seconda delle quali sarà pubblicata nelle prossime Tabulae.

       Chiude il libro una nuova rubrica dedicata ai personaggi del tempo di Federico II, dal titolo …Chi era? a cura di Bern M. Seelor, pseudonimo sotto il quale si cela un noto scrittore che preferisce mantenere l’incognito. Hermann von Salza, Gran Maestro dell’Ordine dei Cavalieri Teutonici, prezioso collaboratore dell’Imperatore, inaugura questa interessante presentazione di antiche ed illustri personalità. Egli fu un monaco cavaliere dalle eccezionali capacità politiche, diplomatiche ed organizzative e rimase fedele a Federico II per oltre venti anni.

 

                                                                                                    Cristina Franco

 

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Festival “Intrecci”

 Reportage di un’apocalisse

 

       Un soggetto di particolare interesse è stato considerato con il terzo spettacolo del Festival ‘Intrecci’. E’ andato in scena il 4 dicembre al San Floriano “Reportage Chernobil”, un testo teatrale tratto dal libro ‘Preghiera per Chernobyl’ di Svetlana Aleksievic. Quello che può essere definito come il più grande disastro ecologico del ventesimo secolo, rimosso tuttavia troppo presto dalla memoria collettiva, è raccontato da due donne che ne hanno vissuto le tragiche conseguenze: Ljudmila, moglie di uno dei pompieri accorsi per spegnere l’incendio esploso nella centrale nucleare, e Valentina, moglie di uno degli 800 mila uomini incaricati di “liquidare le conseguenze dell’incidente”.

       A cuore aperto, ma con lucida oggettività e rigore scientifico, tutto viene raccontato con vivide sequenze narrative e filmate in un serrato crescendo di drammaticità. Ciò che essenzialmente emerge è che allora furono in tanti a sbagliare: per orgoglio e presunzione, per ignoranza e superficialità, per disinformazione e ingenuità. Persino per amore: è questa infatti la sconvolgente verità rivelata nella confessione di Ljudmila che, per aver voluto a tutti i costi assistere suo marito fino alla morte, colpita anche lei dalle radiazioni perderà la bambina che ha in grembo.

       Roberta Biagiarelli, bravissima, è stata l’unica protagonista e coautrice del testo con Simona Gonella. Lo spettacolo offre spazio a molte considerazioni. Se è vero che allora tutti sbagliarono, tutti dovrebbero prenderne ora coscienza, riconsiderando le conseguenze di quella catastrofe per evitare che un’altra simile non si ripeta. Tutti quindi, a titoli diversi e in modi diversi , dovrebbero  contribuire alla soluzione dei problemi relativi all’ambiente, evitando strumentalizzazioni e faziosità. E’ infatti da tenere in conto che errori anche gravissimi nei confronti di nostra madre terra sempre ne sono stati commessi.

       Lo sfruttamento intensivo delle risorse del pianeta, quale ad esempio la distruzione dissennata di boschi, ha prodotto stravolgimenti ecologici tali da far scomparire intere civiltà. Occorre dunque imparare a governare con saggezza e lungimiranza la terra, non a violentarla.

 

Il regno dei ragazzi di strada

 

      L’ultimo evento del Festival è stata la presentazione al San Floriano  il 6 dicembre del romanzo, edito dalla Rizzoli e fresco di stampa, ‘Nel regno di Acilia’ di Marco Baliani, attore teatrale e cinematografico, autore di diversi libri e regista. Intervistato da Lucilla Niccolini, Baliani ha parlato della sua opera, la cui storia è collocata negli anni ’50 e ambientata in una borgata romana di periferia, al confine tra campagna e città. In questa terra di decantazione degli emarginati quattro ragazzini, in uno dei quali si identifica lo scrittore stesso, vivono esperienze che li condurranno alla conquista di una maturità dura, forte e amara, ma consapevole.

       Del libro, che per genere appartiene ad un “neorealismo magico”, Marco Baliani ha letto alcune pagine in cui con stile incisivo e pregnante egli descrive e staglia immagini e personaggi. Lucilla Niccolini ha osservato che dal romanzo potrebbe essere tratto il soggetto di un film per il cinema o per la televisione. Una traslazione però che richiederebbe uno speciale impegno, ha osservato l’autore. La parola scritta difficilmente riesce infatti a tradurre la valenza della muta, ma viva e significante gestualità.

                                                                        Augusta Franco Cardinali