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Anno
LIII - N°1 Sommario
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Settimanale di informazione
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Messaggio
di Mons. Vescovo
Vincere il male con le armi dell’amore I
regali di Natale e le espressioni verbali di augurio non bastano più.
Accogliamo l'appello del Papa ad essere cristiani visibili e protagonisti
nel compiere il bene in un mondo sempre più complesso e contraddittorio. Non serve
descrivere l’esistenza del male e delle sue
manifestazioni che feriscono la famiglia umana; i massmedia e i telegiornali ci pensano con abbondanza quotidianamente a
raccontarci le mille forme di violenza, dalle guerre infinite alle
tragedie familiari.
La violenza è un
male inaccettabile, che mai risolve i problemi. La pace fra le persone e
nel consesso dei popoli è il risultato di una lunga e impegnativa
battaglia, vinta quando il male è sconfìtto dal bene. E il male non è "una forza
anonima”, ma passa
attraverso la libertà umana e ha sempre un volto e un nome: il volto e
il nome di uomini e di donne che liberamente lo scelgono.
Per confermare la validità del suo appello il Pontefice ricorre alla “grammatica
della legge
morale universale", che impone di
impegnarsi sempre e con responsabilità per far si che la vita delle
persone e dei popoli venga rispettata e promossa.
San Paolo scriveva
questa esortazione ai Romani, quando era imperatore Claudio e poi Nerone... convinto che la legge morale il Signore l'ha stampata nel cuore di
ogni uomo.
Dunque il bene, compiere sempre il bene! E il bene nasce dall'amore, si
manifesta come amore, è orientato all'amore. E' indispensabile
convincersi e ricordarlo ogni mattino che tutti noi, persone, famiglie,
gruppi, associazioni, città, regioni, stati e la comunità dei popoli e
delle nazioni siamo coinvolti nella ricerca costante del bene di tutti,
come se fosse bene proprio.
Nessun uomo, nessuna
donna di buona volontà si sottragga a questo impegno di lottare per vincere con il bene il male con le armi dell'amore. Perché
per il bene e la pace del mondo, l'unica strada da percorrere è
la strada del comandamento dell’amore.
+
P. Oscar, Vescovo
Convenuti
in Argentina da ogni dove
I Rossetti a congresso Don Anselmo – Mons. Anselmo Rossetti – ha attraversato l’Atlantico per portare un pezzo d’Italia e di Jesi al primo grande incontro di famiglia. Si sono ritrovati insieme, infatti, oltreoceano quattrocentocinquanta membri della grande casata dei Rossetti originari della nostra città. Un avvenimento che ha avuto risonanza anche sulla stampa argentina.“Epoca”, periodico locale gli dedica spazio all’interno del giornale con richiamo in prima pagina: “Primer encuentro argentino-italiano” della “familia maravillosa como son los Rossetti”. “Epoca” sottolinea, fra l’altro, la partecipazione all’incontro del “Director del Departamento de Filosofia de la Universidad de Perusia, el Catedratico en Filosofia Livio Rossetti” e del “Sacerdote Catolico Mons. Anselmo Rossetti, de 82 anos de edad” che ha celebrato “la Santa Misa en la Capilla Santa Rosa de Lima, en Gobernador Echague, a las 20 Hs el Viernes 17 de Dicembre”. Non poteva non essere presente, all’incontro, anche il nostro settimanale (vedi foto).
A raccontarci
quell’incontro è il prof. Livio Rossetti, che ringraziamo anche da
queste colonne.
(gi elle) Se, con riferimento all'Argentina, proviamo a portare il discorso sulla provincia di Entre Rios, già ci perdiamo: dire che è la provincia situata tra il rio Paranà e il rio Uruguay sembra che non basti per localizzarla almeno al'ingrosso. Peggio poi se parliamo di Rosario del Tala, cittadina di circa 15 mila abitanti che sulle nostre cartine non figura nemmeno, di solito. Pianura, pampa, campi da due raccolti l'anno (grano-soia-grano-soia...), grandi branchi di bovini pezzati al pascolo, case basse, trattori e camion, strade talvolta non asfaltate ma solo sterrate... Ebbene lì si è celebrato, il 17 dicembre scorso, il "Primer Encuentro de la Familia Rossetti, 1896-2004" con la presenza di ben 450 persone, molte delle quali giunte in zona da località anche molto distanti:. La Patagonia, tanto per fare un nome. Il tutto per incontrare i quattro Rossetti venuti da Jesi (in particolare don Anselmo), gente che essi non conoscevano nemmeno in fotografia. Quel che hanno voluto onorare in questo modo erano appunto le loro radici jesine, e infatti si è poi appreso che negli scorsi anni almeno dieci di loro sono capitati a Jesi e hanno cercato invano i discendenti di quei Rossetti che, buoni cento anni prima, erano rimasti in Italia: per loro, riallacciare i legami con la città e il nucleo familiare di origine era ed è davvero importante, molto più di quanto noi potessimo immaginare. La situazione si è sbloccata sul finire del 2003 quando uno di questi Rossetti, Juan Antonio (che ora vive in Piemonte), pensò bene di cercare a mezzo telefono. Si ricordava che, subito dopo la seconda guerra mondiale, un don Anselmo Rossetti loro parente si era fatto prete, e ha scoperto che questo nome figurava ancora sull'elenco telefonico di Jesi. Ha dunque provato a chiamare pur sapendo che nel frattempo era passato più di mezzo secolo. "Cerco don Anselmo Rossetti". "Sono io. E lei chi è, scusi...". Da allora è scattata una incredibile reazione a catena, e l'idea che l'anziano don Anselmo in persona stesse per arrivare in mezzo a loro, pronto a celebrare e benedire, ha fatto il resto. Ne racconterò un’altra. La decana dei Rossetti di Rosario del Tala, una ultranovantenne nata in Argentina e vissuta sempre là, è stata contagiata dalla situazione a tal punto che si è ritrovata a parlare, nientemeno, uno iesino sputato: "je fèra magnà" … la "fiocca". Lei, però, era una..."ficcanaso".
Livio Rossetti N.B. Don Anselmo non sarebbe stato
tanto audace, senza la presenza di Livio, di sua moglie Fiorella e del
figlio Giotto. Che ringrazia,
Donata
dalla Popolare alla Pinacoteca
“Madonna” di Gian Battista SalviUna
delle opere più belle del Sassoferrato Giovedì 30 dicembre è avvenuta la consegna ufficiale di un’opera di Giovan Battista Salvi, donata alla Pinacoteca di Jesi dalla Banca Popolare di Ancona. Il presidente Corrado Mariotti e l’amministratore delegato Antonio Martinez hanno espresso l’orgoglio di contribuire a richiamare ai marchigiani il proprio passato culturale con questa tela di Salvi, detto il Sassoferrato e che arricchirà il già prezioso patrimonio della Pinacoteca civica. Hanno evidenziato l’origine jesina della Banca Popolare di Ancona che, pur non avendo una “fondazione”, destina parte delle risorse disponibili - in sede di assemblea annuale dei soci - ad iniziative di valorizzazione culturale del proprio territorio senza tralasciare opere di solidarietà e di sostegno allo sport. La direttrice della Pinacoteca, Loretta Mozzoni, ha illustrato la vita e l’opera dell’artista, nato nel 1609 a Sassoferrato, località da cui discende il soprannome con cui diventa famoso e che, dopo alcune esperienze a Napoli e a Perugia, si trasferisce nel 1641 a Roma dove ha inizio un periodo molto intenso e di grande successo professionale. E’ titolare di una bottega che diventa ben presto famosa. Dal testamento dell’artista, che muore a Roma nel 1685, si apprende che era un uomo ricco con parecchie proprietà e che la sua bottega, insieme ai ventiquattro dipinti che vi si trovavano alla morte dell'artista, viene assegnata al figlio Stefano che porta avanti l'attività copiando le opere del padre che seguitano ad avere un grande successo. A sua volta il nipote Alessio donerà la collezione di famiglia alla figlia Angela ed in seguito la collezione verrà venduta e dispersa dai discendenti del Salvi nel 1906. Il Sassoferrato è chiamato “Il pittore delle Madonne”, per aver realizzato nel corso della sua vita centinaia di tele dedicate a questo soggetto e molte altre sono state prodotte dalla sua bottega fino a buona parte dell'800. Questo successo prolungato ha reso sempre attuali le immagini mariane realizzate dal Sassoferrato Il quadro donato dalla Banca Popolare di Ancona alla Pinacoteca di Jesi ed acquistato da una famiglia milanese, è di ottima qualità ed è da riferire sicuramente al pennello dell'artista stesso. Iconograficamente corrisponde al tipo della “Vergine Orante” già presente in versione lievemente modificata a Bordeaux e a Padova. La Madonna, giovanissima, è rappresentata in primo piano con le mani giunte in preghiera, gli occhi abbassati e semichiusi, il capo velato e le spalle ricoperte dal mantello azzurro. L'espressione dolce e concentrata la inscrivono nel novero tipologico della “Mater Amabilis” tra le più diffuse ed apprezzate composizioni dell'artista. Francois Macé de Lepinay, il maggiore studioso del “Sassoferrato”, riferendosi all'opera gemella conservata a Bordeaux scrive: "Se non la più bella, è senza dubbio quella che meglio rappresenta una certa pietà popolare fiduciosa e serena che tanto appassionò la Roma barocca". L’opera, che subirà solo una leggera pulizia, verrà presentata alla cittadinanza con una manifestazione pubblica cui interverranno, oltre le autorità comunali ed i dirigenti della Banca Popolare, anche il venditore.
Beatrice Testadiferro
In
mostra al Palazzo dei Convegni
Tra le apparecchiatureche
raccontano la storia della radio
L’esposizione di alcune apparecchiature marconiane riprodotte da
Gaetano Manfredini di Modena, perito in telecomunicazioni e radioamatore,
assieme ad una interessante collezione privata di radio d’epoca di
proprietà di Luciano Agostinelli di Senigallia, ha connotato storicamente
la manifestazione “Facciamo i giovani da 30 anni!” promossa e
realizzata con successo dall’Itis “Marconi” di Jesi.
Tra le riproduzioni di fine Ottocento,
la prima ricetrasmittente ideata e costruita da Guglielmo Marconi nel
1895, che consentì allo scienziato stesso, premio Nobel per la fisica nel
1909, di effettuare nel 1896 il primo riuscito esperimento di trasmissione
telegrafica senza fili, e nel 1901, la prima trasmissione radiofonica
attraverso l’Atlantico. Molto interessante il trasmettitore e ricevitore “Tenda Rossa”utilizzato dal marconista Biagi nella spedizione al Polo Nord dell’italiano Umberto Nobile, compiuta a bordo del dirigibile “Italia”nel 1928. Soprannominata anche Ondina 33 perché trasmetteva su una lunghezza d’onda di trentatré metri, fu consigliata da Marconi stesso al generale Nobile e salvò la vita ai naufraghi di quella sfortunata spedizione, per il salvataggio dei quali perse la vita l’esploratore e scienziato norvegese Roald Engelbert Amundsen. Commovente nella sua semplicità di ingegno, la riproduzione di “Radio Caterina” la famosa “Radio della Speranza” costruita da alcuni prigionieri italiani internati nel campo di concentramento nazista di Sandbostel nel marzo del 1944. Era un apparecchio ricevente a reazione ad una valvola, a onde medie, e nacque quasi dal nulla. Il suo primo elemento fu una valvola fatta entrare furtivamente nel campo, nascosta in una borraccia. Attorno alla valvola, il capitano Aldo Angiolillo installò resistenze, pile e condensatori ricavati da barattoli, stoffa e cartine di sigarette; il sottotenente Olivero, invece, era “l’ideatore del circuito radio e l’operatore d’ascolto, nonché egli stesso parte integrante del ricevitore del quale, tenendone il filo in bocca, costituiva l’antenna, cercando continuamente le migliori condizioni di ascolto muovendo un piede più o meno vicino al pavimento bagnato”. Non manca di fascino il prototipo del grande scatolone di radio dal quale, il 6 ottobre del 1924 si poté ascoltare, e riascoltare “oggi” a distanza di ottant’anni al Palazzo dei Convegni, il primo concerto trasmesso dalla stazione radiofonica della Rai, annunciato da una voce femminile e intervallato da intermezzi costituiti dal cinguettio degli uccelli o dal suono delle campane. Presenti anche la meno ingombrante radio Galena e la curiosa antenna a telaio del 1920-30, che si installava in casa, riuscendo comunque ad avere il massimo orientamento. Sono tante e tutte interessanti le apparecchiature che Manfredini costruisce sin dal 1993 e che generalmente porta nelle scuole affascinando i giovani studenti nella dinamica del funzionamento.
Paola Cocola
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