Anno LIII - N°2
Domenica 23 gennaio 2005

Sommario

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Senza rinunce e senza paure

 

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Bioetica messa a fuoco - L'embrione

 

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Lettera aperta al Sindaco di Jesi - San Martino non s'ha da vendere

 

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Contrappunti - Il gatto e l'asino

 

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Piccolo schermo - L'elettrodomestico mangia-tempo

 

Voce della Vallesina

Settimanale di informazione


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Senza rinunce

e senza paure

 

       Riferendosi al responso della Consulta, il cardinale Camillo Ruini presidente della Cei, ha affermato: “Prendiamo atto di queste decisioni della Corte, al di là dei non pochi interrogativi e perplessità che esse possono legittimamente suscitare. Non cambiano però, e non possono cambiare, la valutazione e la posizione che abbiamo ripetutamente espresso riguardo a questa legge, che sotto diversi e importanti profili non corrisponde all’insegnamento etico della Chiesa, ma ha comunque il merito di salvaguardare alcuni principi e criteri essenziali, in un materia in cui sono in gioco la dignità specifica e alcuni fondamentali diritti e interessi della persona umana”.

       No, quindi, a “modifiche della legge fatte con l’intento di evitare i referendum”, perché “non sarebbero in alcun modo ‘migliorative’, ma dovrebbero forzatamente abdicare proprio a quei principi e criteri essenziali”; sì invece ad una campagna referendaria in cui “le diverse posizioni abbiano ciascuna spazio adeguato sui mezzi di comunicazione, specialmente su quelli di maggiore diffusione”.

       “Il confronto referendario, sebbene da noi certamente non cercato – sostengono i vescovi italiani - può contenere un’opportunità per rendere il popolo italiano più consapevole dei reali problemi e valori in gioco” in quella che il Papa (nel recente discorso al corpo diplomatico) ha indicato come la prima delle “grandi sfide dell’umanità di oggi”, cioè “la sfida della vita”. “Quanto alle modalità attraverso le quali esprimere più efficacemente il rifiuto del peggioramento della legge – ha precisato il card. Ruini – sembra giusto avvalersi di tutte le possibilità previste in questo ambito dal legislatore”.


 

 

 

 

Bioetica messa a fuoco

  L’embrione

 I

      La bioetica è oggi tema di scottante attualità. Una materia vasta e sfuggente in continua evoluzione trattata qualche volta in modo disinvolto e salottiero. La vera battaglia oggi parte dall'embrione, ma sta arrivando ad affermazioni più tragiche, come l'affermare che il bambino, il vecchio, l'ammalato non sono persone umane e quindi... L'ultima notizia viene dall'Olanda ove è stata approvata l’eutanasia anche per i minori di dodici anni (non potendo essi decidere, ci pensa l'equipe apposita).

       Cominciamo dal signor embrione. L'essere umano va rispettato e trattato come una persona fin dal concepimento e pertanto da quello stesso momento gli si devono riconoscere i diritti della persona umana, tra i quali il diritto inviolabile di ogni essere umano alla vita. Il “chi è l'embrione" e il trattamento che a lui si deve riguardano allo stesso modo la biologia, l'antropologia, la filosofia, il diritto e la fede. Il contenzioso scientifico sul “chi è”  dell'embrione prima del suo impianto in utero interpella particolarmente chi vuole rifiutare o ignorare i dati della scienza. Eppure l'embrione è quella stessa corporeità biologica che, sia pure nel suo modificarsi continuo, partecipa in modo costitutivo all'essere dell'uomo.

       Detto in termini precisi l'embrione non è un oggetto di proprietà, ma l'elemento determinante della soggettività “Io non ho un corpo ricevuto dall'embrione dopo il 14° giorno, ma sono quel corpo”. Ne consegue nessuna ominizzazione successiva, ma solo una maturazione di capacità posseduta. Nessun “uomo in potenza”, ma subito un reale essere umano personale che può maturarsi in quanto di fatto lo è già. Un uomo non sarà mai reso umano (e da chi?) se non lo è fin dall'inizio. E dunque se umano, anche "personale".

       Che cosa impedisce al mondo contemporaneo di rispettare l'uomo fin dal suo concepimento? Perché solo i cristiani o i credenti devono sentirsi obbligati a questo rispetto? E' un problema teologico? No, è un problema filosofico, e lo scontro è nei modi diversi di intendere la persona umana...

                                                                                                                                    OS

 

 

 

 

 

 

Lettera aperta al sindaco di Jesi

 

San Martino non s’ha da vendere

 

       Caro sindaco, ho seguito le polemiche sulla stampa in merito al proposito di vendere San Martino. E ho seguito in parte anche la manifestazione organizzata dall’Officina Rebelde.

       Per me il problema non è dato dalla disponibilità o meno dei locali per  Rebelde o per la Banda o per la Scuola Musicale. All’occorrenza i locali si trovano, come è sempre avvenuto nel passato. Il centro storico ne offre a volontà, con qualche accomodamento.

Il problema è di fondo. Non si vende, in nome di bisogni finanziari per affrontare l’ordinaria amministrazione, capitali che possono essere strumentalmente preziosi per la comunità. E San Martino è troppo centrale ed è troppo funzionale – oggi o domani o dopodomani – per la città di Jesi. Che ne sarebbe oggi per noi se avessimo venduto nel passato il Palazzo dei Convegni? Ebbene: prima o poi il Palazzo San Martino potrà offrire rilevanti utilità per la comunità, al di là e a prescindere dell’utilità immediata per alcune associazioni.

       Il Comune ha bisogno di un milione e mezzo di euro? Vendere l’essenziale è un criterio pericolosissimo, che potrebbe portarci molto lontano. Se la legge finanziaria sta strozzando i Comuni e se c’è necessità di soldi, bisogna avere il coraggio di tagliare le spese, comprese quelle culturali ed estive se necessario – le quali prima o poi possono essere reintegrate – ma una proprietà essenziale persa una volta, non si recupera più.

       Distintamente

                                                                      V.Massaccesi

 

 

 

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              Nella foto, di Anna V.Vincenzoni, la manifestazione organizzata dall’Officina Rebelde.

 

 

 

 

 

 

Contrappunti

 

 Il gatto e l’asino

 

       Nelle settimane scorse non ci sono stati giornali o televisioni che non abbiano scritto o parlato delle sorelle Lecciso, e di Loredana in particolare forse perché compagna del cantante Albano Carrisi. Tutti poi, attraverso opportuni sondaggi, chiamati a pronunciarsi su di loro. Come se la qualità di una persona o di un personaggio dipendesse dal numero dei consensi e non dalle sue capacità messe magari alla prova dei fatti. È questa solo la punta di un iceberg e denota chiaramente come con estrema facilità la mediocrità e qualche volta la nullità possano assurgere a fenomeno di massa e di protagonismo mediatico ed anche culturale. Quello delle Lecciso lo abbiano conosciuto tutti per le apparizioni in TV e per quanto se ne è parlato a proposito e a sproposito.

       Ce n’é un altro di cui hanno scritto alcuni giornali e che ha avuto qualche eco sul piccolo schermo. Si tratta di un artista, Maurizio Cattelan. Così Camilla Baresani su “Ventiquattro” (n. 1 dell’8 gennaio), il magazine  de “Il Sole -24 Ore”: “Maurizio Cattelan, l’artista italiano più quotato (in senso commerciale) all’estero, è un altro caso di personaggio che è riuscito a catturare attenzione e popolarità per essersi messo al centro di continui movimenti emotivi. La sua cifra stilistica è «o con me o contro di me»: le sue opere, infatti, sono semplici provocazioni. Del tutto prive di valore estetico, esprimono - se mai -  un’estetica nella faziosità che generano.

       La scorsa primavera ci sentimmo costretti a schierarci sul valore artistico dei suoi bambini-fantoccio impiccati ad una pianta nel traffico di Milano [in piazza XXIV Maggio]. […] Pochi mesi più tardi, “La nona ora”, l’opera più nota di Cattelan (Papa  Wojtyla schiacciato da un meteorite), è stata battuta a tre milioni di dollari, triplicando la sua precedente quotazione, che risaliva a soli tre anni fa”. Dello stesso Cattelan si possono leggere interessanti elucubrazioni sull’idiozia su “L’espresso” del 6 gennaio; alla domanda conclusiva “Riuscirai mai a essere preso sul serio?” risponde: ”Purtroppo non sono un idiota completo, mi mancano ancora alcune parti”. Dal settimanale è descritto come “il più provocatorio degli artisti contemporanei”.

       L’arte insomma è diventata provocazione, nel senso più vieto della parola. Quando poi la professionalità è incerta, basta la provocazione o creare personaggi mediocri ed il gioco è fatto: si imbastiscono dibattiti a non finire, si scrivono articoli più o meno di colore, si mobilitano opinionisti, si ritorna sul tema. L’opinione pubblica è servita, si è creato il “personaggio”, si lievitano sue quotazioni. Un giornale poi tira l’altro, una Tv ne solletica un’altra e così via. Spesso è il nulla servito a dovere con tutti i lustrini necessari per farlo passare come valore, come segno del nostro tempo. E che lo sia non ne dubito, dubito che sia un valore da proporre e da indicare come riferimento.

       La lettura di un fenomeno non esaurisce la bontà o il valore del fenomeno stesso. Che lo scheletro di un gatto, chiamato pure “Felix”, e che un asino tassidermizzato appeso ad un soffitto valutato 4 milioni di dollari di Cattelan siano chiari esempi - tra tanti altri - di “morte dell’arte nata morta”, non fanno alcuna piega come provocazione: farli diventare, paccottiglia come sono, oggetti di grande valore estetico protagonisti  di rilanci miliardari ed i loro autori altrettanto protagonisti di riconoscimenti culturali (ed economici) universali, mi sembra un bluff, che tanta “cultura alla moda” pure giustifica. Il mio parere comunque non fa testo. Sono un po’ all’antica. Mi sono preso solo la libertà di esprimerlo. È possibile?

 

                                                                                                   Riccardo Ceccarelli

 

 

 

 

 

Piccolo schermo

 

L’elettrodomestico

mangia-tempo

 

       Un recente sondaggio ha evidenziato come sia andato diminuendo il tempo giornaliero che gli italiani dedicano alla televisione. Siamo passati dalle tre ore e quarantaquattro minuti del 2000 alle tre ore e sei minuti nel primo semestre dell’anno scorso. Un calo che tuttavia evidenzia come ancora sia eccessivo il tempo pro capite che dedichiamo alla televisione. Infatti, ipotizzando una media di tre ore al giorno nell’arco della vita di una persona di settant’anni, ne consegue che più di otto anni li ha vissuti davanti alla Tv.

       Quale umiliante constatazione che giudica senza appello le tante nostre fughe quando ci giungono richieste di aiuto, di solidarietà, di vicinanza, di ascolto, di partecipazione. “Non ho tempo!” è l’affermazione categorica.

       In casa possediamo sempre più diversificati elettrodomestici: il frigorifero, la lavatrice, l’aspirapolvere, ecc. Non possiamo però tralasciare dall’elenco l’onnipresente televisore che potremmo a ragione definire “Telettrodomestico mangia tempo”.  Se poi esaminiamo con realismo e verità chi e che cosa ha mangiato il nostro tempo andremmo amaramente ad elencare insignificanti stupidità e umilianti idiozie.

       E per concludere la solita ironia della sorte: ci siamo attrezzati con ogni sorta di strumenti per “guadagnare tempo” e quando poi questo tempo ce lo siamo trovato fra le mani, non sapendo come occuparlo, abbiamo deciso di comperare un “elettrodomestico” che ce lo potesse allegramente mangiare.

 

 

                                                                                                   Vin.  Mig.