Anno LIII - N°3
Domenica 30 gennaio 2005

Sommario

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Medicina ed etica

 
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Flash sull'America Latina

 

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Presentato il libro di un Bolognesi

 

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Da dieci anni nel cuore dell'Africa

 

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La fabbrica degli starnuti e delle bronchiti

 

Voce della Vallesina

Settimanale di informazione


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Medicina ed etica

 

       La medicina in questi ultimi anni ha subito una profonda trasformazione. Il punto di partenza di questa trasformazione va cercato nel metodo sperimentale; così la medicina è diventata come la fisica, la biologia, la chimica, scienza sperimentale. I risultati scienti ilei e le applicazioni tecnologiche hanno permesso all'uomo, padrone della tecnica, di diventare padrone della sua biologia e capace quindi di farla e disfarla a suo piacimento. Subito si è posto il problema della responsabilità della scienza nell'ambito della medicina. Infatti la medicina, come ricerca, utilizza la sperimentazione anche sull'uomo, sano e ammalato. Per questo l'etica ha fatto irruzione nel mondo della medicina. La necessità di sancire dei principi etici è nata dall'esigenza dalla fondamentale affermazione che ne deriva: il soggetto - oggetto dell'indagine scientifica è l'uomo. Egli va rispettato in tutti i suoi diritti, primo fra tutti il diritto alla vita.

       Oggi di fronte ad una scienza che è in grado di dare origine alla vita umana in laboratorio, ma che è incapace di dire quale sia il senso della vita e che cosa sia propriamente umano, è necessario il richiamo del filosofo Hans Jonas alla responsabilità (il suo testo - il principio di responsabilità).

       Sarà necessario che l'etica impedisca alla potenza della scienza di diventare una sventura per l'uomo? Dunque etica e scienza devono armonizzarsi: fin qui tutti d'accordo. L’etica dice ciò che si dovrebbe fare, anche se non lo si fa o si potrebbe non farlo. D'altra parte l'aspetto etico riguarda l'uomo in toto, considerato cioè in tutte le sue componenti e dimensioni. Certo non appare semplice nella prassi quotidiana osservare questo, perché se viene accettato da tutti che l'uomo è il centro dell'attenzione, non tutti hanno la medesima visione su chi sia l'uomo. Fra i tanti modelli etici quale si porrà come punto di riferimento? Si propone il modello personalistico che “intende custodire e promuovere la verità intera dell'uomo e che trova il suo criterio nell'uomo stesso come persona. Proprio perché persona, l'uomo è un valore oggettivo, trascendente e intangibile e quindi normativo".

 

                                                                                                                                   O S

 

 

 

 

 

Spigolando qua e là tra i molti ricordi

 

Flash sull’America Latina

Don Anselmo ci parla dello “storico” raduno dei Rossetti

 

       Stimato direttore, mi arrendo alle sue amichevoli insistenze a dire delle impressioni dal recente viaggio in America Latina; molto circoscritto, per altro (San Paolo e dintorni, Buenos Aires e dintorni, piccole distanze, di 350 chilometri circa di raggio) e limitato (non esclusivamente, s’intende) a luoghi e persone dell’emigrazione italiana (ultimi decenni ‘800 – primo decennio ‘900). Mi proverò a dire, a mo’ di flash, degli aspetti positivi, spigolando qua e là tra i molti ricordi.

 

Nostalgia

insopprimibile

 

       L’inestirpabile attaccamento alla patria d’origine – a 130 anni, minimo, da quel mesto addio dal porto di Genova – e la nostalgia insopprimibile (siamo ormai alla quinta generazione) della bella Italia. Un’Italia palpitante nei cuori, visibile nei segni. Due esempi, anzi tre:

       San Pedro (350 chilometri da San Paolo), un insediamento di emigrati italiani. Al centro del paese, la chiesa (data 1873). Prima preoccupazione: fissare saldamente le radici e il patrimonio di fede. E, accanto, il monumento all’Italia, il tipico stivale, indelebilmente colorato in verde bianco e rosso e, nel piccolo parco, una Torre di Pisa in miniatura! 

       Rosario del Tala, il centro di insediamento degli emigrati Rossetti. Stesso procedimento. Primo: una grande cappella (che però non è riuscita a contenere i 450 dello storico raduno), dedicata a Santa Rosa da Lima, molto venerata qui. E una grande bandiera tricolore – intrecciata con quella bianco-celeste argentina – immancabilmente presenete in tutti i luoghi di incontro (e sulla grande torta). (Una curiosità: nella casa che ci ospita, una statuina della Madonna di Loreto, dell’epoca dell’emigrazione, con tanto di sciarpa tricolore: Non per l’occasione).

       Sempre Rosario del Tala (15 mila abitanti, ma non diresti, sparsi), una vivace sezione della Società Dante Alighieri per la promozione della cultura e della conoscenza della lingua italiana, nonché organizzazione di periodiche visite di gruppi in Italia. Un’insegnante mi mostra, compiaciuta, una pagina di quaderno con l’atto di dolore, il Padre nostro e l’Ave Maria in italiano.

 

Il calore dell’accoglienza

 

       Il calore dell’accoglienza. Lo lascio all’immaginazione. Il sangue non è acqua!. Il riferimento, ovviamente è alla numerosa parentela. L’allungarsi della serie di generazioni, non l’ha diluito, né sbiadito. L’incontro, ad oltre cento anni dal primo approdo, l’ha rimesso in ebollizione. Su questo non mi sento di andare oltre. I sentimenti possono non interessare.

       Dal particolare punto di vista di sacerdote. Primo impatto: mi presento in sacrestia per la concelebrazione della Messa.  Mi accingo ad indossare i paramenti. Fa caldo. Una signora (che chiamerei  maestra delle cerimonie) gentilmente mi si avvicina e, sorridendo, mi allaccia il collo della camicia! Ho capito: compitezza! All’azione che si va a compiere, non si addice la… sportività

       In secondo luogo: ammirazione, direi stupore, per la proprietà, vitalità e vivacità della liturgia, domenicale o feriale che sia; non fa differenza. Un servizio liturgico compito, ma non di maniera, a partire dallo… stile dei vestiti liturgici e la loro messa a punto, ai lettori, al coro (immancabile anche nei giorni feriali), ai ministri straordinari della Comunione, all’assemblea. Tutti rispondono. Tutti cantano. Un’esemplarità da suscitare invidia. E… da importare.

 

  

 

Quant’è piccolo

il mondo!

 

       Quanto alla persona del sottoscritto. Niente di… “quel tizio lì!?”…Nessun disagio, ti trovi subito dentro. Il celebrante, ovunque, e, sorprendentemente per me, addirittura il vescovo, nell’introdurre la Messa dell’Immacolata (duemila fedeli, minimo): “concelebra la S.Messa anche un sacerdote italiano, Don Anselmo Rossetti, di Jesi, nelle Marche, non lontano da Loreto (un puno di riferimento che parla da sé), cui diamo il benvenuto”. E, finita la Messa, tante persone che ti vengono incontro per salutarti, stringerti calorosamente la mano, per dire “benvenuto”. Aggiungi, per altri, la soddisfazione di poterti dire: anche i miei nonni sono venuti dall’Italia… da Macerata,… da Cingoli,… da Recanati,… da Castelferretti! Proprio così. Si tratta della signorina Rosella Lombardi, una consacrata laica, che è qui, impegnata nella pastorale della Parrocchia della SS.Vergine. Quant’è piccolo il mondo!

       Una puntata (250 chilometri da San Poalo, direzione Rio de Janeiro) a Nostra Signora Aparecida, il santuario mariano nazionale del Brasile, il più grande del mondo. Un’occasione da non perdere. Capita una volta in vita! Nell’atrio del santuario, una scritta ben visibile: “Vi invitiamo a mantenere il silenzio. Stiamo pregando”. Era vero. Se non c’era la Messa, c’era il Rosario- Vietato fare solo il turista, qui.

       Per finire. Nella chiesa parrocchiale del Espiriu Santo a Buenos Aires, alla distribuzione della S.Comunione. Ho davanti un’anziana signora. Mostro l’Ostia, dico: “El cuerpo de Cristo!” (alla fine, un po’ di spagnolo!). E lei: “Bienvenido!”. Poi: “Amèn”.

       Simpaticissimo! No?!

                                                                                          Anselmo Rossetti

 

 

 

 

 

 

 

Presentato il libro di un Bolognesi

 

“Diari di un deportato”

In concomitanza con la Giornata della Memoria

 

       In un clima di commossa partecipazione, sabato 22 gennaio, presso il teatro studio San Floriano, lo scrittore Lorenzo Verdolini ha presentato il libro “Diari di un deportato (25 luglio 1943- 26 luglio 1945)” di Ballilla Bolognesi, edito dalla casa editrice Affinità elettive, e realizzato grazie alle ricerche avviate per un caso – durante l’assistenza offerta alle persone nella compilazione di una scheda per la richiesta di un indennizzo- e condotte dall’Istituto storico della resistenza e dell’età contemporanea “M. Morbiducci” di Macerata. Nonché inserito nella propria collana, dall’Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nelle Marche perché ritenuto una  testimonianza irrinunciabile in quanto - scrive Paola Magnarelli, direttrice scientifica del “Morbiducci”- “ricostruisce in modo determinante un segmento della nostra memoria pubblica e dello stesso profilo identitario italiano”.

       La manifestazione, tenutasi in concomitanza con la celebrazione della Giornata della Memoria, e promossa dall’assessorato alla Cultura e da “Leggere il Novecento”, ha visto la partecipazione dell’autore del libro, Balilla Bolognesi e di Annalisa Cegna, che ne ha curato la realizzazione.

      Articolato in tre parti scritte in tempi diversi a partire dal 1988, i “I Diari” narrano con lucidità e con stile semplice, le dolorose vicende individuali e collettive di un numero impressionante di persone rinchiuse nel lager di Kahla (Germania),tra il ’43 e il ’45. Il loro racconto costituisce una testimonianza che si annovera alle vicende dei “deportati politici”, intendendo con ciò non solo la deportazione di uomini e donne attivi in campo politico, ma anche quella di tutti coloro che si trovarono impegnati in una resistenza civile che si esplicava sia nella partecipazione attiva ad iniziative contro il regime politico instauratosi, sia nell’adozione di un atteggiamento di dissenso e di non adesione alla Repubblica Sociale. 

      La deportazione di civili italiani in Germania registrò- spiega Lorenzo Verdolini- dimensioni notevoli e, su quarantamila, solo il 10 per cento sopravvisse.  I giorni che seguirono all’8 settembre del ’43 – continua - videro un’Italia che, sconvolta dalla guerra e alla mercé dell’occupazione nazista, assisteva impotente (e lo fu fino ai primi mesi del ’45) alla cattura di migliaia di cittadini che, dopo essere stati smistati nei lager già presenti sul territorio italiano fin dall’inizio della guerra, come la Risiera di San Sabba in provincia di Macerata, venivano trasferiti nei lager nazisti.

       Obiettivi dei rastrellamenti delle SS erano non solo gli ebrei, ma anche gli zingari, i disabili, gli omosessuali, ossia quelle “categorie” individuate come “submane”; i militari catturati dopo l’8 settembre, che venivano classificati con la sigla Imi (Internati militari italiani) la quale li privava di qualsiasi forma di “protezione”; i partigiani, gli antifascisti, nonché i civili su cui cadevano sospetti. E ancora, i volontari che, tra il ’38 e il ’42, si erano trasferiti e impiegati in Germania, nelle campagne e nelle fabbriche. Quest’ultimi, nel momento in cui si rifiutavano di aderire alla Repubblica Sociale, venivano declassati al ruolo di lavoratori coatti e, come gli altri, deportati, ridotti in schiavitù e sfruttati nelle industrie belliche tedesche come Siemens, Telefunken, Volkswagen, IG Fabern.

       Gli italiani arrivarono nei lager soprattutto nell’ultimo anno di guerra e, insieme a russi e polacchi, subirono il trattamento peggiore perché considerati traditori; di più quelli provenienti dalle Marche, essendo tra le prime regioni ad essere liberate dalla soggezione nazista.

       Balilla Bolognesi, che a quel tempo era soldato sbandato, renitente alla leva e quindi fuggiasco - dopo essere stato militare di stanza a Sisteron, località delle Alpi francesi - fu deportato a Kahla a seguito di un rastrellamento nelle zone dell’entroterra, come Matelica, Tolentino ed Esanatoglia.

       Il lager di Kahla, a lungo ignorato dalla storiografia, e tuttora non figurante nell’elenco riconosciuto dalla Fondazione tedesca Memoria, era gestito dalla ditta Reimahg, impresa creata direttamente da Sanckel per dirigere la costruzione degli impianti e la produzione degli aerei; impresa che scomparve con la caduta del Reich.

Rinchiudeva quindicimila lavoratori di cui tremila italiani, riportando una mortalità pari al 40 per cento. La quotidianità era intrisa di fame, di freddo, di sonno, di maltrattamenti fisici e psicologici; era spersonalizzante.

       “Quando arrivammo sul posto - racconta Bolognesi - non c’era nulla, solo colline e cunicoli; oltre al cantiere, bisognava realizzare anche la struttura del lager: non c’erano né baracche né servizi”. E aggiunge: “Le condizioni di vita erano terribili: si lavorava per dodici ore, sia di giorno che di notte e quasi sempre all’aperto, con 25° sottozero nei periodi più freddi, coperti a malapena dagli indumenti indossati alla partenza (nel suo caso, abbigliamento primaverile), “corroborati” da un’alimentazione scarsa costituita da un solo pasto al giorno - una brodaglia che scatenava la dissenteria - che veniva dimezzato quando non si era più in grado di lavorare”.

        In alternativa, il coraggio di “osare”, la forte volontà di non cedere né alla morte né ai “carcerieri” che proponevano come via d’uscita e solo agli italiani, l’arruolamento nella Repubblica Sociale.  Pertanto, accanto al campo di lavoro, c’era un altro campo nel quale si esibivano coloro che avevano accettato di entrare a far parte delle SS, diventando così gli aguzzini dei propri compagni (ex), e continuando ad essere comunque malvisti dai tedeschi che li consideravano due volte traditori.

       La forza di dire “no”, dimostrata da questi ragazzi, costretti nel fiore degli anni ad una condizione tragica, costituisce - sottolinea Bolognesi - la “Resistenza altra”, importante anch’essa perché non ha alimentato la forza del Regime. “Ho deciso di raccontare queste vicende” conclude Bolognesi “per farne partecipi gli altri, nel desiderio e nella speranza di mantenerne vivo il ricordo affinché mai più qualcosa del genere possa ripetersi”.

                                                                  Fotoservizio di Paola Cocola

 

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Da dieci anni nel cuore dell’Africa

 “La Chiesa rifugio e speranza di tutti!

 

       Rosanna  Bucci, missionaria saveriana, da poco tornata in Italia dai suoi familiari a Poggio San Marcello, da Mulongwe, nella Repubblica Domenicana del Congo, ci ha aggiornato sulla sua attività e sulla situazione politica del Paese, molto critica, anche se poco conosciuta e diffusa dai mezzi di informazione

 

       - Sr Rosanna, da quanto tempo sei nel Congo e quale è la situazione di questo paese?

 

       “Da dieci anni mi trovo nella Repubblica Democratica del Congo, che prima si chiamava Zaire, nel cuore dell'Africa, nella parte orientale della provincia del sud Kivu, al confine con il Burundi ed il Ruanda, nella cosiddetta Regione dei Grandi Laghi. Dopo dieci anni di guerra quasi ininterrotta, la repubblica del Congo è entrata in un periodo di transizione, che dovrebbe portare a libere elezioni nel prossimo giugno; ma la pace sembra ancora lontana, essendoci qua e là scontri e massacri. Un rapporto dell'Irc (International Rescue Commitee) rivela che 31 mila persone continuano a morire ogni mese, più di mille al giorno, quasi metà delle vittime sono bambini sotto i cinque anni. La maggioranza delle morti è causata da malattia e/o malnutrizione, effetti collaterali di una guerra che ha distrutto gran parte dell'assistenza sanitaria e dell'economia del paese. La guerra nei soli ultimi sei anni ha fatto tre milioni e ottocento mila vittime... di alcune delle quali conosciamo i volti ed i nomi”.

 

       - Come vive la popolazione questa drammatica situazione?

 

       “Si vive permanentemente in uno stato di emergenza, di paura, di ingiustizia e di mobilitazione. Ciò genera miseria, abbandono di case e terre per fuggire prendendo il poco necessario (una gallina, qualche pentola, la lanterna a petrolio) e scappare verso foreste più sicure ma inospitali. L'assenza di un governo cui riferirsi porta a farsi giustizia da sé e a seguire la legge della giungla. Un bambino di dodici anni con un fucile può commettere le più gravi atrocità, non avendo il senso della dignità della persona umana. In un clima di impunità i banditi si moltiplicano e li si teme sia di notte, quando entrano in casa, sia di giorno quando lungo la strada fermano le camionette e sequestrano persone, chiedendo forti riscatti”.  

 

       - Ed in tutto questo che ruolo ha la Chiesa?

 

       “La Chiesa è stata a più riprese saccheggiata e perseguitata, perché ha difeso e continua a difendere i diritti dell'uomo e non si è lasciata intimidire nel denunciare il male e l'oppressione. E' stata ed è luogo di rifugio nei momenti di battaglia, punto di riferimento e segno di speranza per tutti, anche per i non cristiani, predicando con le opere e con la vita (a volte anche con il martirio), la giustizia, la misericordia, la solidarietà, l'unità, la riconciliazione ed il perdono”.

 

       - E voi, Missionarie di Maria?

 

       “Nonostante la precarietà in cui viviamo, abbiamo potuto continuare il nostro servizio di evangelizzazione e promozione umana. Nel settore sanitario ci occupiamo di prevenzione, cura e riabilitazione, abbiamo la responsabilità di maternità, centri sanitari, nutrizionali e centri per gli ammalati cronici (tubercolosi, poliomielitici, epilettici, lebbrosi, diabetici, ammalati di aids, di ipertensione...), svolgiamo attività di promozione della donna, favorendo la scolarizzazione delle bambine e l'alfabetizzazione degli adulti, assistiamo i prigionieri, ci dedichiamo alle attività di catechesi e pastorale giovanile”.

 

                                                                                                         Stefania Vico

 

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La fabbrica degli starnuti e delle bronchiti

 

Quella sigaretta dalla Crimea

Alla “Manifattura” più di 1100 dipendenti

 

       Il “molino dei tabacchi” di Chiaravalle, sorto probabilmente nel 1759, iniziò a funzionare nello stesso punto dove si eleva l’attuale costruzione. Liberalizzati la coltura e l’uso del tabacco - fino ad allora proibiti nello Stato della Chiesa - fu il cardinale Nerio Corsini ad introdurre nella fertile Vallesina tale coltura e a promuovere la costruzione del primo nucleo della Manifattura tabacchi. L’Opificio venne costruito su quella strada detta Clementina che “…cammina tra i beni della badìa di Chiaravalle principiando dalli confini della giurisdizione di Jesi e arriva fino alli confini e principio di strada del territorio di Ancona…”.

       La buona prospettiva economica e commerciale favorì l’immigrazione. La gente di Chiaravalle passò dalle quattrocento unità del “700 alle mille dei primi anni dell”800. Sul finire dello stesso secolo le maestranze impegnate nella Manifattura chiaravallese erano circa settecento, seicento delle quali donne. Tutte le fasi della lavorazione erano infatti esercitate fondamentalmente da manodopera femminile, retribuita a cottimo.

       Nel 1901, nei diciassette stabilimenti dislocati su tutto il territorio nazionale, le donne rappresentavano il 90,5 per cento dell’organico. Le “zigariste” costituivano il cuore della lavorazione del tabacco riuscendo a confezionare, a mano, circa cento sigari al giorno; il dato si riferisce alla media nazionale per ogni manifattura. Riguardo al sigaro - il cui fumo non si respira ma si assapora tra bocca e naso – nel 1795 il duca di Rochefoucauld-Liancourt scriveva: “…il sigaro è una grande risorsa in quanto inganna la fame, sconfigge la noia, rasserena, aiuta a riflettere e spesso richiama alla mente dolci ricordi…”.

        La lavorazione del sigaro è complessa. Inizia dalla scostolatura, cioè dall’asportazione della nervatura principale della foglia e prosegue con la separazione delle foglie da usare per l’involucro da quelle che ne costituiranno il ripieno. La gestione di tale attività ad opera dello Stato si traduceva in un’organizzazione rigida e militaresca. A differenza d’altre lavoratrici però, la donna impegnata in Manifattura non lavorava stagionalmente e il suo ingresso nell’opificio costituiva, spesso, lo sbocco definitivo della sua vita.

        La scelta di privilegiare una produzione basata sul lavoro manuale emarginava Chiaravalle dal processo di meccanizzazione che stava invece entrando nelle altre Manifatture. Solo con l’avvento del Novecento la realtà cambiò. Alla vigilia del primo conflitto mondiale l’opificio chiaravallese era considerato tra le attività più importanti della provincia anconetana. Vuoi per la moderna attrezzatura meccanica - unita sempre al lavoro manuale - vuoi per l’impiego di manodopera. Allora i dipendenti erano 1137 dei quali 1075 donne. La Manifattura produceva tabacco da fiuto, trinciato di seconda qualità comune e tre diversi tipi di sigari toscani. Produzione che rimarrà invariata fino agli inizi degli anni “20.

       La data che segna la fine di un capitolo nella storia della Manifattura chiaravallese per aprirne uno nuovo è il 1922. Quell’anno l’opificio incominciò ad attrezzarsi per fabbricare le sigarette. La “sigaretta” pare sia nata in Oriente, intorno al 1822, quando i soldati musulmani di Ibraim Pascià, all’assedio di San Giovanni d’Acri (Palestina), cominciarono ad infilare un po’ di tabacco nei cilindretti di carta, utilizzati per conservare la polvere da sparo, e ad incendiarli. Trentacinque anni dopo arrivava in Italia con i reduci della spedizione in Crimea.

       Il consumo di sigarette si era prepotentemente imposto con la prima guerra mondiale. Da allora l’uso del tabacco - conosciuto dai popoli pre-colombiani come “cibo degli dei” - non ha subito arresti divenendo, con la complicità della réclame e delle guerre, un fenomeno, anzi un vizio planetario. A Chiaravalle le prime sigarette ad uscire, tra le due guerre, dalla Manifattura tabacchi sono state le “Macedonia”.

 

                                                                                                  Massimo F.Frittelli

 

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