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Anno
LIII - N°5 Sommario
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Settimanale di informazione
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Le
colpe
A differenza della
“Giornata della memoria”, quella “del ricordo”, indetta due anni
fa dal parlamento italiano e fissata il 10 febbraio a memoria del trattato
di pace del 10 febbraio 1947 e dell’esodo italiano dall’Istria, è
contrassegnata fin dal suo sorgere da un lungo strascico di polemiche,
soprattutto nelle città di Trieste e di Gorizia, dove molte ferite sono
ancora aperte.
In effetti, la strada di una
pacificazione serena e costruttiva è ostacolata dalle strumentalizzazioni
politiche, che riacutizzano la sofferenza di chi è stato direttamente
colpito negli affetti più cari per imporre visioni preconcette che nulla
hanno a che fare con un’autentica storiografia scientifica.
La tragedia delle foibe è da
inquadrare nel più ampio contesto del periodo tra i due conflitti
mondiali ed è il frutto velenoso prodotto dai semi di violenza
abbondantemente sparsi dalle ideologie che hanno insanguinato il XX
secolo. Non si tratta di “tentato genocidio” o di “pulizia
etnica”, ma di “crimine di guerra”: nelle cavità carsiche non sono
stati gettati soltanto gli italiani, ma anche tanti sloveni e croati che
avevano espresso la propria opposizione ai disegni egemonici dei
partigiani di Tito; tra essi, in quell’oscuro contesto hanno perso la
vita anche sacerdoti e fedeli cattolici che in nome della propria fede
cristiana hanno cercato di salvaguardare la libertà ed il diritto alla
vita dei cittadini.
Il perdono individuale è un
atto che non può essere imposto e che riguarda la coscienza più intima
di chi è stato coinvolto; è invece indispensabile che a livello
collettivo ci sia un riconoscimento di comu ne colpevolezza (così come è
naturale accada nel ricordo dei lager nazisti), per poter accedere
finalmente ad una definitiva riconciliazione.
Andrea
Bellavite
Due onde in contrasto Figli desideratissimi & figli ignorati
. L'amniocentesi per esempio viene fatta da donne molto più giovani di quanto prescritto, per individuare i feti Down. Questa sindrome ha un'incidenza di 1 su 700, l'esame invece comporta lo 0,5-1 per cento di mortalità del feto, cioè di 1 su 150: secondo il neonatologo Carlo Bellieni almeno 1500 bambini sani in Italia vengono perduti ogni anno così. E questo dovrebbe dirci qualcosa sul nostro sguardo sulla vita. «Lo sguardo intenerito e curioso con cui guardiamo un neonato - ha scritto Hannah Arendt - rivela l'attesa dell'inaspettato». La speranza collettiva quasi inconscia che quel bambino, ogni bambino, porti al mondo qualcosa di nuovo, e di buono. È la speranza che fa il mondo, da sempre. Che cosa oggi ci schiaccia in basso lo sguardo, e ci fa temere la sofferenza, piuttosto che avere fiducia ogni volta che nasce un uomo? «Initium ut esset, creatus est homo», dice Agostino. L'uomo è stato creato, perché vi fosse un inizio. Quell'inizio che ricomincia, ogni volta che si abbraccia un figlio: se solo si ha il coraggio di abbracciarlo.
Marina Corradi
Concepire l’infinito
Era affollata di gente e di aspettative, la sala del Palazzo dei
Convegni alla sera dell’appuntamento- venerdì 4 febbraio- con
l’inaugurazione della mostra fotografica, documentaria e biografica
“Concepire l’infinito”, accolta
appieno, nella sua forte valenza culturale, dalla Biblioteca
Petrucciana in collaborazione con la Biblioteca Planettiana.
Una mostra itinerante, che è
espressione visiva, e quindi immediatamente tangibile, di un progetto più
ampio; un progetto omonimo e speciale, anzi originale, ideato dalle
Biblioteche di Roma per il 2004, sotto il patrocinio dell’assessorato
alle Politiche Culturali del Comune stesso.
Avviato in primavera con un alto “profilo intellettuale e
progettuale” ed un “cuore”- la sua tematica- che...”batte
all’infinito”, tanti sono gli anditi in cui ci si può infilare
percorrendolo; espanso in un turbinìo travolgente di eventi, letture,
seminari, dibattiti, tavole rotonde; alleggerito dalla freschezza dei
contributi di giovani studenti liceali; ampiamente
aperto su orizzonti vasti, il progetto si è concluso nello scorso
autunno, non prima di aver messo a segno molti punti nel raggiungimento
del suo più ambizioso obiettivo, ossia quello teso a suscitare una
“cultura attiva” di cui la mostra è loquace testimone, assieme alle
diverse iniziative collaterali in atto che vedono
particolarmente partecipi, tra gli altri, i giovani del Liceo
Classico “Vittorio Emanuele II” e del Liceo Scientifico “Leonardo da
Vinci” di Jesi. Lo stile chiaro della presentazione profonda ed incalzante, tenuta in sintonica alternanza da Pia Mazziotti e da Simona Lattarulo - entrambe operative nell’ufficio attività culturali per i progetti speciali - ha avviato il viaggio esplorativo della mostra, che è mostra del Pensiero di ben otto figure femminili: Emily Dickinson, Ingeborg Bachmann, Cristina Campo, Iris Murdoch, Flannery O’Connor, Anna Maria Ortese, Virginia Woolf, Maria Zambrano. Otto autrici che, con la loro personalità singolare, col loro modo “viscerale” di concepire la realtà, di pensare, di scrivere, di parlare, di agire, di “disobbedire”, hanno attraversato la storia culturale ed internazionale del XX secolo e si sono offerte quale chiave per “bucare l’infinito”, per “dischiudere il finito all’infinito, perché l’infinito... continui a capitare nel mondo”. Un infinito che è “deserto, oceano, abisso...e simultaneamente, notte stellata, orizzonte a perdita d’occhio, molteplicità di mondi possibili”. Un infinito che A.J.Cronin avvertiva, interpretando perfettamente il pensiero delle autrici, vicino all’uomo più di quanto questi osi sperare: “Non pensate che il Paradiso sia nei cieli. È nel cavo della vostra mano. È ovunque. È, non importa dove...” Sfilano sui muri bianchi della galleria, volti e frasi di donne prigioniere di un Tempo che non è riuscito mai ad imprigionarle, ché nella finitezza quotidiana esse hanno saputo sperimentare l’infinito, farlo “apparire in qualunque cosa” guardandola con “occhi nuovi, liberi ma non immemori di ciò che è stato e si è pensato”. Scrive Emily Dickinson: “Questa è la vista dalla mia finestra: un mare su uno stelo./ L’uccello e il contadino lo giudicano un pino: per loro può bastare.”
Paola
Cocola
Capodanno in UcrainaEro a Kiev tra la gente Il 2005 sarà un anno importante, determinante per l’Ucraina. Il bisogno, l’urgenza di cambiare ha raggiunto l’acme. Cambiare non dal comunismo, quello non c’è più dal “91, ma da un modo di gestire la “cosa pubblica” in mano a privilegiati super-ricchi. Quella voglia di tentare, di provare a voltar pagina – non senza la mano degli interessi occidentali – si è materializzata nella pacifica occupazione di un segmento del Khreshchatik, centrale e prestigiosa strada di Kiev. In una tendopoli ordinata, gruppi d’irriducibili “disperati” – lo erano sotto gli zar, lo sono stati in nome della “dittatura del proletariato” e lo sono in quel mercato libero, tanto libero da non aver quasi regole – resistono su quello stradone alberato da più di un mese anche ai rigori dell’inverno. Gente che rappresenta soprattutto gli oblast (regioni) occidentali del Paese. Persone che appoggiando Viktor Yuschenko, il riformista filo-occidentale quale candidato alla presidenza di quell’ex Repubblica sovietica, non ha voluto più subire i brogli della parte avversa. I fedeli al candidato filo-russo Viktor Yanukouych, anche secondo gli osservatori internazionali, si sono resi responsabili di arbitrii. Allora la stampa e le televisioni s’interessarono alle migliaia d’ucraini, maschi e femmine, adulti e non, scesi in strada al grido di: “Tak! Yuschenko”, “Si! Yuschenko”. Protestavano per i non democratici esercizi di voto del 31 ottobre e 21 novembre tanto che il 26 dicembre, alla presenza di dodicimila osservatori Osce (Organizzazione per la sicurezza e cooperazione in Europa), sono tornati alle urne. La Corte Suprema ucraina aveva invalidato le “vittorie” di Yanukouych. Le tensioni che precedettero l’ultima tornata elettorale preoccuparono. Si parlò della ripresa della “guerra fredda”, si affermò che il Paese era sull’orlo della guerra civile. Il senso di responsabilità di quel Popolo ha smentito tutti. Supportati dai padri d’altre incruente rivolte popolari, come la polacca e la georgiana, quegli ucraini non hanno mollato e stanno per provare la via, ancora sulla carta, delle riforme. Sulla carta perché la parte orientale del Paese, russofona, russofila e con grossi interessi da mantenere e gestire, non è convinta. Non ha digerito il programma di cambiamenti prospettato dal nuovo presidente. Yuschenko ha ottenuto il 53,97 per cento di voti contro il 42,25 per cento di Yanukouych. Vicino all’alto abete natalizio e di fronte al suo popolo il leader di “Ucraina Nostra”, lo sfigurato Viktor Yuschenko – sopravvissuto al tentativo dei responsabili dello Sbu, i Servizi di sicurezza del suo Paese, di avvelenarlo con la diossina – era in piazza la notte del 31 dicembre. Con lui la seconda moglie Iekaterina, cittadina americana d’origine ucraina che ha lavorato al Dipartimento di Stato nell’era Clinton. Lo scopo, storico, era quello di salutare il “nuovo anno”, quello che in tanti spera essere un “vero nuovo anno”. Quella notte ero a Kiev tra la gente.
Massimo M.Frittelli
Contrappunti
Capitali
sociali
Allegato a “L’espresso” del 3 febbraio, ho trovato un “Avviso pubblicitario a pagamento” dei Democratici di Sinistra con un bollettino di conto corrente per l’adesione alla campagna nazionale di raccolta fondi a favore dello stesso partito. Non mi ha meravigliato il bollettino (lo fanno i Radicali, Forza Italia, ecc.) con la relativa spiegazione dei benefici fiscali per gli eventuali sottoscrittori. La mia curiosità invece si è rivolta allo slogan “Io ci credo. Dai forza alle tue idee” e alla frase che campeggiava sul dépliant: “Lavoriamo perché nessuno resti indietro. La più grande impresa italiana: la tua famiglia”, nonché alla lettera del segretario del partito, Piero Fassino, incentrata tutta sul problema della famiglia e sulle “proposte semplici e chiare” elaborate. Lo slogan innanzitutto. Mi ha ricordato quello del Congresso dei Ds, svoltosi al Lingotto (Torino) nel 2000, segretario Walter Veltroni, “I Care” (mi preoccupo), derivato da don Lorenzo Milani. Dalla preoccupazione ad una affermazione di fede (“Io ci credo”) nelle proprie idee e nelle proprie strategie. Nulla da eccepire. Gli slogan, sintetici al massimo, vengono scelti ed adottati dopo aver analizzato e studiato a lungo il momento storico che si sta attraversando e la carica propulsiva che si vuol dare ad un partito o ad un movimento. Mi ha incuriosito il tipo di linguaggio usato per la comunicazione, quello del 2000 e quello attuale, di derivazione chiesastica o teologica. È solo un caso? Non saprei e non voglio rispondere; tanta è la contaminazione dei linguaggi oggi, a destra e a sinistra, per sottolineare le proprie identità e per accaparrarsi il consenso. La lettera di Fassino è sulla famiglia e sulle proposte non si può non essere d’accordo. Chi non vuole infatti un reddito decente per tutti? Chi rifiuta una pensione dignitosa e sicura per ogni anziano? Chi non auspica una salute pubblica di qualità per chiunque ne abbia bisogno? Chi non desidera un asilo nido per ogni bambino o un fondo di sostegno per ogni anziano non autosufficiente? Della famiglia si stanno interessando un po’ tutti. Dopo tanto sfascio famigliare, che ancora continua, “si ricomincia a sentire un po’ ovunque un grande bisogno di famiglia”. Lo scrive Sergio Belardinelli su “Fondazione Liberal”, n. 27, 2004: “ Da un po’ di tempo a questa parte se ne parla con una certa insistenza. Incominciamo finalmente a renderci conto che la ricchezza di una comunità non può essere misurata esclusivamente in termini, diciamo così, economico-utilitaristici. […] Più la società si fa individualista, pluralista, eticamente neutra, lasciando che gli individui decidano da soli del loro «bene» e della propria «felicità», più si fa pressante […] l’esigenza di un «luogo» in cui le relazioni umane siano improntate alla gratuità, al dono, alla fiducia, al rispetto reciproco, alla responsabilità, alla volontà di resistere alle avversità, diciamo pure, a un amore capace di coinvolgere la totalità della persona. Tutti «capitali sociali» questi, di inestimabile valore”. Questo luogo è la famiglia. “La famiglia insomma, conclude Belardinelli, come un compito e una sfida”. La politica, di questi “capitali sociali” inerenti la famiglia, non se ne può far carico a titolo assoluto, per il rispetto dovuto ad ogni opzione personale, non può trattarla comunque solo in termini economico-utilitaristici. Capitali sociali tuttavia da tener presenti, anche nella legislazione, se si vuole che la famiglia sia il fondamento della civiltà.
Riccardo
Ceccarelli
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