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Anno
LIII - N°6 Sommario
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Settimanale di informazione
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Un fenomeno da prevenire e contrastare Italia: allarme alcoolper i giovanissimi Sono sempre più numerosi
gli adolescenti, soprattutto ragazze, che in Italia consumano alcolici
e scende a undici-dodici anni l'età
del primo bicchiere, la più
bassa in Europa,
dove, invece, il primo drink arriva attorno ai quattordici anni. E’
quanto è emerso a Roma durante la “Giornata
della Prevenzione”,
organizzata dall’Istituto
Superiore di Sanità.
Secondo
i dati più
recenti, sono circa 900 mila i giovani
al di sotto dei sedici anni che bevono abitualmente birra, vino e altre bevande alcoliche. Sulla base dei
dati Istat, si calcola che i
giovanissimi consumatori di alcolici (14-16 anni) sono aumentati a ben 870
mila nel 2001. Tra questi ultimi circa 400 mila abusano di vino, birra e altri
alcolici e le più accanite consumatrici sono
le ragazze, passate dal 35 per cento del 1988 al 41 per cento del 2001. Nello stesso periodo i ragazzi sono aumentati dal 46 per cento al 51 per cento. Complice dell’aumento dei consumi nei giovanissimi è soprattutto la popolarità di cui gode l’alcool a livello sociale, a livello degli altri fattori di rischio per la salute, una popolarità legata alla cultura italiana che poneva, fino a dieci anni fa il consumo di vino, come elemento inseparabile dell’alimentazione.
Oggi, invece, il bere alcolici
è più legato
agli effetti che esso esercita sulle performance
personali. I giovanissimi, per esempio, bevono per sentirsi più
sicuri e loquaci
quando sono in gruppo e per essere trendy agli occhi degli amici. Queste
cifre palesano il bisogno sia che vengano promosse iniziative volte a prevenire
e contrastare il fenomeno dal punto di vista sociale, sia che le famiglie recuperino
un ruolo educativo anche nella
prevenzione dei comportamenti a
rischio.
O.S.
L’infanzia
e la lettura
In un mondo altamente tecnologizzato, che espone tutti i suoi prodotti “culturali” alla portata di chiunque, in qualunque forma e momento, prescindendo dalla qualità dei contenuti, si avverte forte il bisogno, soprattutto nel campo della formazione, di insegnare alle nuove generazioni il fascino e la “fatica” della lettura, ossia della scoperta graduale dei “segreti” della vita dell’uomo e del mondo attraverso di essa. In questa prospettiva, la lettura, sia ascoltata dalla voce dell’adulto, sia condotta individualmente dal bambino, diventa strumento essenziale di alfabetizzazione culturale e mezzo sostanziale per impedire una nuova “scomparsa dell’infanzia”- già avvenuta nel medio evo- nel contesto attuale, deficitario di “confini” tra l’adulto e il bambino. Il seme dell’infanzia
Fu Gutenberg a gettare nuovamente il seme dell’infanzia.
L’invenzione della stampa, - scrive Neil Postman - originando
l’esplosione della conoscenza e di nuove teorie tratte
dall’esperienza, portò a una nuova definizione dell’età adulta, basata
sulla capacità di leggere, e, di conseguenza a una nuova concezione
dell’infanzia, basata sull’incapacità di leggere. Dopo lo sprofondamento
dell’Europa nei secoli bui del medio evo, in seguito alle invasioni
barbariche, alla caduta dell’Impero romano, all’offuscamento della
cultura classica, finalmente era stato creato l’Uomo Alfabetizzato: da
quel momento in poi, i giovani avrebbero dovuto divenire
adulti imparando a leggere. Accadde così che la civiltà europea reinventò
le scuole e diffuse i libri. Nel medio evo fu possibile che l’infanzia scomparisse perché alla maggior parte dei ragazzi non si insegnò più a leggere e a scrivere; di conseguenza, scomparvero le scuole; scomparve il pudore poiché non c’era più consapevolezza dell’essere adulti e quindi dell’essere diversi dai bambini i quali venivano coinvolti in ogni manifestazione della vita adulta; e scomparve l’idea dell’educazione e dell’istruzione: la paideia degli antichi.
Interpretare la cultura In realtà, non scomparve l’alfabeto, ma la capacità, da parte dei lettori, d’interpretarlo. Imparare a leggere significa non solo decodificare segni e acquisire informazioni, ma anche imporre l’autocontrollo al corpo e alla mente, procedendo per una logica che non è intuitiva. Quando si legge, è necessario aspettare per ottenere la risposta, riflettere per raggiungere una conclusione; e mentre si aspetta, si è costretti a valutare la validità delle frasi, sviluppando il pensiero critico. Anche se le scuole non erano ovviamente ignorate - alcune erano associate alla Chiesa, altre erano private -, la mancanza assoluta di una scuola primaria che insegnasse a leggere e scrivere e fornisse gli elementi per un ulteriore approfondimento, documenta l’assenza del concetto di una educazione basata sul principio dell’alfabetizzazione, ossia sulla capacità di un numero elevato di persone di interpretare la cultura e di usarla con facilità. Tranne qualche eccezione, i lettori medievali, a qualunque età appartenessero, non leggevano e non erano capaci di leggere alla nostra maniera.Tutte le interazioni sociali più importanti avvenivano oralmente, attraverso l’apprendistato e l’attività lavorativa. Scrive Barbaa Tuchman “Il laico medio acquisiva il sapere soprattutto con l’orecchio, attraverso pubblici sermoni, sacri misteri, recitazioni di poesie narrative, ballate, racconti.”
Leggere per crescere
E’ il “leggere” che in realtà “crea
l’età adulta” poiché consente di entrare in un mondo visibile e
astratto di conoscenza, comporta l’accesso a segreti culturali
codificati in simboli non naturali: in un tale mondo i bambini sono
“costretti a diventare adulti”. In un mondo dove non si sa leggere né
scrivere, non vi è bisogno di distinguere nettamente tra il bambino e
l’adulto perché vi sono pochi segreti in quanto tutto è condiviso, e
la cultura non deve fornire istruzioni sul modo di essere compresa poiché
tutto viene trasmesso facilmente per via orale.
L’oralità connotava di
puerilità il comportamento medievale in tutte le età, mancando un chiaro
concetto dell’essere adulto e, quindi, dell’essere bambino; anzi,
l’infanzia si riteneva finita a sette anni, età in cui i bambini
acquistano il controllo del loro linguaggio e sono quindi in grado di
accedere ai segreti del mondo adulto che tuttavia non vanno rivelati loro
senza alcuna riserva. Negli anni tra il 1850 e il 1950, grazie alla divulgazione sempre più rapida delle conoscenze per mezzo della stampa, l’idea dell’infanzia raggiunse il suo vertice. Furono compiuti con successo notevoli tentativi per togliere i bambini dalle fabbriche e per fornire loro, oltre alla scuola, forme appropriate di vestiario, di arredamento, di letteratura, di gioco, fino a costituire uno specifico mondo sociale. L’avvento del telegrafo
Furono promulgate moltissime leggi che, differenziando i bambini
dagli adulti, li ponevano in una fascia di privilegio e protezione da
questi. L’infanzia era il risultato di un ambiente in cui particolari
informazioni, controllate esclusivamente dagli adulti, erano messe
gradualmente a disposizione dei bambini, nei modi ritenuti
psicologicamente adatti.
L’avvento del telegrafo con
Samuel Morse, iniziò il processo che avrebbe strappato il controllo
dell’informazione alla famiglia e alla scuola; esso trasformò il tipo
di notizie alle quali i bambini potevano aver accesso, la loro qualità e
quantità, la loro progressione, le circostanze nelle quali potevano
essere apprese, sino ad arrivare alle immagini odierne della televisione e
di altri mezzi tecnologici: esse sono concrete e si spiegano sole, e i
bambini possono vedere e vedono ogni cosa che appare sullo schermo. In questo modo, si stanno ricreando le condizioni di comunicazione che esistevano nei secoli quattordicesimo e quindicesimo, ossia l’assenza di “segreti” nella vita infantile: e senza alcun segreto, l’infanzia non può esistere.
Paola
Cocola
Il 1° febbraio, a palazzo Ripanti, nella sede del Meic, don Vittorio Magnanelli ha illustrato le 44 formelle che decorano la porta bronzea del Duomo. Interessante la sua ricostruzione storica del progetto nato nel 1999, durante la seconda delle tre rassegne d’arte sulla Bibbia, precisamente quella relativa all’Apocalisse. A quel tempo fu chiesto allo scultore Paolo Annibali di San Benedetto del Tronto di preparare un bozzetto di quella che avrebbe dovuto essere la nuova porta della cattedrale. L’11 settembre 2001 lo scultore insieme con il prof. Armando Ginesi presentò il bozzetto in terracotta, tutto incentrato sul tema: “Fra il Giubileo e la speranza”. Attraverso un percorso ascensionale di immagini bibliche si partiva dalla disperazione (Lo sconforto di Giobbe) per giungere alla gioia (La resurrezione di Lazzaro). A questo primo bozzetto ne seguì un altro in cartone. Prima però di passare definitivamente dalla fase ideativa a quella esecutiva, su sollecitazione di mons. Costantino. Urieli, storico e priore del Capitolo, si decise di inserire fra i bassorilievi della porta anche alcuni personaggi ed episodi della storia di Jesi. L’iter progettuale sembrava concluso, invece era ancora in fieri. Nel 2002 il Papa rinnovò il Rosario, aggiungendo i misteri della Luce. Perché non arricchire la storia locale, civile e religiosa anche con le scene dei venti misteri? Sarebbe stata la prima porta al mondo con tutti i misteri e si sarebbe inoltre realizzato un panorama completo, articolato in tre sezioni “Cristo ieri” (20 formelle),” Cristo oggi” (16 formelle), “Cristo per sempre”(8 formelle). L’enorme complesso artistico aveva raggiunto così la sua unità e la sua compiutezza. Fu esposto il bozzetto definitivo in Duomo. Non mancarono però successive correzioni, modifiche, ritocchi di vario genere. Infine,dopo anni di lungo e sofferto lavoro, il 19 settembre 2004 si è arrivati alla solenne inaugurazione della porta del Giubileo, ammirata da una folla di fedeli giunti in cattedrale da tutta la diocesi.
A conclusione dell’incontro don Vittorio ha annunciato che in aprile, nel Palazzo della Signoria verrà allestita una mostra delle opere di Paolo Annibali, autore di ben sei porte e candidato ad eseguirne una settima per la Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. In occasione dell’inaugurazione della rassegna sarà presentato il libro sulla nostra porta.
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Francesca Procaccini
La Giornata Mondiale del Malato è stata celebrata domenica 13 febbraio dal Vescovo nella chiesa dell’ospedale di Jesi. I volontari delle associazioni Unitalsi ed Avulss, che in Vallesina cercano di sostenere ed accompagnare che vive la malattia e la solitudine, si sono ritrovati per la Messa durante la quale il Vescovo ha rivolto un incoraggiamento ad aprirsi agli altri, a farci compagni di viaggio, a non avere paura dell’incontro con chi è in difficoltà e ad essere cristiani autentici. Un pensiero lo ha rivolto ai malati di Aids, il male che in Africa sta distruggendo intere famiglie e che è stato evidenziato dal Santo Padre nel messaggio per questa tredicesima Giornata del malato, celebrata in Camerun, a Yaoundè. Per ricordare il respiro universalistico di questa giornata, le offerte raccolte durante la Messa sono state devolute, dal cappellano dell’ospedale don Aldo Anderlucci, al santuario mariano del Camerun.
La Messa, animata nel canto da
Ivano Giampieri, si è conclusa con la processione, nei corridoi del piano
terra dell’ospedale, del Santissimo Sacramento, accompagnato dai
numerosi presenti alla celebrazione. Il gesto ha ricordato ai volontari
che la loro presenza nel mondo della cura della salute, dei malati e dei
sofferenti va collocata in una forte prospettiva
di speranza attiva, la speranza comunicata al cristiano nel mistero
pasquale di Gesù Cristo, “farmaco di vita e di speranza”.
ContrappuntiLa
previdenza
Riccardo
Ceccarelli
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