Anno LIII - N°6
Domenica 20 febbraio 2005

Sommario

bullet

Un fenomeno da prevenire e contrastare - Italia: allarme alcool per i giovanissimi

 
bullet

L'infanzia e la lettura

 

bullet

La porta del Giubileo

 

bullet

La giornata del malato

 

bullet

Contrappunti - La previdenza

Voce della Vallesina

Settimanale di informazione


Scarica l'intero giornale in formato .pdf (circa 2 mb)

 

 

 

 

Un fenomeno da prevenire e contrastare

 

Italia: allarme alcool

 per i giovanissimi

 

       Sono sempre più numerosi gli adolescenti, soprattutto ragazze, che in Italia consumano alcolici e scende a undici-dodici anni l'età del primo bicchiere, la più bassa in Europa, dove, invece, il primo drink arriva attorno ai quattordici anni. E’ quanto è emerso a Roma durante la “Giornata della Prevenzione”, organizzata dall’Istituto Superiore di Sanità.

        Secondo i dati più recenti, sono circa 900 mila i giovani al di sotto dei sedici anni che bevono abitualmente birra, vino e altre bevande alcoliche. Sulla base dei dati Istat, si calcola che i giovanissimi consumatori di alcolici (14-16 anni) sono aumentati a ben 870 mila nel 2001. Tra questi ultimi circa 400 mila abusano di vino, birra e altri alcolici e le più accanite consumatrici sono le ragazze, passate dal 35 per cento del 1988 al 41 per cento del 2001.

       Nello stesso periodo i ragazzi sono aumentati dal 46 per cento al 51 per cento. Complice dell’aumento dei consumi nei giovanissimi è soprattutto la popolarità di cui gode l’alcool a livello sociale, a livello degli altri fattori di rischio per la salute, una popolarità legata alla cultura italiana che poneva, fino a dieci anni fa il consumo di vino, come elemento inseparabile dell’alimentazione.

       Oggi, invece, il bere alcolici è più legato agli effetti che esso esercita sulle performance personali. I giovanissimi, per esempio, bevono per sentirsi più sicuri e loquaci quando sono in gruppo e per essere trendy agli occhi degli amici.

       Queste cifre palesano il bisogno sia che vengano promosse iniziative volte a prevenire e contrastare il fenomeno dal punto di vista sociale, sia che le famiglie recuperino un ruolo educativo anche nella prevenzione dei comportamenti a rischio.

                                                                                                                     O.S. 

 

 MZ05-Alcoolismo.jpg (199693 byte)

 

 

 

 

L’infanzia e la lettura

 

       In un mondo altamente tecnologizzato, che espone tutti i suoi prodotti “culturali” alla portata di chiunque, in qualunque forma e momento, prescindendo dalla qualità dei contenuti, si avverte forte il bisogno, soprattutto nel campo della formazione, di insegnare alle nuove generazioni il fascino e la “fatica” della lettura, ossia della scoperta  graduale dei “segreti” della vita dell’uomo e del mondo attraverso di essa.

       In questa prospettiva, la lettura, sia ascoltata dalla voce dell’adulto, sia condotta individualmente dal bambino, diventa strumento essenziale di alfabetizzazione culturale e mezzo sostanziale per impedire una nuova “scomparsa dell’infanzia”- già avvenuta nel medio evo- nel contesto attuale, deficitario di “confini” tra l’adulto e il bambino.

 

Il seme dell’infanzia

 

       Fu Gutenberg a gettare nuovamente il seme dell’infanzia. L’invenzione della stampa, - scrive Neil Postman - originando l’esplosione della conoscenza e di nuove teorie tratte dall’esperienza, portò a una nuova definizione dell’età adulta, basata sulla capacità di leggere, e, di conseguenza a una nuova concezione dell’infanzia, basata sull’incapacità di leggere. Dopo lo sprofondamento dell’Europa nei secoli bui del medio evo, in seguito alle invasioni barbariche, alla caduta dell’Impero romano, all’offuscamento della cultura classica, finalmente era stato creato l’Uomo Alfabetizzato: da quel momento in poi, i giovani avrebbero dovuto divenire adulti imparando a leggere. Accadde così che la civiltà europea reinventò le scuole e diffuse i libri.

       Nel medio evo fu possibile che l’infanzia scomparisse perché alla maggior parte dei ragazzi non si insegnò più a leggere e a scrivere; di conseguenza, scomparvero le scuole; scomparve il pudore poiché non c’era più consapevolezza dell’essere adulti e quindi dell’essere diversi dai bambini i quali venivano coinvolti in ogni manifestazione della vita adulta; e scomparve l’idea dell’educazione e dell’istruzione: la paideia degli antichi.

 

Interpretare la cultura

 

       In realtà, non scomparve l’alfabeto, ma la capacità, da parte dei lettori, d’interpretarlo. Imparare a leggere significa non solo decodificare segni e acquisire informazioni, ma anche imporre l’autocontrollo al corpo e alla mente, procedendo per una logica che non è intuitiva. Quando si legge, è necessario aspettare per ottenere la risposta, riflettere per raggiungere una conclusione; e mentre si aspetta, si è costretti a valutare la validità delle frasi, sviluppando il pensiero critico.

      Anche se le scuole non erano ovviamente ignorate - alcune erano associate alla Chiesa, altre erano private -, la mancanza assoluta di una scuola primaria che insegnasse a leggere e scrivere e fornisse gli elementi per un ulteriore approfondimento, documenta l’assenza del concetto di una educazione basata sul principio dell’alfabetizzazione, ossia sulla capacità di un numero elevato di persone di interpretare la cultura e di usarla con facilità.

       Tranne qualche eccezione, i lettori medievali, a qualunque età appartenessero, non leggevano e non erano capaci di leggere alla nostra maniera.Tutte le interazioni sociali più importanti avvenivano oralmente, attraverso l’apprendistato e l’attività lavorativa. Scrive Barbaa Tuchman “Il laico medio acquisiva il sapere soprattutto con l’orecchio, attraverso pubblici sermoni, sacri misteri, recitazioni di poesie narrative, ballate, racconti.”

 

Leggere per crescere

 

       E’ il “leggere” che in realtà “crea l’età adulta” poiché consente di entrare in un mondo visibile e astratto di conoscenza, comporta l’accesso a segreti culturali codificati in simboli non naturali: in un tale mondo i bambini sono “costretti a diventare adulti”. In un mondo dove non si sa leggere né scrivere, non vi è bisogno di distinguere nettamente tra il bambino e l’adulto perché vi sono pochi segreti in quanto tutto è condiviso, e la cultura non deve fornire istruzioni sul modo di essere compresa poiché tutto viene trasmesso facilmente per via orale.

        L’oralità connotava di puerilità il comportamento medievale in tutte le età, mancando un chiaro concetto dell’essere adulto e, quindi, dell’essere bambino; anzi, l’infanzia si riteneva finita a sette anni, età in cui i bambini acquistano il controllo del loro linguaggio e sono quindi in grado di accedere ai segreti del mondo adulto che tuttavia non vanno rivelati loro senza alcuna riserva.  

       Negli anni tra il 1850 e il 1950, grazie alla divulgazione sempre più rapida delle conoscenze per mezzo della stampa, l’idea dell’infanzia raggiunse il suo vertice. Furono compiuti con successo notevoli tentativi per togliere i bambini dalle fabbriche e per fornire loro, oltre alla scuola, forme appropriate di vestiario, di arredamento, di letteratura, di gioco, fino a costituire uno specifico mondo sociale.

 

L’avvento del telegrafo

 

       Furono promulgate moltissime leggi che, differenziando i bambini dagli adulti, li ponevano in una fascia di privilegio e protezione da questi. L’infanzia era il risultato di un ambiente in cui particolari informazioni, controllate esclusivamente dagli adulti, erano messe gradualmente a disposizione dei bambini, nei modi ritenuti psicologicamente adatti.

      L’avvento del telegrafo con Samuel Morse, iniziò il processo che avrebbe strappato il controllo dell’informazione alla famiglia e alla scuola; esso trasformò il tipo di notizie alle quali i bambini potevano aver accesso, la loro qualità e quantità, la loro progressione, le circostanze nelle quali potevano essere apprese, sino ad arrivare alle immagini odierne della televisione e di altri mezzi tecnologici: esse sono concrete e si spiegano sole, e i bambini possono vedere e vedono ogni cosa che appare sullo schermo.

       In questo modo, si stanno ricreando le condizioni di comunicazione che esistevano nei secoli quattordicesimo e quindicesimo, ossia l’assenza di “segreti” nella vita infantile: e senza alcun segreto, l’infanzia non può esistere.

 

                                                                                                              Paola Cocola

 

 

MZ02-LIbri-a-scuola-(Paola-.jpg (112313 byte) MZ03-Libri-a-scuola-(Paola-.jpg (124523 byte) MZ04-Libri-a-scuola-(Paola-.jpg (57491 byte)

 

 

 

 

La porta del Giubileo

 

       Il 1° febbraio, a palazzo Ripanti, nella sede del Meic, don Vittorio Magnanelli ha illustrato le 44 formelle che decorano la porta bronzea del Duomo.

       Interessante la sua ricostruzione storica del progetto nato nel 1999, durante la seconda delle tre rassegne d’arte sulla Bibbia, precisamente quella relativa all’Apocalisse. A quel tempo fu chiesto allo scultore Paolo Annibali di San Benedetto del Tronto di preparare un bozzetto di quella che avrebbe dovuto essere la nuova porta della cattedrale. L’11 settembre 2001 lo scultore insieme con il prof. Armando Ginesi presentò il bozzetto in terracotta, tutto incentrato sul tema: “Fra il Giubileo e la speranza”. Attraverso un percorso ascensionale di immagini bibliche si partiva dalla disperazione (Lo sconforto di Giobbe) per giungere alla gioia (La resurrezione di Lazzaro).

     A questo primo bozzetto ne seguì un altro in cartone. Prima però di passare definitivamente dalla fase ideativa a quella esecutiva, su sollecitazione di mons. Costantino. Urieli, storico e priore del Capitolo, si decise di inserire fra i bassorilievi della porta anche alcuni personaggi ed episodi della storia di Jesi. L’iter progettuale sembrava concluso, invece era ancora in fieri. Nel 2002 il Papa rinnovò il Rosario, aggiungendo i misteri della Luce. Perché non arricchire la storia locale, civile e religiosa anche con le scene dei venti misteri? Sarebbe stata la prima porta al mondo con tutti i misteri e si sarebbe inoltre realizzato un panorama completo, articolato in tre sezioni “Cristo ieri” (20 formelle),” Cristo oggi” (16 formelle), “Cristo per sempre”(8 formelle).

       L’enorme complesso artistico aveva raggiunto così la sua unità e la sua compiutezza. Fu esposto il bozzetto definitivo in Duomo. Non mancarono però successive correzioni, modifiche, ritocchi di vario genere.

       Infine,dopo anni di lungo e sofferto lavoro, il 19 settembre 2004 si è arrivati alla solenne inaugurazione della porta del Giubileo, ammirata da una folla di fedeli giunti in cattedrale da tutta la diocesi.

       Nella seconda parte dell’incontro, don Vittorio Magnanelli, servendosi di una serie di diapositive e di una suggestiva musica gregoriana, in un clima di grande spiritualità e bellezza, è passato alla presentazione visiva della porta. Nell’illustrare le singole formelle ha sottolineato in particolare la loro valenza teologica, meditativa e contemplativa. Infatti questa imponente opera non è soltanto una pregevole e felice operazione culturale, destinata ad arricchire il patrimonio artistico della nostra città, ma è soprattutto una testimonianza di fede della comunità e un mezzo per parlare di Dio ad ogni uomo.

       Don Vittorio ha  tenuto a precisare inoltre che il denaro speso non è denaro sottratto ai poveri: abbellire la chiesa rappresenta un atto di amore e di omaggio e non contrasta con la virtù della povertà. San Francesco, il più povero fra i poveri,voleva che la casa di Dio fosse onorata anche con gli oggetti più belli, come calici e ostensori preziosi.

     A conclusione dell’incontro don Vittorio ha annunciato che in aprile, nel Palazzo della Signoria verrà allestita una mostra delle opere di Paolo Annibali, autore di ben sei porte e candidato ad eseguirne una settima per la Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. In occasione dell’inaugurazione della rassegna sarà presentato il libro sulla nostra porta.

 

 

.                                                                                              Francesca Procaccini

 

 

HM04-Inaugurazione-porta-cattedrale (Vincenzoni).jpg (109150 byte)

 

 

 

La giornata del malato

 

       La Giornata Mondiale del Malato è stata celebrata domenica 13 febbraio dal Vescovo nella chiesa dell’ospedale di Jesi. I volontari delle associazioni Unitalsi ed Avulss, che in Vallesina cercano di sostenere ed accompagnare che vive la malattia e la solitudine, si sono ritrovati per la Messa durante la quale il Vescovo ha rivolto un incoraggiamento ad aprirsi agli altri, a farci compagni di viaggio, a non avere paura dell’incontro con chi è in difficoltà e ad essere cristiani autentici.

      Un pensiero lo ha rivolto ai malati di Aids, il male che in Africa sta distruggendo intere famiglie e che è stato evidenziato dal Santo Padre nel messaggio per questa tredicesima Giornata del malato, celebrata in Camerun, a Yaoundè. Per ricordare il respiro universalistico di questa giornata, le offerte raccolte durante la Messa sono state devolute, dal cappellano dell’ospedale don Aldo Anderlucci, al santuario mariano del Camerun.

       La Messa, animata nel canto da Ivano Giampieri, si è conclusa con la processione, nei corridoi del piano terra dell’ospedale, del Santissimo Sacramento, accompagnato dai numerosi presenti alla celebrazione. Il gesto ha ricordato ai volontari che la loro presenza nel mondo della cura della salute, dei malati e dei sofferenti va collocata in una forte prospettiva di speranza attiva, la speranza comunicata al cristiano nel mistero pasquale di Gesù Cristo, “farmaco di vita e di speranza”.

 

Beatrice Testadiferro
 

 

 NB05-Giornata-del-Matalo-20.jpg (86918 byte) NB06-Giornata-del-malato-20.jpg (91364 byte)

 

 

 

 

Contrappunti

La previdenza

 

       Zitti zitti, quatti quatti, con discrezione, senza tanta pubblicità, si sono fatti il regalo di Natale. Se lo hanno fatto proprio il giorno della vigilia, il 24 dicembre 2004, votando la finanziaria regionale. Stiamo parlando dei consiglieri regionali delle Marche che prima di chiudere la legislatura hanno voluto pensare un po’ al loro futuro, aumentandosi  di circa 500 euro al mese la loro pensione. Non l’hanno fatto con una legge specifica, ma con un articolo, il 34, inserito - come si diceva - nella finanziaria regionale.

       Nessuno ha protestato. Solo dopo un mese, passato sotto silenzio, dopo che la notizia è circolata sulla stampa, il gruppo consiliare di Rifondazione Comunista ha fatto sapere di aver espresso allora, il sede di Commissione  e di Consiglio Regionale, il proprio voto contrario. Tutto questo è scritto in due pagine del “Il Resto del Carlino - Marche” del 25 e 26 gennaio. Pagine da conservare per conoscere i conti presenti e futuri (stipendi e pensioni) dei nostri rappresentanti in regione.

       Non stanno proprio male, come magari farebbe credere l’aumento della pensione. “Avendo agganciato il proprio «stipendio» a quello dei parlamentari, […] i consiglieri marchigiani hanno uno stipendio lordo di 7.804,67 euro mensili, pari al 65 per cento dell’indennità parlamentare. A questo va aggiunto un rimborso forfettario uguale per tutti, di 2.602 euro mensili. Fatte due somme siamo sopra i diecimila euro lordi ogni mese per il semplice consigliere”.

        Ci sono poi le indennità di funzione (presidente e vice presidente di giunta e di Consiglio, assessore, consigliere segretario e presidente e vice presidente di commissione) e il rimborso spese (390 euro uguale per tutti per chi risiede entro 25 chilometri da Ancora, mentre per gli altri è equiparato al prezzo della benzina).

       Tutto, come per gli altri stipendi, con le dovute ritenute. Ma anche con queste non se la passano male. Le pensioni sono un discorso a parte, ma consequenziale e relativo alla durata del mandato. “Assegno vitalizio che scatta dopo il sessantesimo anno di età per chi non fa parte più del consiglio regionale. E che ha la duplice particolarità: di essere totalmente cumulabile con qualsiasi altro reddito o trattamento pensionistico e di essere «reversibile» non solo alla moglie, ma anche a figli o qualsiasi altra persona indicata dall’avente diritto”.

        Presente e futuro insomma garantiti. Quando si dice essere previdenti! Se è vero poi “che una parte del fondo dell’indennità-vitalizio deriva dai contributi prelevati dagli stipendi dei consiglieri stessi, un’altra parte è a carico del bilancio regionale. Ovvero delle tasse di noi tutti”.  Non può essere che così. Infatti loro lavorano ed hanno lavorato per noi. Sono  “per la gente, tra la gente, uno di voi sempre dalla vostra parte”, sono “uno di noi per le nostre ragioni”, sono “la nostra voce in regione”, hanno “realizzato il futuro delle Marche”, sono “uomini vicini che sanno guardare lontano”, impegnati “perché nessuno resti solo”, “per fare di più” e per scrivere “una pagina nuova nel secolo nuovo”: dicevano queste cose nel 2000, si sono dati da soli la ricompensa. 

       Lo hanno fatto i consiglieri regionali, prima deputati e i senatori. Una buona consuetudine in ogni legislatura. Sarà pure (?) la passione politica che in questi giorni sta animando le candidature nei singoli partiti in vista delle prossime elezioni regionali. Una parte - e non certo secondaria - credo che l’abbiano, sia per chi vince come per chi perde, anche le certezze economiche dei futuri consiglieri ed assessori (che tra l’altro per statuto sono aumentati di numero).

        Comprensibili così anche le sgomitate in atto. Quando si ascolta del “forte impegno per servire la gente” o cose analoghe, bisogna intenderle - spesso e volentieri, e non è pregiudizio o populismo -  come  conquista di “una poltrona comoda e ben remunerata”. La dimostrazione è nei fatti. Da tutti loro messi in atto.

 

                                                                                                    Riccardo Ceccarelli