Anno LIII - N°8
Domenica 6 marzo 2005

Sommario

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Il paziente oncologico - Tra accanimento terapeutico e abbandono

 
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L'Italia di fronte al programma Kyoto - Per l'aria pulita qualche sacrificio

 

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La storia del Club alla mostra di San Nicolò - I cento anni del Rotary

 

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Conferenza al Meic - Filosofia e formazione dell'identità europea

 

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A colloquio con una giovane restauratricie - Melissa Ceriachi si racconta

 

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Salva solo la statuina della Madonna

Voce della Vallesina

Settimanale di informazione


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Note di bioetica

Il paziente oncologico

tra accanimento terapeutico e abbandono

 

       II paziente oncologico oggi più che mai può incorrere nell'antinomia tra abbandono e accanimento terapeutico: abbandono da parte di una sanità pubblica stretta sempre più da misure economiche restrittive e accanimento dei sanitari che possono ricorrere grazie ai continui progressi scientifici a mezzi sempre più sofisticati.

       Certamente l’incremento delle possibilità di intervento medico ha determinato un aumento di responsabilità da parte dell’operatore sanitario ed ha anche evidenziato come sempre più umanamente si riconosca la necessità di agire sul malato oncologico ricorrendo all’aiuto di medici specialisti, psicoterapeutici, volontari e assistenti spirituali.

       In questi ultimi anni giunge un segnale che si sta facendo sempre più intenso da parte degli operatori sanitari e di quanti con essi collaborano come volontari circa l'intento di non abbandonare il paziente terminale, di accompagnarlo a una morte serena ricorrendo anche alle cure palliative e di realizzare strutture e associazioni deputate alla sua assistenza.

       Certamente non sono poche le difficoltà fisiche e psichiche incontrate dal malato oncologico, dai suoi familiari e dagli operatori sanitari nel far fronte alla malattia. L'emergere della patologia altera completamente le normali condizioni di vita e i ruoli familiari e sociali del malato, determina la definizione di un nuovo equilibrio e di nuove relazioni all'interno della sua famiglia. Altrettanto difficoltosa e problematica è la condizione degli operatori sanitari che investono energie fisiche e mentali nell’assistenza ai malati oncologici.

       La medicina faccia una scelta attiva per dare alla vita il significato possibile e compatibile con una malattia che devasta il corpo, ma generalmente mantiene vivo e integro ciò che è di più significativo nell'uomo: lo spirito e la mente. Ripensare le cure in questo senso è forse il progresso che ci resta da compiere perché tutte le tappe dell’esistenza meritino di essere vissute con dignità.

                                                                                                                O.S.

 

 

 

L’Italia di fronte al programma Kyoto

 

Per l’aria pulita qualche sacrificio

 

       Che l’aria in Italia e nel mondo sia sempre più inquinata è noto a tutti. Ma il rimedio non è certo la sospensione della circolazione delle auto per poche ore alla settimana in alcune città. Ecco allora che otto anni or sono nella città giapponese di Kyoto fu approvato un programma che avrebbe dovuto sintonizzare gli sforzi di tutti i Paesi per ottenere una graduale riduzione soprattutto dell’anidride carbonica (CO2) che è il gas che più di ogni altro contribuisce al surriscaldamento della terra.

       E’ un gas dovuto in particolare al consumo del carbone e del petrolio e dà luogo anche alle cosiddette polveri sottili che finiscono negli alveoli dei polmoni con enormi conseguenze negative per la nostra salute. Aggiungasi che l’aumento incontrollato della temperatura della terra fa sciogliere i ghiacciai, riduce le calotte polari e facilita, quindi, le inondazioni con l’aumento del livello del mare.

       Con l’accordo di Kyoto, i Paesi che lo accettano si impegnano a ridurre gas nocivi del sei per cento entro il 2012. Poiché hanno aderito 141 Paesi che rappresentano  il 55 per cento delle emissioni nocive rispetto al  totale mondiale, l’intesa di Kyoto è entrata in vigore a metà del febbraio scorso.

        Purtroppo alcuni grandi Paesi non hanno aderito alla convenzione di Kyoto. E fra questi, gli Stati Uniti, l’Australia, la Cina. Preoccupa soprattutto l’assenza degli Usa che,  da soli, producono più di un terzo dell’inquinamento mondiale dato il loro enorme sviluppo tecnologico e produttivo. Ma mentre l’ex presidente Clinton aveva aderito, Bush si è ritirato perché non intende frenare la produttività, cioè restringere il benessere dei cittadini. Insomma, chi già gode del massimo benessere non intende rinunciare a niente neanche di fronte ad un così grave problema ambientale che potrebbe, nei decenni, diventare drammatico.

* * *

       L’Italia ha aderito, ma si trova in non poche difficoltà in quanto, non avendo mantenuto alcuni impegni di riduzione riferiti al passato, oggi si trova a dover ridurre, per il 2012, il 13 per cento delle attuali emissioni. Un programma molto impegnativo  che tuttavia tutti ci auguriamo che possa essere attuato con totale determinazione anche se costerà sacrifici. Perché? Perché ridurre, per esempio, l’anidride carbonica   vuol dire consumare meno petrolio e meno carbone, quindi produrre meno energia elettrica con tutte le conseguenze negative se non si ricorre ai ripari con fonti alternative pulite; vuol dire ridurre i consumi casalinghi di energia, vuol dire spendere fior di quattrini per centrali elettriche moderne poco inquinanti, vuol dire rafforzare le fonti rinnovabili (eoliche), vuol dire mettere al bando mezzi da trasporto vecchi, e quindi inquinanti più dei nuovi, vuol dire spingere il trasporto su rotaie e sul mare  limitando sempre di più quello su gomma, ecc.

        Insomma, in sei anni dobbiamo ridurre l’anidride carbonica CO2 di cento milioni di tonnellate. Per farcela, c’è una paradossale scappatoia prevista da Kyoto: acquistare “crediti” di CO2 da quei Paesi virtuosi che producono meno anidride carbonica di quanta ne potrebbero produrre in base alla loro popolazione. Potremmo inquinare di più noi al posto loro. Ma questi crediti, del resto utili ai Paesi in via di sviluppo, ci costerebbero un sacco di soldi: almeno 10 euro a tonnellata di gas e, fra qualche anno, il triplo. 

                  Vittorio Massaccesi

         

 

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La storia del Club nella mostra a San Nicolò

 

I cento anni del Rotary

 

       Si è espresso con il ritmo incalzante di un “bollettino” di pace, amore e solidarietà,  il ventaglio di iniziative umanitarie e culturali - locali ed internazionali - dispiegato lungo le pareti della chiesa di San Nicolò, nell’ambito della mostra allestita nel mese di febbraio in occasione dei festeggiamenti per il centenario della fondazione del Rotary International.

       Istituito a Chicago il 23 febbraio 1905, ad opera dell’avvocato Paul Harris, che intuì l’importanza di creare un meccanismo di conoscenze, e quindi di aiuti reciproci, nell’ambito delle diverse professioni affinché queste risultassero principalmente al servizio dell’umanità, il Rotary International deve il suo nome e il suo emblema – una ruota a sei raggi e ventiquattro denti - all’abitudine iniziale dei primi soci di riunirsi, a rotazione, nelle rispettive case o uffici una volta alla settimana.

       Organizzato in “distretti”, ciascuno dei quali raggruppa, per regioni, un certo numero di Club, oggi conta più di un milione e duecentomila persone, e riesce ad attivare, grazie al Rotary Foundation, un organismo che riceve e gestisce i contributi provenienti dai club dei cinque continenti, iniziative internazionali rivolte ai giovani e ispirate a valori di pace e di amicizia.

       Ampia e funzionale, la mostra ha contestualizzato -  attraverso l’esposizione di pannelli con foto, documenti e immagini che raccontano i progetti attivati dal Rotary International, e in particolare da ciascun Rotary Club del territorio di allestimento della mostra: in questo caso, di Jesi - i “100 anni” di vita spesi al servizio del prossimo.

       Ha aperto la mostra il progetto “Polio Plus”- concepito nel 1985 inizialmente all’interno di un Club rotariano, e poi adottato dal Rotary International -  finalizzato all’eradicazione totale della Poliomenite.

       La Campagna, sostenuta anche dall’organizzazione mondiale della Sanità e dai governi dei Paesi interessati, e che ha richiesto complessivamente l’impegno di migliaia di medici e l’erogazione finanziaria di cinquecento milioni di dollari, ha raggiunto pienamente l’obiettivo con più di due miliardi di bambini vaccinati e di trecentocinquantamila casi di poliomenite evitati. Illustrata nella mostra anche la campagna triennale di vaccinazione contro l’epatite virale B di tutti i neonati albanesi, condotta dai “distretti” italiani del Rotary International nell’ambito del progetto “ Vita per l’Albania”.

       Tra le iniziative del Rotary Club di Jesi realizzate a scopo culturale, il progetto che ha restituito alle strade del centro storico il ricordo del primo battesimo attraverso la consegna al Comune delle targhe con l’antica denominazione. Un’altra importante iniziativa promossa dal club jesino e socializzata dalla mostra, riguarda il progetto di restauro, realizzato a Firenze, dell’antica libreria Pianetti, una struttura lignea degli inizi del Settecento, ritrovata fortunosamente dall’avvocato Marco Cercaci e valutata positivamente dallo stesso Sgarbi. L’opera sarà collocata nella sala maggiore del Palazzo della Signoria e verrà esposta al pubblico, corredata di notizie sul ritrovamento ed il restauro, nel mese di maggio.

      Interessante è risultato anche il pannello recante il manifesto del bando per il  “Concorso di idee e di progettazione per il riutilizzo del complesso edilizio della Casa di Riposo Vittorio Emanuele  di Jesi”, inquadrato nella prospettiva di eventuali nuove destinazioni d’uso

Tra l’altro materiale esposto, pubblicazioni promosse o sostenute dal Rotary Club di Jesi, gli stendardi dei vari Club e, particolarmente simpatica, la campana che, con il suo tocco scandisce, ad ogni secondo, terzo e quarto martedì del mese, l’inizio e la fine di ogni riunione.

 

 

                                                                                          Paola Cocola

 

 

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Conferenza al Meic

Filosofia e formazione

dell’identità europea

 

      Il 22 febbraio a Palazzo Ripanti, la prof.ssa Fernanda Degano ha discusso per conto del Meic su “La Filosofia e la formazione dell’identità europea”, facendo un lungo excursus dal VI secolo a.C. ai giorni nostri. Eccone un sunto.

       Il mondo greco era complesso, ma i suoi abitanti, specie dal confronto con la Persia, si sentirono una unità. Nel mondo romano la filosofia fu pratica, si calò nella politica, si espresse nel diritto e si basò sull’humanitas prospettata da Panezio e da Cicerone.

       La ragione, pur se in contrasto con la forza, accompagnò sempre le conquiste romane. Quando Roma decadde, fu la Chiesa a riunificare e a dare ordine. Nell’XI secolo la filosofia risorse, molto matura, nell’eredità della fede. S.Anselmo d’Aosta sostenne la prova ontologica dell’esistenza di Dio e il pensiero medievale fu attraversato dal neoplatonismo.

       Le opere di Aristotele furono recuperate da S.Tommaso, il filosofo delle mediazioni che riportò la realtà umana in una visione armonica e prospettò per la prima volta l’autonomia dello Stato dal Papato. Poi l’equilibrio tra fede e ragione si perse a favore della fede, la cui verità bastava a sé stessa. Gli umanisti del ‘400 furono quasi isolati rispetto alla realtà e non si arrivò ad una ricostruzione.

       Tra ‘400 e ‘500 la teoria copernicana e la riforma luterana crearono una drammatica spaccatura culturale. Con Lutero l’uomo divenne incapace di scegliere: si distrusse così l’antropologia cristiana. Per Machiavelli il recupero dell’umanità era possibile con la virtù politica, derivante dalla conoscenza delle cause. Per Giordano Bruno invece tutti gli esseri, espressione di Dio, sono sullo stesso piano. Il Grozio elaborò la teoria del diritto naturale per la quale l’uomo ha coscienza che nessuno può togliere la vita.

       Ispirato dalle teorie di John Locke, riprese poi da Montesquieu ne Lo spirito delle leggi, nel 1688 nacque in Inghilterra il primo stato liberale. Specie in Francia i filosofi discussero della realtà europea. I progressi della scienza furono dovuti ad una cultura cosmopolita. Kant nell’opera Della pace perpetua auspicò un organismo che al di sopra di un Europa unificata e federale, collegasse pacificatamente questa agli altri popoli.

       Il tema della nazionalità esplose nel primo ‘800. La nazione è l’humus culturale di un popolo. Con i Discorsi alla nazione tedesca Fichte chiese l’unità della Germania. Di nazione italiana parleranno pure Mazzini e Manzoni, mentre Hegel tenterà di dimostrare che se c’è una cultura come nazione, ce n’è pure una come Europa, in quanto ogni popolo è portatore di una razionalità universale. Ma sorse il sospetto che le possibilità costruttive della ragione non fossero così grandi. In Umano, troppo umano Nietzsche affermò che valori e idealità non hanno niente di universale, ma nascono da meschinità ed egoismo.

       La crisi totale della filosofia moderna coincide con quella d’Europa. La ragione non è più in grado di disciplinare il caos. I filosofi Cacciari, Emanuele Severino e Biagio di Giovanni si chiesero da dove ricominciare e cosa unificare. La risposta di Cacciari fu che tutto è un centro: siamo un arcipelago di tante isole collegate dal niente. Per Habermas poteva unificare un linguaggio che fosse totalmente astratto e formalizzato. Per chiudere con le parole di Giovanni, in realtà, la solidarietà nata col Cristianesimo sembra essere l’unico valore in grado di razionalizzare ed unificare una realtà barocca.

 

                                                                                               Cristina Franco

 

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A colloquio con una giovane restauratrice

 

Melissa Ceriachi si racconta

 

       Lo scorso 21 dicembre Melissa Ceriachi si è laureata, con lode, restauratrice di beni culturali  presso la Scuola di Alta Formazione dell’Istituto di Restauro Nazionale, Opificio delle Pietre Dure di Firenze, discutendo la tesi sul restauro di un’opera trecentesca del convento di Santa Maria Novella di Firenze. L’abbiamo incontrata nel suo nuovo laboratorio aperto a Moie, in via Risorgimento, 252 dove inizierà la sua nuova avventura nel restauro di dipinti, tele, tavole, sculture lignee, affreschi e pitture murali, per chiederle di parlarci di lei, della sua formazione e delle sue speranze.

 

       - Melissa, perché hai scelto di lasciare le Marche per studiare ancora, dopo la maturità conseguita nel 1994 all’Istituto Statale d’Arte di Ancona e varie esperienze lavorative nelle Marche?

 

       “Prima di entrare all’Opificio, avevo lavorato per privati realizzando tromp-l’oeil, quadri e decorazioni; con il corso di restauro di Ostra ho lavorato nel settore della conservazione delle pitture murali e delle dorature. In seguito al lavoro di restauro della chiesa di Serra San Quirico e del palazzo di Recanati ho sentito la necessità di imparare seriamente questo mestiere. La strada migliore era senz’altro quella di provare ad entrare all’Istituto Nazionale del Restauro di fama internazionale: l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, dove si restaurano i più grandi capolavori della storia dell’arte e dove ogni intervento mira alla conservazione della materia che costituisce l’opera d’arte”.

 

       - Quali sono le caratteristiche di questo Laboratorio che iniziò la sua prima attività nel 1932 presso gli Uffizi?

 

       “Uno dei principi del Laboratorio è la conoscenza dell’opera artistica che viene analizzata grazie alla documentazione e a sofisticate indagini diagnostiche, messe a punto insieme agli Istituti scientifici esterni, che costituiscono una vera e propria rete di collaborazione. Si punta così alla riduzione del numero degli interventi a favore della qualità degli approfondimenti”.

 

       -Sappiamo che le selezioni per partecipare a formazioni di questo tipo sono sempre difficili: come è andata per te?

 

       “Ho superato con un alto punteggio le tre prove d’esame del concorso d’ammissione tenutesi nell’autunno 2000 a Firenze, concorrendo con altri 380 iscritti, di cui solo in sei siamo stati ammessi alla Scuola di Alta Formazione, settore dipinti”.

 

       - Come puoi descriverci la tua esperienza fiorentina?

 

       “In questi quattro anni ho avuto la fortuna di poter vivere una ”esaltante esperienza” insieme ai miei professori, restauratori impegnati in prima persona nel lavoro della Croce di Giotto in Santa Maria Novella, della Madonna col cardellino di Raffaello, della Decollazione del Battista del Caravaggio, delle Storie di Enrico IV di Rubens, della Croce di Ognissanti attribuita a Giotto, della Deposizione della Croce dell’Allori di Santa Croce”.

 

       - Ed oggi, guardando con occhio da esperta la nostra realtà della Vallesina, quale messaggio potresti dare agli amministratori e a coloro che sono chiamati a conservare i tanti tesori culturali che abbiamo?

 

       “Di credere nel valore intrinseco di ogni opera perché testimonianza storica di un’attività umana. Al di là del valore artistico del singolo manufatto, tutte le cose devono essere considerate alla stessa stregua e restaurate con il medesimo rigore metodologico e con la stessa impostazione, nel rispetto dell’istanza storica ed estetica dell’opera d’arte”.

 

 

                                                                                      Beatrice Testadiferro

 

 

 

 

 

 

 

Salva solo la statuina della Madonna

 

 

     Un mese dal crollo, causa neve, dell’ex frantoio di San Marcello. Un mese dall’episodio curioso – se non quasi miracoloso - che ha risparmiato all’interno di quella che era la sede della locale Sportiva solo una statuina della Madonna, nella notte del 3 febbraio scorso. Circondata da travi e mattoni la statua era rimasta sorprendentemente intatta. Salda al di là della fragilità terrestre? Protettrice di quanti erano soliti frequentare la struttura crollata e fortunatamente non erano nell’ex mulino al momento del cedimento? Semplice coincidenza? Ognuno le attribuisca il significato che vuole, ma vedere quell’effigie senza graffi e con espressione di grazia non può non solleticare la fantasia, e la fede.

 

                                                                                       Simona Santoni

 

 

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