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Anno
LIII - N°9 Sommario
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Settimanale di informazione
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da
non disperdere
"Fare scudo con il proprio corpo a quello dell'ostaggio appena
liberato nel tentativo di sottrarlo all'inatteso pericolo, fa intravedere
quello che Nicola ha sempre vissuto e mai ostentato: la grandezza
dell'anima. Quella grandezza spirituale e morale che ha appreso
nell'educazione in famiglia e che ha coltivato come l'eredità più cara.
Questa nobiltà interiore, insieme alla riconosciuta e fruttuosa
professionalità, lo ha condotto fino alla vetta del massimo altruismo: il
dono di sé, la sua vita per salvarne un'altra".
"E quando una vita si
spegne perché un'altra si accenda o resti accesa – ha affermato mons.
Bagnasco - non è possibile non restare silenziosi e assorti, coscienti
che la vera grandezza si compie. È questo spessore interiore che fa il
valore di un uomo e di un popolo: le sue capacità, il suo ingegno,
l'efficacia operativa, ma mai, assolutamente mai, disgiunti da una visione
etica, da un alta coscienza spirituale e morale che fonda, ispira e
preserva". Per questo, ha proseguito, "l'Italia intera, compatta nel dolore e nell'ammirazione grata, tace pensosa. Consapevole di trovarsi di fronte ad uno dei suoi figli che la esprime nella sua anima più vera e concreta, nella sua tradizione civile e religiosa più profonda. Davanti al suo eroismo, che si rivela non essere un gesto ma uno stile di vita speso nella ferialità e nell'assoluto riserbo dei suoi doveri, tutti siamo richiamati ad un sempre più alto senso di responsabilità; ai valori più essenziali quale la famiglia che Nicola amava profondamente, il lavoro, la discrezione, il senso della comunità da servire e difendere in ciascuno dei suoi membri, la fede che apre al futuro e dà consistenza al presente. Per questo vogliamo che il suo sacrificio non vada disperso”.
Bioetica,
un ponte verso il futuro La bioetica è nata come prima e unica campata di quel ponte che l'umanità di oggi inizia a costruire con le generazioni che verranno a vivere su questa terra. Essa fin dai suoi primi albori viene vista come ponte di responsabile solidarietà che l'umanità stabilisce con il suo futuro. Il futuro del mondo e il futuro dell'uomo che in esso abita va progettato, programmato e preparato con massima serietà e accurata sensibilità. La consapevolezza che con la bioetica l'umanità di oggi comincia ad avere in questa sua responsabilità morale è molto significativo oggi nella cultura contemporanea. La generazione presente si sta assumendo questa grossa responsabilità? Interessarsi di bioetica, fare bioetica dovrà significare assumersi le responsabilità morali e significherà pure aiutare l'umanità nel suo incamminarsi con serena e fiduciosa responsabilità morale verso l'ineliminabile incertezza di un futuro mai perfettamente chiaro in tutta la complessità delle sue molteplici problematiche. Questo ponte che l'umanità di oggi mediante la bioetica stabilisce con il suo futuro è simile a quello che essa stessa permette di costruire fra la Chiesa e il mondo, fra la cosiddetta cultura religiosa e la cosiddetta cultura laica, fra le diverse concezioni ideologiche del mondo, della storia, della realtà della vita umana e della sua qualità. E’ questo l’unico orizzonte possibile entro cui gettare le basi per il dialogo della Chiesa con il mondo di oggi e per il dialogo delle diverse culture fra di loro. O.S.
Scolpì il monumento ai Cadutidi
tutte le guerre E’ deceduto il 2 marzo, nella sua abitazione di via Montegiacomo, il prof. Giuseppe Campitelli, per quasi trent’anni insegnante di educazione artistica nelle scuole jesine. Era nato a Jesi nel 1926. La sua prima formazione artistica era avvenuta in famiglia., frequentando la “bottega” del padre, Amedeo, e lo studio del cugino Coriolano. Il padre, apprezzato pittore e decoratore, aveva lavorato anche nella cappella del Santuario delle Grazie. Il cugino “scultore di buon nome”, si era fatto notare per le sue opere in particolare a Roma: sua la statua del calciatore al Centro sportivo capitolino delle Scuole per i Vigili del Fuoco; suo anche un bozzetto del monumento per la celebrazione delle Olimpiadi di Roma, nel 1960. Giuseppe si era diplomato geometra al “Cuppari” di Jesi, ma la sua vocazione artistica aveva finito con il prevalere; l’amore per la pittura e quello – soprattutto - per la scultura avevano segnato la sua vita. Nel 1948 si era diplomato al liceo artistico di Roma. Dal 1954 al 1981 aveva insegnato disegno nelle scuole medie di Jesi. Esperto nella progettazione architettonica e dell’ambiente urbano, dal 1964 era stato membro del Consiglio degli Istituti Riuniti di Beneficenza. Eletto consigliere comunale nella lista del partito socialista italiano, alle amministrative del 1970 e del 1975, nello stesso periodo era stato anche assessore comunale all’urbanistica. Le sue opere più significative appartengono alla scultura. Prediligeva la scultura, perché – diceva – “con la scultura riesco ad esprimere meglio me stesso”. La sua opera più nota è il monumento ai Caduti di tutte le guerre, davanti alla pineta di viale Cavallotti. Non a caso la sua “proposta” era stata giustamente preferita ad altre cinque: “la compostezza e serietà del soggetto e la perfetta ambientazione nel luogo dove doveva sorgere” avevano convinto tutti che sarebbe stato “un monumento degno della città”: così il Consiglio comunale, chiamato a deliberare nella seduta del 31 maggio 1965. Di Giuseppe Campitelli anche il monumento al bersagliere (1985), in travertino, negli orti Pace sotto le mura di Jesi, e il monumento ai valori universali della vita (1990) in pietra, a Castelbellino Stazione. Per la cappella dell’ospedale, nel ’58 aveva eseguito l’altorilievo in bronzo “La Resurrezione”. Altro altorilievo, pure in bronzo, del 1980, quello presente nella scuola elementare “Eraclio Cappannini” che ricorda il partigiano jesino ucciso dai tedeschi durante l’ultima guerra. Per il Comune di San Paolo di Jesi, nello stesso anno, aveva eseguito il busto in bronzo raffigurante Domenico Ricci, l’appuntato dei carabinieri ucciso a Roma dalle brigate rosse mentre con altri era di scorta all’on. Aldo Moro. *** Avevo conosciuto Giuseppe Campitelli, o meglio avevo conosciuto… la sua voce, nel ’47 al liceo artistico di via Ripetta, a Roma, dove mi trovato per gli esami di maturità: scendendo le scale verso l’uscita insieme a tanti altri studenti giunti da ogni parte d’Italia, una voce, nell’atrio, dall’accento tipicamente jesino… “E’ un marchigiano, dalle parti di Ancona…”, mi avevano detto. Stava facendo valere le sue ragioni, con qualcuno della segreteria, forse. Ho ricordato, anche pochi anni fa, con Giuseppe Campitelli quell’incontro romano. Ci sentivamo amici, un’amicizia, la nostra, non dovuta alla frequentazione (ci si incontrava di rado), ma alla stima, al rispetto dell’uno per l’altro. Ogni anno, a Natale e a Pasqua, mi mandava gli auguri su una cartolina disegnata o dipinta da lui, e sempre nuova, inedita (alcune le ho pubblicate su "Voce"). Lo faceva anche con altri, con chi teneva in maggiore considerazione, e questo mi gratificava. L'ultimo incontro, in ospedale, dove era andato per un controllo. Recentemente, ci eravamo intesi qualche volta per telefono Poi il silenzio, e la notizia della sua scomparsa: la notizia che ti resta dentro, come il dolore per un qualcosa che ti è venuto a mancare…
gi elle
Nella prima foto: Campitelli mentre lavorava al modello in
gesso del monumento ai Caduti di tutte le guerre; nell’altra foto,
Campitelli ripreso nella realizzazione di una delle sue
ultime opere
La Fondazione “Federico II” di Jesi ha coinvolto il mondo della
scuola con “Federico II nel fumetto”, evento inaugurato il 4
marzo presso l’Istituto Comprensivo “Jesi Centro” e realizzato
grazie al contributo della Banca Popolare di Ancona.
Nella tavola rotonda di
apertura hanno preso la parola il dott. Enzo Crocetti, vice direttore de Il
Giornalino, la prof.ssa Anna Laura Trombetti Budriesi, ordinario di
Storia Medievale all’Università di Bologna e il principe Alduino
Ventimiglia di Monteforte Lascaris, presidente dell’Accademia dei
Cavalieri di Alto Volo e discendente diretto di Emma, figlia naturale
di Federico II. Al suo fianco era presente anche, incappucciato, un suo
girifalco, grosso falco del nord Europa, il tipo più amato
dall’Imperatore per il suo coraggio: ci cacciava infatti le gru, del
peso medio di nove chilogrammi.
Gli allievi della Scuola
Musicale “G.B.Pergolesi” hanno contornato di antiche melodie
l’incontro, mentre bambini hanno sfilato in costumi medievali realizzati
da Simonetta.
“Don Giacomo Alberione, che
fondò ottant’anni fa Il Giornalino, desiderava che con
linguaggio accattivante esso diffondesse anche la fede. – ha affermato
il dott. Crocetti - Dopo aver tradotto in fumetti classici e biografie di
grandi personaggi, sarà la volta di Archimede. Nel 2003 toccò a Federico
II, che raccontammo in poco più di 60 pagine, con disegni di Sergio Toppi
e testi di Roberto Genovesi. Nel 2004 ne cedemmo i diritti
all’Alessandro Editore, che ne ha fatto un libro, presto disponibile
anche a colori. La mostra al Torrione di Mezzogiorno con le 64 tavole
originali di Toppi, dato il suo grande valore culturale, verrà portata
anche in altri luoghi federiciani.”
La prof.ssa Budriesi ha invece
commentato i fumetti su Federico II: “Lo sceneggiatore ha inventato il
musulmano Addid, compagno d’infanzia dell’Imperatore e poi capo della
sua guardia personale: è vero però che il grande Svevo si servì della
protezione di saraceni deportati dalla Sicilia. Genovesi poi, nel 1209,
anno delle nozze imperiali con Costanza e della ribellione dei feudatari,
fa dire a Federico II: Resistere al potere del Sovrano equivale ad
opporsi a Dio, affermazione che, collocandolo al di sopra della
Chiesa, collegò Federico II al regno di Alessandro Magno ed alla
concezione imperiale degli avi normanni. Federico II fu l’ultimo
imperatore ad avere questo concetto del potere imperiale.
“Mi ha colpito anche
l’immagine di Federico II che si autoincorona ad Aquisgrana, dove, nella
cappella palatina toccò le ossa di Carlo Magno e promise di andare
crociato. Non si sa, poi, se l’Imperatore conobbe Francesco d’Assisi:
allo sceneggiatore dei fumetti piacque credervi. Ricordiamo poi che
Federico II era a caccia col falcone quando i parmensi, nel 1248,
saccheggiarono l’accampamento di Victoria, fatto che fu l’inizio della
sua fine.”
Il principe Ventimiglia ha
infine spiegato che “..la falconeria era un’attività elitaria non
finalizzata alla caccia, giacché in una giornata il rapace poteva
catturare al massimo una preda. Lo scopo era quello di dimostrare che se
si era riusciti a controllare un animale selvatico, si poteva benissimo
governare. Oggi si è persa, almeno in Italia, il retroterra culturale
della falconeria, fatto di precisi rituali. Inoltre, a parte permessi
speciali della Francia, i falchi adoperati non vengono catturati come un
tempo ma nascono in cattività.”
Cristina
Franco
Non
tutto fa spettacolo
Non solo la Scala, ma tutto il mondo dello spettacolo è in crisi.
Con lo slogan “La cultura costa, ma l’incultura costa di più” il 18
febbraio, in occasione del concerto della Filarmonica Marchigiana, è
stata effettuata a teatro una raccolta di firme a sostegno del Fondo Unico
dello Spettacolo. Questo in previsione della manifestazione svolta poi a
Roma il 21 febbraio, alla quale hanno partecipato folle di artisti. Ecco i termini della questione. Si paventa un taglio alle sovvenzioni dello Stato, in venti anni progressivamente diminuite fino a ridursi della metà. Molti al Pergolesi hanno firmato, comprensibilmente convinti che il mondo dello spettacolo vada sostenuto anche con interventi pubblici. Il teatro è vita e l’Italia è sempre stata, se non al primo, certo ai primissimi posti nel creare e offrire cultura attraverso le attività teatrali . Si specificava, nel messaggio messo a disposizione degli intervenuti e letto anche in sala, che “lo spettacolo è un bene essenziale per i cittadini, incide direttamente sulla qualità della vita, sulla crescita civile, sull’aumento del benessere sociale, culturale ed economico”. Si ribadiva inoltre che l’Italia per essere competitiva in questo settore nello scenario mondiale ha bisogno di un’attenta programmazione di investimenti e che invece ridurli significa essere miopi e sprecare intelligenza. Si chiarivano infine i vantaggi che la sua fruizione offre allo spettatore: “vitalizzare la propria personalità, arricchire esperienza e conoscenza, far vivere il proprio territorio”.
E’ vero: cultura, bellezza, arte, condivisione delle emozioni
sollecitano la creatività e promuovono
tolleranza e integrazione fra storie e culture diverse. Attenti però
a non generalizzare. Si provi a riguardare più da vicino il problema e a
considerarne i termini. Il Fondo dello Spettacolo sostiene cinema, teatro, musica, danza, circo, sperimentazione. Come dire “tutto ciò che fa spettacolo”. E allora occorrono anche dei distinguo. Non tutto può essere effettivamente cultura; non tutto, cioè, promuove positivamente –“in su” e non “in giù” – l’uomo. Si potrebbe legittimamente, ad esempio, non essere d’accordo che con il denaro pubblico si sovvenzioni un prodotto pornografico o di contenuto razzista o lesivo della dignità dell’uomo. Ne consegue che le sovvenzioni non dovrebbero essere distribuite a pioggia, ma secondo criteri chiaramente convenuti e non soggetti ad evasione od elusione.
Ugualmente è auspicabile che
la gestione del denaro pubblico erogato (ma tanto dovrebbe valere per
qualsiasi sovvenzione statale) dovrebbe essere epurato da parassitismi e
gestito con oculatezza e trasparenza. E senza deroghe a tutto questo,
perché si tratta del denaro di tutti.
Augusta
Franco Cardinali
L’hanno chiamata “una nuova apparizione” Nella sera di sabato 12 marzo si terrà il tradizionale pellegrinaggio da Monsano al santuario di Santa Maria, posto fuori le antiche mura. Il cammino, ritmato dalla recita del rosario, prevede anche la partecipazione del sindaco che offrirà alla Madonna un cero, quale adempimento di un voto fatto nei secoli passati alla Vergine per la liberazione dalla pestilenza . Da notare che oltre al gonfalone, viene portato anche un modellino in metallo argentato del “castello”, eseguito nel ‘700, quale simbolo della partecipazione e devozione di tutta la cittadinanza. Ma questa volta, dopo almeno duecentocinquant’anni, i monsanesi si troveranno davanti un’”altra” Madonna. Quella che è stata riscoperta pochi mesi fa per volere del parroco, con l’abile mano della restauratrice dott. Francesca Pappagallo (ovviamente dopo aver ottenuto i permessi della Sovrintendenza di Urbino). Don Savino aveva da tempo sospettato che quel pur prezioso vestito ricamato in oro, che faceva vedere solo le mani e un volto pesantemente ritoccato, potesse nascondere l’immagine “completa” della Vergine. Così infatti era accaduto alla non lontana “Madonna del Sole”, fra San Marcello e Belvedere, dipinta dallo stesso Andrea di Bartolo appena un anno prima della nostra, e cioè nel 1471. E che, diciamo subito, dopo il restauro si rivelerà sorprendentemente somigliante nelle caratteristiche fondamentali. Maria si presenta infatti in posizione eretta e frontale, con lieve torsione a destra del volto. La veste bianca (come non pensare all’”Immacolata”?) è cosparsa di lettere ”M” sormontate da una corona (come non ricordare la preghiera della “Salve, Regina”?). Tutta la figura è poi circondata da una grande raggiera dorata: vogliamo vedervi un richiamo all’”Assunta”nella gloria, con il quale titolo del resto è qui Maria invocata e celebrata nella festa del 15 agosto. Ma le “sorprese” del restauro non finiscono qui. Ai piedi di Maria di trovano i tre “veggenti” (Gregorio, Gaspare e fra Giordano) in preghiera: è molto probabile che siano stati raffigurati “dal vivo”, dato che il dipinto è stato eseguito a breve distanza dalla apparizioni. L’altra “sorpresa” consiste nel fatto che l’attuale immagine è quanto resta di un polittico affrescato, di cui si intravvedono resti di cornici dipinte e, a sinistra, il panneggio rosso damascato del primo santo. Dovrebbe trattarsi di San Giacomo, secondo quanto è stato dipinto nella prima delle quattro celebri pergamene (ora al museo diocesano) che riproducono i perduti affreschi del portico della chiesa eseguiti dallo stesso Bartolo nel 1488. In essa la Vergine è affiancata dai tre santi apparsi con lei la prima volta. Gli altri sono San Paolo e di Sant’Antonio Abate. Si è dunque trattato, per i fedeli, quasi di una “nuova apparizione” della Madonna, così come scritto con un pizzico di voluto cedimento al “sensazionale” nel titolo del depliant diffuso in occasione della presentazione ufficiale del restauro nello scorso 22 gennaio. Dove si dice anche che il parroco aveva per tempo “preparato” i fedeli non abituati a questa “nuova” immagine di Maria: ma l’accoglienza generale è stata di lieta sorpresa nel tornare a contemplare e invocare la Madonna come i nostri padri.
Tornando
anche in questo modo più vicini a quell’evento di oltre mezzo millennio
fa, quando la Madonna ha fatto sentire la sua vicinanza materna nei
confronti dei cristiani, chiedendo un luogo di culto e di preghiera. In
questi ultimi due secoli le apparizioni di Maria si sono intensificate sia
per numero che per risonanza mondiale. Segno probabile di più urgenti
necessità che incombono. Le raccomandazioni sono sempre le stesse:
preghiera e conversione. Ci auguriamo che il restauro della nostra Madonna di Monsano (unico luogo della Vallesina dove è documentata una apparizione), lungi dal ridursi al solo “evento culturale”, possa stimolare i fedeli ad accogliere l’invito della Madre di Cristo e della Chiesa al rinnovamento della vita.
Vittorio Magnanelli
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