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Anno
LIII - N°10 Sommario
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Settimanale di informazione
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Presentato il libro di Candido Cannavò “Libertà dietro le sbarre”Storia e storie di alcuni mesi trascorsi nel carcere di San Vittore E’ racchiuso in una copertina azzurro chiaro, con un sottofondo di sbarre carcerarie il libro “Libertà dietro le sbarre” di Candido Cannavò, ex ventennale direttore del noto quotidiano rosa, “La Gazzetta dello Sport”, presentato sabato scorso a Jesi. Un volume molto forte, piccolo nella forma ma grande nel contenuto: la storia di alcuni mesi trascorsi, con la curiosità del giornalista attento, al carcere di San Vittore, alla scoperta della vita che vi scorre dentro, che spoglia “il temibile mostro che la Dea Immagine di Milano vorrebbe eliminare” fino a raggiungere la sua anima: gli uomini e le donne che ci vivono, i detenuti con le loro speranze, dolori, rimpianti, gioie e valori. Don Mariano Piccotti, che ha promosso l’iniziativa con il Centro di Spiritualità “Sul Monte” di Castelplanio, ha introdotto la serata, guidata dal giornalista Andrea Brunori. “Il nostro intento è stato da sempre quello di compiere, e di farlo fare, un cammino spirituale che ci tocchi veramente nel profondo, per un pellegrinaggio nel cuore dell’uomo”, ha detto don Mariano che ha raccontato di come la conoscenza con il direttore della “Gazzetta” sia nata da un intreccio di incontri per un suo articolo su un libro scritto su Carlo Urbani. Sr Anna Maria Vissani, che ha conosciuto Urbani e, grazie a lui, ha conosciuto Candido, ha espresso la sua profonda meraviglia nel leggere il libro che dà voce a chi solitamente non si vuole dare voce. Don Giuliano Fiorentini, fondatore della Comunità di recupero “Oikos”, ha sottolineato come ci sia una marginalità nell’uomo che non si stacca mai, ma da quella piccola parte rinasce il riscatto dalle passate azioni. Il semplice fatto che l’uomo è stato creato a immagine di Dio, gli permette di riscattarsi. Pierluigi Bertini, educatore della Comunità “Exodus”, ha raccontato del suo approccio con “Libertà dietro le sbarre” in cui ha ritrovato lo spirito che lo ha portato ad Exodus ed ha espresso il sostegno al tentativo di Cannavò di dar voce ai detenuti, di considerare i carcerati come persone normali che hanno bisogno di credere nel futuro. A seguire, Andrea Gasparini del Centro Sportivo Italiano ha affrontato la questione dei giovani: “Noi animatori del Csi, vogliamo valorizzare i ragazzi, parlando con loro, dandogli un esempio, dei segni per non cadere negli errori. Utilizziamo lo sport come metafora della vita. Oggi molti ragazzi non trovano lo spazio nello sport perché magari sono grassi, o poco bravi a giocare; il Csi rappresenta una alternativa da seguire, un gruppo di amici con cui incontrarsi ed esprimere le proprie capacità senza il vincolo del giudizio”. Infine l’ospite della serata che con passione e disinvoltura ha raccontato di come sia nato il libro. Dapprima l’amicizia con il direttore di San Vittore Luigi Pagano (a cui peraltro è dedicato il volume), e poi con la vista di una ragazza di colore all’interno del penitenziario. “Questa ragazza si chiama Melodia, che bel nome, e mi racconta la storia che l’ha portata al carcere. Mi ha commosso. E se una storia di un solo detenuto mi ha attratto, chissà quante di queste ce ne saranno qui dentro.” Non mancano, nel suo intervento, elogi al direttore “un uomo che ha unito nel suo lavoro il rispetto della legge ad un’umanità splendida”; ricordiamo che lui ha creato all’interno del penitenziario un centro assistenza Telecom, di cui si è sentito parlare anche nei telegiornali nazionali. “Ho cominciato il viaggio nel settore femminile; mi ha affascinato perché la donna rappresenta la vita, è un mondo più semplice perché più diretto e organizzato”. Proprio qui, Cannavò ha detto di aver riscoperto il fascino dell’Eucaristia, in una Messa celebrata nel settore femminile in cui ha visto detenute cantare e pregare tenute per mano... una mafiosa che pregava con il rosario: questo per lui è stato un momento splendido. Ha anche accennato agli aspetti più negativi del penitenziario. “Credo che tenere chiusi dei bambini al di sotto dei tre anni all’interno del carcere sia una barbarie; far vedere l’alba della vita ad un bimbo dietro le sbarre. E’ una cosa inaudita. Se le madri poi, quando i loro bimbi raggiungono i tre anni, devono scontare ancora qualche periodo, i piccoli vengono portati in istituto”. “Mi ha colpito una storia all’interno di San Vittore. Un mafioso si innamorò di una detenuta e si sposarono in carcere. Non per il fatto del matrimonio, ma per l’amore di quei due, che ormai anche avanzati di età, facevano progetti a lungo termine, pensando alla pena ancora da scontare, e a quando sarebbero usciti per vivere insieme. Discorsi che arrivavano persino al 2020”. Continua così Cannavò, raccontando aneddoti, storie tristi e allegre sempre con una passione che lo tocca da dentro, come se fosse diventato parte di un mondo che ai più è estraneo. “Un detenuto mi disse: dopo trenta anni, mi volete dare la possibilità di cambiare? Mi colpì perché ci pensavo anch’io che le cose cambiano con il tempo. Dietro un reato c’è la persona, ed è quella che bisogna riscoprire. Il reato non si deve cancellare, ma una persona può maturare e comprendere”. In questa storia nasce una curiosità. Maria Concetta Scaglione, mamma di Carlo Urbani, nasce a Catania come Candido Cannavò. A pochi centinaia di metri l’uno dall’altra; trascorrendo parte della giovinezza nello stesso gruppo di amici. Una coincidenza che conduce ancora di più il direttore all’input che lo ha spinto ad arrivare a Castelplanio. Il libro ha l’intima curiosità di condividere senza nascondere il reato, ma concedendo un riscatto, dando una speranza e facendo sentire i detenuti liberi anche dietro le sbarre.
Simone
Sebastiano
ContrappuntiDi
cani, di gatti e di bambini Notizie di cronaca spicciola. Quarantatre righe su tre colonne al centro pagina (pag. 21) su “Quotidiano Nazionale - Il Resto del Carlino” del 27 febbraio, per deplorare come due cani siano stati trucidati, alla periferia di Roma, per vendetta da un pastore che li incolpava di sbranare le sue pecore. La notizia ha avuto anche ampi servizi su diversi telegiornali con l’aggiunta che la Lega antivivisezione (Lav) si costituirà parte lesa contro il pastore in forza della nuova legge sulla protezione degli animali. Solo nove righe appena sul “Corriere Adriatico” del 4 marzo (pag. 2) per comunicare che una bimba di sette anni è morta per fame nella città di Amburgo (nord della Germania). La bambina “è stata fatta morire di fame dai genitori disoccupati, che invece trattavano da re il gatto di famiglia, nutrito regolarmente e abbondantemente e affidato spesso alle cure di una locale pensione per animali.” Così il “Corriere Adriatico”; nessuna riga sull’altro quotidiano - sopra ricordato - dello stesso giorno, né del giorno prima né del giorno dopo. Mi hanno detto che in TV, “Studio aperto” ha dedicato al caso un servizio. Non è che l’ultima, ma forse neanche la penultima volta che l’attenzione della cronaca si differenzia su questi casi. Anche di questi si potrebbe fare un’antologia di non pochi volumi per evidenziare come spesso si privilegi la notizia che riguarda cani e gatti, beninteso sempre amici dell’uomo, che non la sevizie sui bambini, tranne forse quando riguarda il tema pruriginoso della pedofilia. Quest’ultimo fa sempre notizia, anche quando magari essa è solo un’ipotesi o un’accusa ancora non provata; ma tant’è, c’è di mezzo il sesso e allora la stampa e la pubblica opinione ci inzuppano non solo il pane ma anche il companatico. Per gli altri casi, la notizia è breve; mai o quasi sia approfondiscono i contesti di povertà o forse della incerta salute mentale dei protagonisti, che, come nel caso citato di Amburgo, si potrebbe evincere, salvo contraddire i più elementari e naturali principi della paternità e della maternità. Cani e gatti, non c’è differenza se vengono ritrovati, accuditi, seviziati, o destinatari di ricchi testamenti: fanno sempre notizia, forse perché sono più indifesi e fanno tenerezza. Si ha comunque l’impressione che a loro venga dedicata più attenzione che non ai bambini; se invece c’è un delitto, l’informazione dilaga (vedi il caso di Cogne). Con ciò non si vuole minimamente rivolgere una critica a chi si è affezionato ad un cane o ad un gatto o ad un altro piccolo animale. C’è però un detto latino derivato dal poeta Orazio che dice “Est modus in rebus” [“C’è una misura nelle cose”], che non è solo un invito alla moderazione ma - penso - a dare la giusta importanza, relativa al loro essere, non solo a cose ma anche a persone o animali. Nella natura, se vogliamo, c’è una “gerarchia” tra gli esseri data non dall’affezione cui siamo loro legati ma dallo loro intrinseca ed oggettiva realtà la cui massima espressione sembra essere quel complesso di razionalità e di autocoscienza che distingue l’uomo. Ciò non vuol dire che si debbano seviziare cani e gatti. La legge nel tutelarli non li antepone ai bambini. Li tutela per se stessi, ma soprattutto perché non siano oggetto di cattiveria da parte dell’uomo, in un contesto di rispetto e diciamo pure di accoglienza senza sovvertire minimamente quell’ordine insito nella cosiddetta natura. Qualche volta, mi viene da pensare, che in non poche occasioni, sarebbero da chiedere per i bambini almeno la stessa considerazione, attenzione ed anche affetto con cui sono circondati cani e gatti. Starebbero forse meglio. Ovviamente per i bambini vorremmo e vogliamo molto e molto di più. Rispettiamo e diamo affetto anche a cani e gatti, ma prima di loro vengono i bambini. (Certo che non stiamo messi proprio bene se dobbiamo riflettere queste cose).
Riccardo Ceccarelli
La
nuova proposta dello Iom
“Dentro di me accade…”Al
teatro San Floriano poi a Montecarotto “Dentro di me accade …” è la nuova proposta culturale dello Iom Jesi e Vallesina: uno spettacolo che “ridarà emozioni” e che sarà proposto in anteprima al teatro-studio San Floriano, venerdì 18 marzo, a Loreto il 19 marzo e al teatro di Montecarotto domenica 20 marzo alle 21. Seguiranno poi repliche nei Comuni della Vallesina, dal 25 aprile e in altri teatri della regione.
Mario Fedele, diplomato
all’Accademia Nazionale di Danza, danzatore e coreografo, attore,
regista e drammaturgo che ha collaborato in Italia e all’estero con
artisti di rilievo, ha scritto il testo ed è regista dell’opera,
prodotta dalla Fondazione “Lanari”. La realizzazione ha il patrocinio
ed il sostegno economico del Comune di Jesi, dei Comuni della Vallesina,
della Banca Popolare di Ancona e dell’azienda Nutricia.
Durante la conferenza stampa di
presentazione - alla quale erano presenti la presidente dello Iom, Anna
Trane Quaglieri, il vicesindaco di Jesi Paolo Cingolani, l’assessore di
Maiolati Michele Ricci, l’assessore di Monte San Vito Edmondo Rinaldi,
il direttore della Fondazione “Lanari” Gianni Gualdoni, l’attrice
Tiziana Sensi, il regista Mario Fedele, l’aiuto regista Federica
Quaglieri - sono state illustrate le motivazioni di questa nuova
avventura. Così Mario Fedele ha descritto questo lavoro: “Forse per destino, forse per scelta, nella mia vita mi sono sempre ritrovato ad ascoltare le donne. Ho scritto questo testo di getto, come se le voci delle donne del mondo si fossero impossessate della mia penna. Queste donne hanno rivelato tutto il loro bisogno d’amore, la loro fragilità sentimentale, ma anche l’inesauribile capacità di donare amore e soprattutto una forza da amazzoni guerriere nell’affrontare le vicissitudini della vita.
“È per questo che il
personaggio di questo testo parla di sé lasciando sgorgare qualche
lacrima, ma un attimo dopo ha già il sorriso sulla bocca e non dimentica
mai la determinazione che nasce dalla speranza. Ho voluto toccare un tema
così delicato come quello dell’invalidità fisica, perché nel
tentativo di trovare una cura ai dolori del mondo ho trovato solo ed
ancora un unico rimedio: l’amore per sé stessi, per gli altri, per la
vita in sé.” L’attrice Tiziana Sensi, con una formazione accademica di livello nei diversi generi espressivi del teatro, della danza e del cinema, accumula una ricca esperienza di palcoscenico che la distingue anche quando lavora per il grande e per il piccolo schermo, come nelle popolari serie Tv “Un posto al sole”, “Sospetti”, “Incantesimo”, “Cuori rubati”, attrice protagonista, ha definito questo “un grande testo, con una grande regia per uno spettacolo teatrale in cui la parola assume il ruolo della parola, il simbolo accompagna e l’emozione arriva diretta al pubblico; la storia di ogni donna, lo specchio per una donna e motivo di emozione per l’uomo”. . Il regista ha già realizzato questo spettacolo in Portogallo nel 2003 ed ha registrato uno straordinario successo, lo stesso che si augura per questa nuova avventura, con musiche originali di Riccardo Eberspacher, che vede la collaborazione di Federica Quaglieri per la regia, definita dal regista come colei che “ha sempre avuto le giuste parole ed i giusti silenzi durante tutto il lungo lavoro di preparazione”, di Giuliana Gualdoni per le scene e di Ilaria Ceccotti per i costumi.
Beatrice Testadiferro
Il
2004 allo specchio
Cupra, popolazione in crescitaNegli ultimi anni un’inversione di tendenza
Alla capitale del verdicchio mancano 41 abitanti per tornare a toccare
quota cinquemila. E’ quanto emerge dai dati, al 31 dicembre 2004, del
locale Ufficio Anagrafe. Alla fine dello scorso anno, infatti, la
popolazione cuprense si è attestata sulle 4.859 unità (2.377 uomini e
2.482 donne per un totale di 1.927 famiglie), a fronte di un dato che al
primo gennaio dello stesso anno faceva registrare 4.840 cittadini: un
saldo attivo di 19 persone.
Un lento ma costante aumento
della popolazione, insomma, causato per lo più dalle immigrazioni. Nel
corso del 2004 a Cupramontana sono nati 31 bambini e 21 bambine, mentre
sono deceduti 38 uomini e 29 donne per un saldo negativo dell’indice
nascite/morti pari a 15 persone. Nel contempo i cittadini emigrati sono
stati 99 (quattro all’estero e 95 in altri Comuni) e gli immigrati 133
(37 provenienti dall’estero e 96 da altri Comuni).
Al 31 dicembre la popolazione straniera residente è di 332 persone
(176 uomini e 156 donne) di cui 97 minorenni.
Di Cupramontana è inoltre
possibile analizzare la demografia nel corso dell’ultimo secolo, grazie
ad una statistica redatta dal locale Ufficio Anagrafe e dal parroco don
Giovanni Ferracci. Nel 1861 la popolazione era di 4558 abitanti ed avrebbe
conosciuto sino alla metà del Novecento un sostanziale aumento. Nel 1871
i cuprensi erano infatti 4.885 ma già nel 1901 avevano raggiunto quota
5.595. Popolazione che dopo due decenni si era accresciuta di quasi mille
unità toccando quota 6.667 abitanti. Livello mantenutosi più o meno
stabile sino agli anno ’50, ma non più raggiunto.
Sarà infatti dagli anni ’50
che, mutato il tessuto socio-geografico italiano, la capitale del
verdicchio conoscerà una apparentemente inarrestabile diminuzione della
popolazione. La popolazione complessiva ha così conosciuto una lenta
erosione (nel 1982 gli abitanti erano 5.028) che ha toccato il limite nel
’95 (4.730 abitanti), per subire appunto una inversione di tendenza
negli ultimi anni soprattutto, al pari della società italiana in
generale, in virtù dell’aumento delle immigrazioni. Andrea Brunori
Domenica 6 marzoScheppers’Day
al Collegio Pergolesi “I Giovani e Vittore Scheppers”: la giornata tenutasi al Collegio Pergolesi, domenica 6 marzo, si è svolta con entusiasmo, linearità e bellezza, come la stagione che stiamo vivendo. In mattinata, dopo la consegna delle cartelle a cura degli Scout, il raduno nella sala teatro. Qui, la prima relazione è stata svolta da Fr. Claudio Pucci, direttore della “Scuola Pia” a Roma, che con la sua personalità aperta, schietta e insieme con la sua conoscenza profonda della vita del fondatore, ha tenuto l’assemblea attenta ed interessata.
Fr. Claudio ha parlato di
Vittore Scheppers, della sua vita dalla nascita all’adolescenza, dalla
fanciullezza agli anni formativi e difficili della prima gioventù.
L’educazione cristiana lo fece progredire in virtù e sapienza. La morte
prematura della madre, e poco dopo delle due sorelle, causarono grande
dolore al giovane dodicenne Vittore, provocando la sua sensibilità a
profonda riflessione sulla vita e sul senso del dolore. Non tardò a
rivelarsi in lui il desiderio di donare la vita al Signore per aiutare il
prossimo bisognoso.
Fr. Claudio ha fatto notare il
parallelo tra la vita di Vittore Scheppers, con tutte le difficoltà del
suo tempo, la sua scelta di vita consacrata,
e la vita dei giovani di oggi, che pure devono affrontare grandi
ostacoli, le tentazioni del mondo moderno,
spesso nella incertezza e nel dolore di essere membri di famiglie ferite,
e la necessità di fare una scelta per dare senso alla propria vita. Il tumulto della vita odierna crea difficoltà ad udire la
voce di Dio, che, tuttavia, in ogni tempo, età e condizione, parla
all’intimo del cuore. Fr. Claudio ha concluso invitando
i giovani a questo ascolto.
A mezzogiorno, la cappella del
Collegio, gremita di persone, ha riunito i giovani,
i volontari, le Cooperatrici e i Fratelli per la celebrazione della
Santa Messa. Questo momento bello e sentito è stato arricchito dal coro
di “Brunella Maggiori” diretto dal maestro Stefano Contadini.
Dopo il pranzo,
il gruppo è ritornato in teatro per essere intrattenuto dall’attore
Luigi Paoloni che con la recita del monologo
“Conferenza di un Folle”, ha divertito ma anche riflettere sul dono
della vita e a come investirla. Il
coro di voci bianche, diretto dal maestro Quagliani
della Scuola “G.B.Pergolesi”, ha continuato l’intrattenimento
pomeridiano, prima di dare inizio alla seconda relazione della giornata.
Fr. Lodovico ha presentato ai
giovani l’apostolato del sacerdote
Vittore Scheppers, sottolineando il cammino interiore e la sua
devozione Eucaristica che gli diedero l’illuminazione di fondare una
Congregazione maschile e femminile dedicate alle opere di misericordia
verso i carcerati, gli ammalati, gli anziani, gli emarginati e in
particolare i giovani privi di educazione e di istruzione. Tutto questo è
stato e continua ad essere un servizio alla società e alla Chiesa.
L’incontro si è concluso con
viva soddisfazione di tutti i partecipanti che hanno assicurato di voler
essere presenti per la prossima giornata in onore di Vittore, il cui
carisma è sempre attuale.
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