Anno LIII - N°14
Domenica 24 aprile 2005

 

bullet

Fermo nei principi, contrario alla guerra

bullet

Padre Matteo Ricci e l'Oriente

bullet

Cefalonia val bene una fiction

Voce della Vallesina

Settimanale di informazione


Scarica l'intero giornale in formato .pdf (circa 2 mb)

 

 

 

 

Fermo nei principi contrario alla guerra

 

        Tanto grande è stato il dolore della perdita dell’indimenticabile Giovanni Paolo II, altrettanto è stato l’esplodere dell’esultanza del cuore al primo annuncio anche  prima di sapere il nome. Piazza san Pietro si è riempita all’inverosimile ed ha alzato lo sguardo verso la Loggia della facciata. Alcuni, forse molti, anche se nascosti tra la folla e in mezzo ad un festoso chiasso hanno stretto tra le dita i granelli del rosario per frenare l’ansia e risolvere in preghiera le attese del cuore. Sono comparse anche le bandiere di molti Paesi, come per voler dire che il Papa appartiene a tutti, di qualsiasi nazionalità egli sia, divenendo civis romanus, cittadino romano, civis urbis e per questo cittadino del mondo, civis orbis. E quando è apparso su quella loggia l'esultanza non si è acquietata, e si è diretta verso Benedetto XVI.

       Le prime parole hanno espresso un filo di imbarazzo di occupare il posto che fu del grande Giovanni Paolo II, superato dalla fiducia che il Signore può lavorare anche con strumenti umili. Nessuno però ha pensato che si tratti di uno strumento inadatto, avendo avuto la possibilità di ascoltare le sue omelie in questo periodo e le sue meditazioni della via crucis.

       Ratzinger, anche per la rapidità dell'elezione, è personaggio di primissimo piano nel sacro collegio e nella Chiesa universale.  Ha occupato ruoli e svolto compiti in settori delicati e importanti da quello di teologo, di pastore, di tutore dell'ortodossia cattolica.

       Il nome che ha scelto mi fa ricordare due caratteristiche del suo più immediato papa omonimo, come è descritto da un ecumenista dell'epoca, che andò con una delegazione per invitare Benedetto XV  ad unirsi al movimento ecumenico ed osservò che il papa fu contemporaneamente cordialissimo nella accoglienza e fermissimo nei principi cattolici e nello stesso tempo coraggiosamente e profeticamente contrario alla guerra che si andava combattendo sfidando anche le ire dei nazionalisti.

 

PB02-Benedetto-XVI.jpg (62367 byte)

 

 

 

 

P. Matteo Ricci e l’Oriente

 

L’Europa alla corte dei Ming

 

       L’invito pronunciato dal Pontefice in occasione del Giubileo di “spalancare senza timore le porte al prossimo, chiunque esso sia”, meglio che in passato può oggi far intendere la grandezza di Padre Matteo Ricci. Anche se la Chiesa, dopo lunghi anni di silenzio, ha riconosciuto pienamente nel 1936 il valore di questo marchigiano illustre, è solo da non più di un decennio che effettivamente si è incominciato a ripensare e riconsiderare la sua vita e la sua straordinaria esperienza missionaria in Cina.

       Nato a Macerata nel 1552, dopo aver compiuto i primi studi in questa città e poi a Roma, entrò nella Compagnia di Gesù, ricevendo una completa e approfondita formazione filosofica, scientifica, umanistica. Inviato in missione in Cina, ritenuta allora “la fine del mondo” perché, situata all’estremo margine delle terre conosciute, era ancora più lontana del Katai visitato da Marco Polo, riuscì, dopo peripezie e avventure incredibili, ad essere accolto alla corte dei Ming a Pechino.

       In veste di “predicatore letterato” diventò allora in tutto cinese, tranne che nella sua fede, riuscendo così ad accostarsi alla antichissima cultura di quel paese, ma facendo anche conoscere quella europea e cristiana. Dotato di una straordinaria memoria e intelligenza, di rare virtù umane e morali, introdusse in Cina discipline sconosciute, quali teologia, filosofia, letteratura, scienza, matematica e geometria, cartografia, pittura ad olio, musica.

       Alla ricerca di ogni possibile punto di contatto fra mondo occidentale e mondo orientale, scrisse opere che fanno parte dei capolavori della letteratura cinese, fra le quali una traduzione in lingua mandarina del catechismo e una raccolta di cento sentenze di autori occidentali sull’amicizia, di cui esisteva in quella terra, e continua ancora ad esistere, un autentico culto. Morì a Pechino nel 1610, onorato da tutti. La sua tomba, che là si trova, è ancora oggi venerata.

 

***

       A questo grande comunicatore, convinto, come pure Confucio, che “tutti gli uomini possono essere potenzialmente amici o, per lo meno, non nemici” venne allestita due anni fa a Macerata una grande mostra che restò aperta per diversi mesi. Ora la stessa è stata trasferita, sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica, a Roma, nelle sale del Complesso Monumentale del Vittoriano  riservate a mostre sugli italiani illustri.

       L’esposizione, che sarà fra breve portata a Pechino e successivamente in alcune capitali europee, è stata visitata il 9 aprile da un gruppo di soci del Rotary e del Lions Club di Jesi, su lodevole iniziativa della Banca Popolare di Ancona associata alla Banca Popolare di Bergamo e alla Banca Popolare Commercio e Industria. Guida d’eccezione è stato il prof. Filippo Mignini, direttore dell’Istituto “Matteo Ricci” costituito nel 2002 da sei enti marchigiani al fine di promuovere le relazioni con l’Oriente nel nome del missionario maceratese, ritenuto il più grande sinologo di tutti i tempi, del quale si intende pure curare la pubblicazione delle opere non ancora tradotte in italiano.

       Il prof. Mignini, che è anche docente di Storia della Filosofia all’ateneo di Macerata, ha illustrato a lungo, vividamente, la figura di questo personaggio al quale ha dedicato lunghi e appassionati anni di studio e sul quale ha raccolto una documentazione vastissima. Non sorprende che alla vita romanzesca di questo missionario già si siano interessati cinema e televisione; perché dovremmo tutti conoscerlo meglio, alla luce soprattutto dei grandi valori umani, culturali e cristiani che ha testimoniato.

 

                     Augusta Franco Cardinali

 

       Nella foto grande: il gruppo dei soci Rotary e Lions in visita alla mostra. Nell’altra foto, il prof. Filippo Mignini accanto al ritratto di P. Matteo Ricci, dipinto nel 1601 da Emmanuel Yu-Wen-Hui, detto Pereira. Si tratta di uno dei primi dipinti ad olio, tecnica che, sconosciuta prima, fu introdotta in Cina dal grande missionario maceratese.

 

 mostra.jpg (99427 byte)    OG01-Matteo-Ricci-(1552-161.jpg (145796 byte)

 

 

 

 

Cefalonia val bene una fiction

 

       Col senno di poi (visto quello che è accaduto in campo), posso di aver fatto bene, lunedì, a non guardare alla Tv il derby milanese di calcio. Tuttavia (sempre col senno di poi), posso dire anche che, invece di assistere a “Cefalonia” su Rai1, avrei fatto meglio ad andare a dormire.

       Se è vero che anche da una “fiction Tv” è lecito aspettarsi un minimo di attendibilità storica, viene da chiedersi che cosa, della storia della Divisione Aqui sull’isola greca, abbiano recepito i giovani che di quella storia non avevano mai sentito parlare.

       Dopo la prima puntata di attesa di domenica, che toccava superficialmente l’antefatto (la guerra italiana in Grecia, l’8 settembre 1943, il “referendum”, peraltro rappresentato in maniera ridicola, con cui la Divisione Aqui decideva di resistere ai tedeschi), ci si aspettava una puntata che giustificasse l’eroismo per cui la Divisione fu insignita di 16 medaglie d’oro, 36 d’argento ed innumerevoli di bronzo.

       E invece niente: salvo qualche sporadica scaramuccia in montagna fra una decina dei nostri (molto arrendevoli, per la verità) e altrettanti tedeschi e un lieve accenno allo sbarco di truppe tedesche, rappresentato con 2 (dicesi due) mezzi da sbarco cannoneggiati dai nostri, senza far vedere un solo tedesco mettere piede sulle spiagge dell’isola, è emersa soltanto la decisione del generale Gandin di “ripiegare” di fronte a un fantomatico nemico.

       Nulla sull’orgoglio dei nostri soldati desiderosi di riscattare sul campo l’onore della Patria perduto a Roma; nulla sui furiosi combattimenti in cui gli 11 mila uomini della Divisione, quasi senza armi, tennero testa eroicamente alle soverchianti forze tedesche nel frattempo fatte giungere sull’isola; nulla dei quattromila morti in combattimento; nulla della decisione di arrendersi solo quando i nostri soldati non ebbero più un colpo da sparare, avendo perso la speranza di aiuti dalla vicinissima Brindisi (dove stazionavano la flotta americana, i residui di quella italiana ed il re) a causa del diniego degli americani a consentire l’invio di rinforzi perché ancora non si fidavano degli italiani (erano passate solo due settimane dall’8 settembre). In pratica, dalla fiction è risultato che la divisione Aqui si è arresa dopo una piccola scaramuccia in montagna.

       In compenso, non è mancato nulla per dimostrare la tesi di “primo atto di resistenza all’aggressione nazi-fascista” che, negli ultimi tempi, si cerca di accreditare: c’è il sergente progressista e amante della pace che si arruola nella Resistenza; c’è la bella ostessa innamorata che aiuta il sergente a darsi alla macchia; c’è la figlia dell’ostessa che va in montagna con i partigiani (tutti italiani, in un’isola greca); c’è il prete sull’orlo di una crisi di nervi che concede l’assoluzione alla figlia dell’ostessa rimasta incinta; c’è la preparazione allo sbarco alleato all’interno delle baracche dei prigionieri (tipo “la grande fuga”); c’è la scena dell’ufficiale che, pur avendo in tasca (solo lui) la tessera del partito nazional fascista (figuriamoci se gli ufficiali potevano avere i gradi se non avevano la tessera!), rinuncia a salvarsi perché crede nei valori di democrazia e libertà; c’è il traditore pentito che si fa sparare perché il comandante delle SS aveva messo in dubbio la fedeltà della moglie.

       Non manca un pizzico di sano antiamericanismo (che non fa mai male, sia a destra che a sinistra), quando il marito dell’ostessa, tornato da New York dopo dieci anni, lascia intendere che l’America è spietata, ti costringe a rimanere in miseria, non offre alcuna possibilità agli immigrati di farsi una posizione e di elevarsi socialmente e che le donne americane sono pure un poco zoccole perché sono andate a letto con lui e poi non si sono fatte più vedere.

       C’è, infine, l’ultima battaglia, quella finale degli uomini della Resistenza, che vincono contro quattro tedeschi che si arrendono immediatamente alla vista di uno schioppo del ’91.

       Al termine della fiction viene dunque da chiedersi dove mai risieda il tanto celebrato eroismo della Divisione Aqui: solo nell’essersi arresi e nell’essersi fatti fucilare (a quattro a quattro) senza reagire? La fiction Rai è talmente mistificatrice della storia che è riuscita a rivalutare il tanto vituperato “Mandolino del Capitano Corelli”, con il melenso Nicolas Cage e l’improbabile Penelope Cruz!

      Poveri martiri di Cefalonia; ancora una volta devono rivoltarsi nella tomba, pregando che la loro vicenda cada nuovamente nell’oblio dove era rimasta per quarant’anni.

 

                                                                                                                  Paolo Marcozzi