|
Anno
LIII - N°14
|
Settimanale di informazione
Scarica l'intero giornale in formato .pdf (circa 2 mb)
Fermo
nei principi contrario alla guerra
Tanto grande è stato il dolore della perdita
dell’indimenticabile Giovanni Paolo II, altrettanto è stato
l’esplodere dell’esultanza del cuore al primo annuncio anche
prima di sapere il nome. Piazza san Pietro si è riempita
all’inverosimile ed ha alzato lo sguardo verso la Loggia della facciata.
Alcuni, forse molti, anche se nascosti tra la folla e in mezzo ad un
festoso chiasso hanno stretto tra le dita i granelli del rosario per
frenare l’ansia e risolvere in preghiera le attese del cuore. Sono
comparse anche le bandiere di molti Paesi, come per voler dire che il Papa
appartiene a tutti, di qualsiasi nazionalità egli sia, divenendo civis
romanus, cittadino romano, civis urbis e per questo cittadino del mondo,
civis orbis. E quando è apparso su quella loggia l'esultanza non si è
acquietata, e si è diretta verso Benedetto XVI.
Le prime parole hanno espresso
un filo di imbarazzo di occupare il posto che fu del grande Giovanni Paolo
II, superato dalla fiducia che il Signore può lavorare anche con
strumenti umili. Nessuno però ha pensato che si tratti di uno strumento
inadatto, avendo avuto la possibilità di ascoltare le sue omelie in
questo periodo e le sue meditazioni della via crucis.
Ratzinger, anche per la rapidità
dell'elezione, è personaggio di primissimo piano nel sacro collegio e
nella Chiesa universale. Ha occupato ruoli e svolto compiti in
settori delicati e importanti da quello di teologo, di pastore, di tutore
dell'ortodossia cattolica.
Il nome che ha scelto mi fa
ricordare due caratteristiche del suo più immediato papa omonimo, come è
descritto da un ecumenista dell'epoca, che andò con una delegazione per
invitare Benedetto XV ad unirsi al movimento ecumenico ed osservò
che il papa fu contemporaneamente cordialissimo nella accoglienza e
fermissimo nei principi cattolici e nello stesso tempo coraggiosamente e
profeticamente contrario alla guerra che si andava combattendo sfidando
anche le ire dei nazionalisti.
P. Matteo Ricci e l’Oriente L’Europa
alla corte dei Ming
L’invito pronunciato dal Pontefice in occasione del Giubileo di
“spalancare senza timore le porte al prossimo, chiunque esso sia”,
meglio che in passato può oggi far intendere la grandezza di Padre Matteo
Ricci. Anche se la Chiesa, dopo lunghi anni di silenzio, ha riconosciuto
pienamente nel 1936 il valore di questo marchigiano illustre, è solo da
non più di un decennio che effettivamente si è incominciato a ripensare
e riconsiderare la sua vita e la sua straordinaria esperienza missionaria
in Cina. Nato a Macerata nel 1552, dopo aver compiuto i primi studi in questa città e poi a Roma, entrò nella Compagnia di Gesù, ricevendo una completa e approfondita formazione filosofica, scientifica, umanistica. Inviato in missione in Cina, ritenuta allora “la fine del mondo” perché, situata all’estremo margine delle terre conosciute, era ancora più lontana del Katai visitato da Marco Polo, riuscì, dopo peripezie e avventure incredibili, ad essere accolto alla corte dei Ming a Pechino. In veste di “predicatore letterato” diventò allora in tutto cinese, tranne che nella sua fede, riuscendo così ad accostarsi alla antichissima cultura di quel paese, ma facendo anche conoscere quella europea e cristiana. Dotato di una straordinaria memoria e intelligenza, di rare virtù umane e morali, introdusse in Cina discipline sconosciute, quali teologia, filosofia, letteratura, scienza, matematica e geometria, cartografia, pittura ad olio, musica. Alla ricerca di ogni possibile punto di contatto fra mondo occidentale e mondo orientale, scrisse opere che fanno parte dei capolavori della letteratura cinese, fra le quali una traduzione in lingua mandarina del catechismo e una raccolta di cento sentenze di autori occidentali sull’amicizia, di cui esisteva in quella terra, e continua ancora ad esistere, un autentico culto. Morì a Pechino nel 1610, onorato da tutti. La sua tomba, che là si trova, è ancora oggi venerata. *** A questo grande comunicatore, convinto, come pure Confucio, che “tutti gli uomini possono essere potenzialmente amici o, per lo meno, non nemici” venne allestita due anni fa a Macerata una grande mostra che restò aperta per diversi mesi. Ora la stessa è stata trasferita, sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica, a Roma, nelle sale del Complesso Monumentale del Vittoriano riservate a mostre sugli italiani illustri.
L’esposizione, che sarà fra
breve portata a Pechino e successivamente in alcune capitali europee, è
stata visitata il 9 aprile da un gruppo di soci del Rotary e del Lions
Club di Jesi, su lodevole iniziativa della Banca Popolare di Ancona
associata alla Banca Popolare di Bergamo e alla Banca Popolare Commercio e
Industria. Guida d’eccezione è stato il prof. Filippo Mignini,
direttore dell’Istituto “Matteo Ricci” costituito nel 2002 da sei
enti marchigiani al fine di promuovere le relazioni con l’Oriente nel
nome del missionario maceratese, ritenuto il più grande sinologo di tutti
i tempi, del quale si intende pure curare la pubblicazione delle opere non
ancora tradotte in italiano.
Il prof. Mignini, che è anche
docente di Storia della Filosofia all’ateneo di Macerata, ha illustrato
a lungo, vividamente, la figura di questo personaggio al quale ha dedicato
lunghi e appassionati anni di studio e sul quale ha raccolto una
documentazione vastissima. Non sorprende che alla vita romanzesca di
questo missionario già si siano interessati cinema e televisione; perché
dovremmo tutti conoscerlo meglio, alla luce soprattutto dei grandi valori
umani, culturali e cristiani che ha testimoniato.
Augusta Franco Cardinali
Nella foto grande: il
gruppo dei soci Rotary e Lions in visita alla mostra. Nell’altra foto,
il prof. Filippo Mignini accanto al ritratto di P. Matteo Ricci, dipinto
nel 1601 da Emmanuel Yu-Wen-Hui, detto Pereira. Si tratta di uno dei primi
dipinti ad olio, tecnica che, sconosciuta prima, fu introdotta in Cina dal
grande missionario maceratese.
Cefalonia
val bene una fiction
Col senno di poi (visto quello che è accaduto in campo), posso di
aver fatto bene, lunedì, a non guardare alla Tv il derby milanese di
calcio. Tuttavia (sempre col senno di poi), posso dire anche che, invece
di assistere a “Cefalonia” su Rai1, avrei fatto meglio ad andare a
dormire.
Se è vero che anche da una
“fiction Tv” è lecito aspettarsi un minimo di attendibilità storica,
viene da chiedersi che cosa, della storia della Divisione Aqui
sull’isola greca, abbiano recepito i giovani che di quella storia non
avevano mai sentito parlare.
Dopo la prima puntata di attesa
di domenica, che toccava superficialmente l’antefatto (la guerra
italiana in Grecia, l’8 settembre 1943, il “referendum”, peraltro
rappresentato in maniera ridicola, con cui la Divisione Aqui decideva di
resistere ai tedeschi), ci si aspettava una puntata che giustificasse
l’eroismo per cui la Divisione fu insignita di 16 medaglie d’oro, 36
d’argento ed innumerevoli di bronzo.
E invece niente: salvo qualche sporadica
scaramuccia in montagna fra una decina dei nostri (molto arrendevoli, per
la verità) e altrettanti tedeschi e un lieve accenno allo sbarco di
truppe tedesche, rappresentato con 2 (dicesi due) mezzi da sbarco
cannoneggiati dai nostri, senza far vedere un solo tedesco mettere piede
sulle spiagge dell’isola, è emersa soltanto la decisione del generale
Gandin di “ripiegare” di fronte a un fantomatico nemico.
Nulla sull’orgoglio dei
nostri soldati desiderosi di riscattare sul campo l’onore della Patria
perduto a Roma; nulla sui furiosi combattimenti in cui gli 11 mila uomini
della Divisione, quasi senza armi, tennero testa eroicamente alle
soverchianti forze tedesche nel frattempo fatte giungere sull’isola;
nulla dei quattromila morti in combattimento; nulla della decisione di
arrendersi solo quando i nostri soldati non ebbero più un colpo da
sparare, avendo perso la speranza di aiuti dalla vicinissima Brindisi
(dove stazionavano la flotta americana, i residui di quella italiana ed il
re) a causa del diniego degli americani a consentire l’invio di rinforzi
perché ancora non si fidavano degli italiani (erano passate solo due
settimane dall’8 settembre). In pratica, dalla fiction è risultato che
la divisione Aqui si è arresa dopo una piccola scaramuccia in montagna.
In compenso, non è mancato
nulla per dimostrare la tesi di “primo atto di resistenza
all’aggressione nazi-fascista” che, negli ultimi tempi, si cerca di
accreditare: c’è il sergente progressista e amante della pace che si
arruola nella Resistenza; c’è la bella ostessa innamorata che aiuta il
sergente a darsi alla macchia; c’è la figlia dell’ostessa che va in
montagna con i partigiani (tutti italiani, in un’isola greca); c’è il
prete sull’orlo di una crisi di nervi che concede l’assoluzione alla
figlia dell’ostessa rimasta incinta; c’è la preparazione allo sbarco
alleato all’interno delle baracche dei prigionieri (tipo “la grande
fuga”); c’è la scena dell’ufficiale che, pur avendo in tasca (solo
lui) la tessera del partito nazional fascista (figuriamoci se gli
ufficiali potevano avere i gradi se non avevano la tessera!), rinuncia a
salvarsi perché crede nei valori di democrazia e libertà; c’è il
traditore pentito che si fa sparare perché il comandante delle SS aveva
messo in dubbio la fedeltà della moglie.
Non manca un pizzico di sano
antiamericanismo (che non fa mai male, sia a destra che a sinistra),
quando il marito dell’ostessa, tornato da New York dopo dieci anni,
lascia intendere che l’America è spietata, ti costringe a rimanere in
miseria, non offre alcuna possibilità agli immigrati di farsi una
posizione e di elevarsi socialmente e che le donne americane sono pure un
poco zoccole perché sono andate a letto con lui e poi non si sono fatte
più vedere. C’è,
infine, l’ultima battaglia, quella finale degli uomini della Resistenza,
che vincono contro quattro tedeschi che si arrendono immediatamente alla
vista di uno schioppo del ’91.
Al termine della fiction viene
dunque da chiedersi dove mai risieda il tanto celebrato eroismo della
Divisione Aqui: solo nell’essersi arresi e nell’essersi fatti fucilare
(a quattro a quattro) senza reagire? La fiction Rai è talmente
mistificatrice della storia che è riuscita a rivalutare il tanto
vituperato “Mandolino del Capitano Corelli”, con il melenso Nicolas
Cage e l’improbabile Penelope Cruz! Poveri martiri di Cefalonia; ancora una volta devono rivoltarsi nella tomba, pregando che la loro vicenda cada nuovamente nell’oblio dove era rimasta per quarant’anni.
Paolo Marcozzi
|
||||||