Anno LIII - N°15
Domenica 1 maggio 2005

 

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Il Vescovo Padre Oscar cittadino benemerito

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Vittore Scheppers: fatti, non parole

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Magistratura giudicante

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Le sculture e la mostra di Annibali

Voce della Vallesina

Settimanale di informazione


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Il Vescovo Padre Oscar

cittadino benemerito

 

 

       La giunta comunale ha deciso di proporre al Consiglio comunale il conferimento della cittadinanza benemerita al Vescovo di Jesi, Padre Oscar Serfilippi, con la seguente motivazione: “Per aver caratterizzato il proprio servizio pastorale con uno stile di vita orientato al dialogo ed alla pace tra le varie componenti civili e religiose della città di Jesi e per aver dato impulso alla cultura e all’arte con numerose e durature realizzazioni”.

       La giunta ha ritenuto doveroso proporre tale riconoscimento verso un Vescovo che da oltre ventisette anni regge la Diocesi di Jesi sottolineando come Mons. Serfilippi sia stato “un vero uomo di pace, fautore fin dagli anni Settanta di rapporti che hanno orientato le persone, nei più vari ambiti della vita sia civile che religiosa, alla condivisione, all’unità, alla solidarietà”.

       Accanto a ciò la giunta ha voluto rimarcare di Serfilippi “la concretezza di realizzazioni operata nella semplicità ed umiltà francescana che lo ha sempre contraddistinto e che lo rende Padre prima che Pastore, vicino ed amico prima che autorevole rappresentante della Chiesa, attento ed immediato nel cogliere i bisogni, nell’offrire una parola di incoraggiamento a quanti lo continuano a sentire di casa”.

       “Desidero esprimere la mia gioia e la mia riconoscenza per l’affettuosa attribuzione alla mia persona di  cittadino benemerito di Jesi, la città dove risiedo dall’ottobre del 1975 – ha scritto Padre Oscar alla giunta comunale. -  Ogni giorno ho amato e stimato questa città diletta e i suoi amministratori per quanto compiono con tenacia, amore e competenza per il bene della popolazione jesina. Porgo quindi auguri di ogni bene sul signor sindaco e tutti voi, e invoco le più elette  benedizioni del Signore”.

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Vittore Scheppers: fatti, non parole

 

       Venerdì 22 aprile nella sala teatro del Collegio Pergolesi è stato presentato il libro “Works, not words”, traduzione in inglese curata da Maria Rota di “Fatti, non parole”, breve biografia di Mons. Vittore Scheppers scritta da Fernando Bea, giornalista della Radio Vaticana. Fratel Lodovico, direttore del Collegio Pergolesi, in apertura dell’incontro, ha presentato tutti i testi che sono stati scritti su mons. Scheppers, nato in Belgio nel 1802 e fondatore dei Fratelli di Nostra Signora della Misericordia.

       Proveniente da un’agiata famiglia borghese profondamente cristiana, da bambino Scheppers subì la dolorosa perdita delle due sorelle e della madre, mentre il fratello maggiore non arrivò che a trent’anni. Dapprima suo padre cercò di dissuaderlo dal proposito di farsi sacerdote, perché questo avrebbe comportato l’estinzione degli Scheppers, rimasti senza successori. Più tardi però accettò con gioia la decisione del suo Vittore e in vecchiaia si vide curato amorosamente proprio dai membri della Congregazione fondata dal figlio.

       Guidato dalla Misericordia e dall’umiltà, Vittore volle che i suoi Fratelli si dedicassero con grandi sacrifici al riscatto dei prigionieri, abitando nelle loro stesse carceri, e all’educazione dei bambini poveri e dei piccoli operai. Scelse come suoi collaboratori persone semplici, non particolarmente istruite, a somiglianza di Gesù che si servì di pescatori e lavoratori della terra. Aveva constatato infatti che i problemi maggiori glieli avevano causato proprio i Fratelli più istruiti.

        Attualmente dei progetti messi in cantiere da mons. Scheppers sopravvivono solo le scuole, fra le quali ricordiamo, oltre a quelle gratuite fondate in Belgio, Canada, Argentina, Uruguay e Burundi, anche le due italiane di Roma e Busnago, a pagamento in quanto non sostenute economicamente dal nostro Paese.

       Nel corso del pomeriggio è intervenuta anche Maria Rota, insegnante, traduttrice e soprano lirico, vissuta per più di venticinque anni negli Stati Uniti e quindi padrona della lingua in cui ha tradotto la vita di mons. Scheppers, di cui si attende dalla Chiesa il riconoscimento della Beatificazione. “Il mio più grande desiderio, al momento, è quello di offrire a Papa Benedetto XVI il CD con canzoni sacre da me cantate”, ha affermato la Rota.

       Al termine dell’incontro, Claudia Santinelli e Veronica Praneoni, allieve della Scuola Musicale “G.B.Pergolesi”, hanno offerto un breve intrattenimento musicale eseguendo al piano rispettivamente musiche di Schubert e Chopin.

 

                                                                                                                 Cristina Franco

 

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Contrappunti

Magistratura giudicante

 

        Non era trascorsa neanche un’ora, la sera del 19 aprile, dall’annuncio dell’elezione del card. Joseph Ratzinger a pontefice, Benedetto XVI, che il bravo giornalista della Tv nel corso del telegiornale chiedeva già “un giudizio” sul nuovo papa. Un “giudizio”, non un’impressione, un parere, un’emozione, un approccio, un sentimento, un pensiero. Un “giudizio”, punto e basta.

       Non è comunque la prima volta. Siamo chiamati a giudicare su tutto e su tutti. Siamo diventati un popolo di giudici. Emettiamo sentenze, non diamo pareri. Non ci sono argomenti che non siano oggetto dei nostri giudizi. Ci hanno abituato così ormai. Sentenze che non passano per i diversi gradi: sono subito definitive. Spesso di condanna, poche di assoluzione o quelle che impongono una istruttoria più approfondita.

       La stampa ed i suoi operatori hanno avuto un ruolo non indifferente, credo, a promuovere questo sentirsi magistrati su ogni materia: tuttologi del giudizio pronto e definitivo, dallo sport alla politica, dalla religione alla morale, dal vicino di casa al papa. Ciascuno di noi ha, deve avere e formarsi, un suo pensiero solido e maturo, una risonanza interiore di fronte agli eventi, una sensibilità personale, un’opinione, una convinzione, delle idee. Da queste è ovvio che si possono formare “giudizi”, ma emetterli così, su due piedi, senza quelle premesse accennate che non sempre ci sono, mi sembra presunzione e fortemente temerario.

       Sono “giudizi” che riflettono il proprio - qualche volta unico e miope - punto di vista che diventa assoluto, sentenze insomma irreformabili. Giornalisti, politici, sindacalisti e intellettuali, ci hanno arruolato un po’ tutti in quella che è, a tutti gli effetti e siamo diventati, una magistratura giudicante. Lo denota e ne fa fede il linguaggio usato. Chi non ha ascoltato il politico che “condanna” solennemente  le opinioni o le prese di posizione del collega o avversario?

       Non esprime un parere diverso o contrario - del tutto legittimo - per un dialogo ed un confronto; no, emette una “condanna” in modo chiaro e tondo e ripetuta anche, affinché tutti capiscano di che giudizio si tratti e da quale scranno o autorità provenga. Così il sindacalista e l’intellettuale il cui mondo spesso è un rigirarsi su se stesso, su un piedistallo autocostruito dal quale provengono sentenze sull’universo intero. Abilitazione che si crede di avere magari  non appena si è avuta una targa di riconoscimento o una tessera. Quelle di partito sono più abilitanti.

        L’uso corrente della parola “giudizio” ormai, come dice il “Dizionario” del De Mauro, è quello di “esprimere un’opinione, una valutazione”. Verissimo; spesso comunque diventa una valutazione esclusiva e totalizzante, una sentenza a tutti gli effetti che decide il bello e il brutto, il buono e il cattivo, il giusto e l’ingiusto, senza attendere verifiche e confronti. Manca non di rado l’umiltà di avvicinarsi ai problemi o alle persone con la capacità di ascoltare, di vedere, di soppesare, di capire.

       Il criterio del “giudizio” non è il confronto con un valore o con una verità - seppure faticosamente cercata - , ma  è spesso un “pregiudizio” legato al proprio piccolo mondo con le sue categorie diventate così un altrettanto “piccolo assoluto” ed unità di misura. Di questa entità sono i “giudizi” e le “sentenze” che vanno per la maggiore, che fanno rumore, che si chiedono e di danno con tanta superficialità e che non reggono alla prova della verità né tanto meno a quella della storia. Con buona pace di Franco Grillini, Marco Cappato, Gigi Malabarba o Daniele Capezzone e dei loro “giudizi” su Benedetto XVI, della cui statura di vero intellettuale, di teologo, di uomo di fede e di pontefice la storia se ne farà carico e testimone, mentre su di loro, e non solo, e sui loro “giudizi” si stenderà un pietoso e fitto velo di polvere  e di oblio.

 

                                                                                                 Riccardo Ceccarelli

 

 

 

 

 

 

Le sculture di Annibali

 

        Si è conclusa giovedì 28 aprile la mostra dello scultore Paolo Annibali, allestita da “Noi Cultura” alla Salara del Palazzo della Signoria. Collocata all’entrata, quasi ad accogliere i visitatori, la statua della Vergine protesa verso l’Uomo, con una parte del mantello chiusa, come per proteggere i bisognosi che in Lei trovano rifugio; e l’altra parte, aperta, accompagnata dal suo sguardo che insegue chi ne esce …

      Si sono susseguiti poi, distribuendosi in armonica scansione, i quattro bozzetti - di cui uno in bronzo - che hanno preceduto la effettiva esecuzione della porta della Cattedrale, assieme ai disegni e ai bozzetti realizzati per le porte di numerose altre chiese (tra i quali il progetto per una porta di Santa Maria Maggiore a Roma), esemplificando così che la scultura è - come afferma Valeriano Trebbiani - “una disciplina estremamente severa, che bisogna affrontare con severità, impegno ed estremo lavoro” .

       Allo stesso modo, la mostra deve risultare strettamente legata ad essa, deve essere parte di essa - ha affermato il prof. Ginesi nella cerimonia di inaugurazione – “e non può risolversi in una esecuzione meccanica di collocamento delle opere, ma deve lambire il linguaggio dell’artista perché il suo messaggio arrivi integro ai fruitori”.

       Raccolte in un piccolo vano creato con un abile gioco di tende e paraventi, appoggiato dalla complicità delle colonne, hanno trovato posto alcune opere di soggetto “profano”, nelle quali l’autore si esprime con un linguaggio più statico.

        Interessanti le due statue “Eroi di pace 2005” , in bronzo dipinto, che il 18 maggio, presso il Palazzo San Michele di Roma, saranno consegnate, alla presenza del ministro ai Beni Culturali, al comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, generale Gottardo, in ricordo delle vittime di Nassirya.

       Molto belle anche le statue di terracotta dipinta, che ritraggono giovani donne e uomini in particolari atteggiamenti legati sia a piccole abituali azioni quotidiane, sia a momenti di intensa meditazione.

 

                                                                                                         Paola Cocola

 

La mostra di Annibali

 

        Si è conclusa giovedì 28 aprile la mostra dello scultore Paolo Annibali, allestita da “Noi Cultura” alla Salara del Palazzo della Signoria. Collocata all’entrata, quasi ad accogliere i visitatori, la statua della Vergine protesa verso l’Uomo, con una parte del mantello chiusa, come per proteggere i bisognosi che in Lei trovano rifugio; e l’altra parte, aperta, accompagnata dal suo sguardo che insegue chi ne esce …

      Si sono susseguiti poi, distribuendosi in armonica scansione, i quattro bozzetti - di cui uno in bronzo - che hanno preceduto la effettiva esecuzione della porta della Cattedrale, assieme ai disegni e ai bozzetti realizzati per le porte di numerose altre chiese (tra i quali il progetto per una porta di Santa Maria Maggiore a Roma), esemplificando così che la scultura è - come afferma Valeriano Trebbiani - “una disciplina estremamente severa, che bisogna affrontare con severità, impegno ed estremo lavoro” .

       Allo stesso modo, la mostra deve risultare strettamente legata ad essa, deve essere parte di essa - ha affermato il prof. Ginesi nella cerimonia di inaugurazione – “e non può risolversi in una esecuzione meccanica di collocamento delle opere, ma deve lambire il linguaggio dell’artista perché il suo messaggio arrivi integro ai fruitori”.

       Raccolte in un piccolo vano creato con un abile gioco di tende e paraventi, appoggiato dalla complicità delle colonne, hanno trovato posto alcune opere di soggetto “profano”, nelle quali l’autore si esprime con un linguaggio più statico.

        Interessanti le due statue “Eroi di pace 2005” , in bronzo dipinto, che il 18 maggio, presso il Palazzo San Michele di Roma, saranno consegnate, alla presenza del ministro ai Beni Culturali, al comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, generale Gottardo, in ricordo delle vittime di Nassirya.

       Molto belle anche le statue di terracotta dipinta, che ritraggono giovani donne e uomini in particolari atteggiamenti legati sia a piccole abituali azioni quotidiane, sia a momenti di intensa meditazione.

 

                                                                                                                              Paola Cocola

 

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