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Anno
LIII - N°17
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Settimanale di informazione
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si
può comprare un rene
Con una telefonata si può comprare un rene. L’ho fatto - per
un’indagine televisiva - qualche settimana fa e non è stato difficile.
Il venditore che ho contattato scavalcava le organizzazioni criminali e
andava diretto sul mercato. Si offriva senza intermediari e chiedeva una
“cifrona” rispetto ai due, tremila dollari imposti dalle mafie degli
organi ai cosiddetti donatori. Mi sono dichiarato interessato all’affare
e questa è la sintesi della telefonata.
- Chiamo dall’Italia. Vorrei sapere qualcosa di più sulla sua
offerta di un rene. Mi può spiegare meglio?
“Le posso dare il
mio indirizzo e-mail, ok? Mi può inviare le sue domande poi io
rispondo”.
- Posso parlare un po’ più a lungo al telefono, per favore?
“Può mandarmi un preventivo, un messaggio via e-mail?” - Vorrei avere da lei qualche altra informazione sull’offerta del suo rene in Turchia. Può rimanere in linea?
“Può inviarmi le sue domande via e-mail, la sua voce si sente
molto male. Può scrivere il mio indirizzo e-mail?”
- Ha un telefono dove la posso chiamare, una linea meno disturbata?
“No, ho solo questo numero di telefono”.
- Solo questo, ok. Mi sente meglio? Può dirmi il prezzo del suo
rene per favore?
“Le parlo del mio rene. Credo che qualcuno mi abbia offerto…mi
hanno offerto 150 mila euro”.
- Sì. Mi può dire in che parte della Turchia vive in questo
momento, per poterci andare?
“A Mersin, nel sud della Turchia”.
- Ok. Mi può dire…ha un medico in grado di eseguire il
trapianto, conosce… Come possiamo venire lì senza avere nessuna
garanzia su chi eseguirà il trapianto? Ha un medico che possa garantire
che il trapianto andrà a buon fine?
“Se conosco chi?”
- Chi esegue l’intervento chirurgico…
“Mi hanno offerto 150 mila euro per il rene. Il trapianto
potrebbe essere eseguito ad Istanbul, in una clinica privata. Il mio
gruppo sanguigno è 0 RH negativo”. - Ok, ho capito. Mi dica:
quanto costa il trapianto? Devo pagare separatamente il suo organo? Quanto
costa ad Istanbul?
“Ad Istanbul? Possiamo andare in un ospedale d’Istanbul”.
- Ok. Mi dica: quante telefonate ha ricevuto per quest’offerta
che ha messo sul sito Web? Ne ha ricevute molte? “Circa…otto, nove
telefonate”.
- Nove telefonate…
“Otto o nove, non so il numero preciso…”.
- Ok…
“Otto o nove telefonate. Due o tre da Israele. Ogni giorno
parliamo con quel signore. Penso che uno di questi giorni verrà in
Turchia e andremo insieme a Istanbul per il trapianto. Mi chiama sempre,
tutti i giorni”. -
Ok . Mi dica una cosa: ha ricevuto telefonate da europei o da americani,
oltre a quelle degli israeliani?
“Ho ricevuto telefonate da Israele, dalla Germania e dalla
Grecia, parliamo con loro. Non mi ha chiamato nessun altro. Posso sapere
se è…vuole il rene o…?”.
- Sì, le chiedo qualche informazione per farmi un’idea della
situazione, per avere tutte le informazioni possibili. Se ho capito bene,
lei vive in Turchia e vorrebbe che il trapianto avvenisse a Istanbul in
una clinica privata e ha ricevuto offerte da…richieste dalla Germania e
soprattutto dagli israeliani. La richiamerò al più presto, ok?
“Se vuole posso darle il mio indirizzo E-mail, può scrivere. Ok?”
- Ok, mi dia il suo indirizzo e-mail.... Dopo lunghe trattative gli
addetti dell’Ufficio stampa dell’Ambasciata della Repubblica di
Turchia in Italia mi comunicano che sarà lo stesso ambasciatore Ugur
Ziyal, da poco insediato, a parlare della “tratta degli esseri umani”.
Prima ancora di formulargli le domande - definite col suo staff negli
ambienti dell’Ambasciata e poco prima dell’incontro - l’ho invitato
ad ascoltare la registrazione della telefonata che ho riportato e a
commentarla.
Massimo F.Frittelli
Conferenza al MeicLa spiritualità di De GasperiMorì invocando il nome di Gesù Una figura di enorme levatura morale e intellettuale. Un politico cristiano che ha retto le delicate sorti dell’Italia dal ’44 al ’53. E lo ha fatto con la forza, l’equilibrio, la lungimiranza e l’umanità che dalla sua fede scaturivano. Una fede ben salda, quella di Alcide De Gasperi, passata attraverso le prove del carcere, dell’emarginazione, della solitudine, delle vessazioni. Una spiritualità cristologica, la sua, che contemplava la ricerca quotidiana della santità personale e il dover compiersi della missione politica, ispirata alla giustizia del Vangelo. Il grande statista democristiano morto nel 1954 e per il quale è in atto la causa di beatificazione, è uscito così, nella luce di un’autenticità cristiana esemplare e intramontabile, dalle parole di Anna Civran, responsabile per il Meic nazionale (Movimento ecclesiale di impegno culturale) nella consulta delle Aggregazioni laicali. Ed è stato proprio il Meic di Jesi ad invitarla, lo scorso mercoledì 4 maggio, al circolo “Ferrini”. Per parlare sul tema “La spiritualità di De Gasperi”. La coerenza tra la vita politica, privata e familiare, la fede come guida dell’azione, l’alleanza tra contemplazione e pragmatismo, l’inscindibilità del credente dall’uomo politico. De Gasperi come instancabile mediatore, dotato di un grande senso della storia e dello Stato. E in un respiro universale, tipicamente cristiano, capace di “assumere le decisioni alla luce dell’insegnamento sociale della Chiesa, ma con l’autonomia che la politica richiede”. Soprattutto questo fu, per la studiosa Anna Civran, lo statista triestino, la cui figura, dopo il cinquantennio della morte, sta attraversando una vera e propria riscoperta. E non solo in Italia. “ Quella di De Gasperi - ha detto la Civran - era una coscienza limpida”, adatta a giudicare la realtà del potere con gli occhi della responsabilità verso il popolo. La Messa quotidiana, l’abbeverarsi alle fonti più alte della spiritualità, lo studio della Bibbia e dei Padri della Chiesa. Il rapporto amorevole con la famiglia, costante punto di riferimento, il periodo passato in carcere - dal marzo del 1927 al luglio dell’anno dopo - per ordine di Mussolini. Poi, la scarcerazione, l’impiego alla biblioteca vaticana. Fino all’esplodere della sua carriera nel governo del Paese e nel partito della democrazia cristiana. Tutte le tappe di una vita, fondamentali a costruire un’identità. E, ha ricordato la Civran, De Gasperi morì invocando il nome di Gesù. A dimostrare che alla base della sua grandezza umana e politica c’era una fede cristiana vissuta ogni giorno e in ogni cosa.
Lucia Romiti
Suggestioni dell’anticoJesi:
passato e presente Nell’arco di appena nove anni sono stati pubblicati tre studi di carattere storico – artistico riguardanti in modo più o meno ampio la città di Jesi, studi che vengono qui menzionati con i rispettivi autori: F. Mariano, Jesi, città e architettura, edito nel 1993; L. Mozzoni e G. Paoletti, Jesi città bella sopra un fiume, pubblicato nel 1994; A. Cherubini, Arte medievale nella Vallesina: una nuova lettura, stampato nel 2001. Tutti e tre questi volumi sono corredati da interessanti fotografie. Una di tali fotografie, risalente agli anni venti del secolo scorso, riprende il tratto più elevato di Costa Mezzalancia, comunemente detto “scalette della morte” in quanto sale scalettato fin quasi all’abside della chiesa dell’Orazione e Morte (oggi detta anche chiesa dell’Adorazione) (1).
Una terza fotografia, che è di particolare interesse, compare nel mio suddetto volume (a pag. 423) e riprende la antica porta della Rocca (oggi denominata Arco del Magistrato) come si presentava prima dell’infausta demolizione del possente torrione di pianta circolare che la fiancheggiava. Un’altra demolizione, non meno infausta, dovuta ad episodi dell’ultima guerra., ha colpito la maestosa Torre della Guardia, eretta nel Trecento, la quale si elevava in cima ad un’altra collina presso l’abitato di Santa Maria Nuova, e dalla quale pervenivano alla città di Jesi preziose segnalazioni circa i movimenti di eventuali nemici provenienti da sud o dal mare o da ovest. Fortunatamente si è salvata a Jesi la sua antica struttura urbanistica di età romana e altomedievale, struttura della quale mi limito qui a richiamare via Roccabella e vicolo Roccabella, tratti viari compresi tra Costa Lombarda e Costa Pastorina, un insieme quindi di antiche vie nelle quali è utile, interessante e anche suggestivo inoltrarsi, osservare, interpretare. I suddetti riferimenti all’età antica inducono a far cenno anche alla scomparsa della città di Planina, che fino a pochi anni or sono gli studiosi ritenevano sorta nei pressi dell’attuale abitato di Pianello Vallesina. Il problema è stato chiarito dalla prof.ssa Anna Fiecconi, che nella sua pregevole opera: “In Appenninis Alpibus: circoscrizioni antiche e medievali tra Marche e Umbria” edita nel 1996, a pag. 55 afferma: “Tra i municipi romani della V regione augustea va compresa la città di Planina, localizzata da G. Paci nell’area di S. Vittore sul Musone a breve distanza da Cingulum. Fino a pochi anni fa si supponeva che Planina sorgesse molto più a valle, nei pressi di Pianello Vallesina, frazione di Castelbellino”. La suddetta studiosa fa anche un interessante riferimento alla nostra città affermando: “I Romani […] attuarono un vasto piano militare, e in subordine economico e commerciale, che trovò punti di forza durante il terzo e il secondo secolo a. C. nella deduzione di colonie romane e latine, tra cui va menzionata nella valle dell’Esino, la colonia civium romanorum di Aesis (Jesi), del 247 a. C. (data molto probabile) (2) Sull’importante argomento, trattato scientificamente dalla citata studiosa, si tornerà in un prossimo numero. (1)
Cfr. Jesi, città bella sopra un fiume, cit. p. 36 (2)
A. Fiecconi, In Appenninis Alpibus, cit. p. 52. Per quanto riguarda
Planina e la sua ubicazione, cfr. G. Paci, Un municipio romano a S.
Vittore di Cingoli, “Picus. Studi e ricerche sulle Marche
nell’antichità”, VIII (1988), 51-69. Vedi anche “In Appenninis”
cit. a fine libro, elenco “cose notevoli”, prima
Nelle opere
di Vitaliano Cinti la quotidianità della
gente jesina E’ un debito di riconoscenza quello che mi spinge a dare pubblica ragione della passione culturale che ha innervato la vita di Vitaliano Cinti, personalità dalla poliedrica fisionomia e dalle varie e molteplici attività: insegnante di lettere al “Cuppari”, fondatore della Libera Università per Adulti, consigliere della Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi. Riconoscenza per la disponibilità e la piena adesione alla vita ed alle iniziative dell’Istituto bibliotecario e prima ancora per il suo essersi fatto promotore di una valorizzazione che mi ha coinvolto in prima persona durante i primi anni della mia venuta a Jesi: in qualità di presidente del Centro Studi Jesini riuscì infatti ad ottenere dall’allora sindaco Cascia, assai sensibile al versante culturale, un consistente finanziamento per la sistemazione ed il riordinamento dell’archivio Pianetti. Si è trattato di un ampio e puntuale lavoro, che ha coinvolto per alcuni anni più persone, tra le quali la moglie Elena Federici, e che è poi venuto a piena valorizzazione con la pubblicazione dell’inventario voluta dalla Regione Marche, consentendo di dare fruibilità e visibilità ad uno dei tesori culturali più preziosi e studiati della Biblioteca Planettiana; tesoro culturale che grazie a lui è custodito all’interno di eleganti contenitori che recano riprodotto sul dorso lo stemma Pianetti. La sua partecipazione alla vita dell’Istituto si è estrinsecata per vario tempo attraverso la collaborazione all’interno della Commissione della Biblioteca e della redazione della rivista dell’Istituto, “Biblioteca Aperta”, portando un fattivo contributo di idee, di disponibilità e di calore umano; restano soprattutto a marcare della propria impronta culturale le numerose opere date alle stampe, che hanno contribuito a gettare nuova luce su aspetti della cultura e sulla storia della città: per sua volontà sono usciti vari volumi dal Centro Studi Jesini durante gli anni della sua presidenza: citiamo solo l’opera di Antonio De Rosa dedicato a La figura umana di Giuseppe Pianetti, mentre portano la sua firma numerosi volumi quali quello Come studiare la storia del 1975, quello dedicato a I 120 anni del Cuppari, del 1980, o i Soprannomi jesini nel tempo, del 1986. Altre sue opere, come“Vivere a Jesi nell’Ottocento” del 1980, L’altra città, del 1980, dedicato alla storia del cimitero di Jesi, l’Itinerario storico della Banca Popolare di Ancona, uscito nel 1991, Vivere nel Novecento, del 1993, la Storia della Cassa di risparmio di Jesi, del 1994, L’avventura terrena di Serafino da Pietrarubbia, del 1995, ecc., per ricordarne solo alcuni, si aggiungono a testimoniare un costante, paziente ed intenso lavoro di scandaglio di documenti d’archivio, a volte di interi archivi, per trarre dalla fedeltà delle antiche carte soprattutto un tessuto umano che fosse genuina espressione della gente jesina nella sua quotidianità. Numerosi gli articoli ed i saggi sui temi ed i personaggi più vari: da La religione sociale di Luigi Luzzatti, del 1975, a Il nuovo pacifismo, che abbiamo avuto il piacere di pubblicare a fine 2004 in occasione della riedizione di Sotto il segno della pace. Memorie, di Edmondo Marcucci. Ad altri ancora stava attendendo, mosso da una passione mai spenta, ma frenata dalle traversie degli anni: era in preparazione una “Storia del cognome italiano, del quale mi aveva raccontato l’ampio lavoro di indagine, come di altre opere anche di tema francescano; una passione condivisa con la moglie Elena, appassionata e qualificata indagatrice di storia locale, che ha inciso nella vita culturale della nostra città contribuendo a illuminarne i tesori nascosti. Per tutto questo gli siamo profondamente grati. Rosalia Bigliardi Parlapiano
Tre militari jesini in missione all’estero “Le Forze Armate per la pace”Un’iniziativa del Rotary Club Jesi Proseguono le iniziative di forte spessore umanitario, sociale e culturale promosse dal Rotary Club di Jesi autore, martedì 3 maggio, di un’altra interessante serata conviviale consumata, in un’atmosfera piacevole e sobria, al Federico II. Risale ad appena un mese fa, in effetti, la consegna al gruppo editoriale Raffaello di Monte San Vito del 1° “Premio Rotary all’Impresa”, una delle tante iniziative promosse da questi “edificatori di eternità”- come li ha definiti lo stesso presidente internazionale, James L. Bomar Jr. -, la cui massima aspirazione e speranza è “cambiare il mondo, renderlo migliore, migliorare il suo futuro” attraverso l’attivazione e la realizzazione, da un lato, di iniziative umanitarie e di primo soccorso intese nel senso più stretto del termine, e dall’altro, di sostegno e di apprezzamento a quanti, con il proprio operato, concorrono alla crescita sociale e alla valorizzazione delle risorse, in uno spazio che percorre tutti i campi: dalla sanità all’alfabetizzazione; dalla gestione delle risorse idriche alla costruzione di parchi naturali, di nuovi reparti ospedalieri, di centri di accoglienza per i senzatetto; alle adozioni a distanza; all’erogazione di borse di studio e di provvidenze dispensate in forniture di libri; ai lavori di restauro a sostegno dei bisogni locali; sino alla lotta intrapresa da tempo alla poliomielite, che ha salvato un intero paese di bambini dalla malattia, e alle vaccinazioni antiepatite. Notevole l’intervento - attivato nella tragedia scatenata dallo Tsunami in Indonesia - che ha portato, fin dal primo giorno, aiuto e cibo, abiti e altri generi di prima necessità, assieme all’assistenza di medici e volontari. In questa prospettiva di solidarietà, di promozione di rapporti di collaborazione e di comprensione tra i Popoli va letta l’iniziativa “Le Forze Armate per la Pace”, che ha registrato la partecipazione della rappresentanza delle massime autorità regionali dell’esercito e delle tre armi. Dei rotariani di Senigallia e Falconara e di altre personalità. Introdotta dal presidente del Rotary di Jesi Carlo Bifani, la serata ha acceso i riflettori sull’opera di pace e di sostegno apprestata dai nostri militari alle popolazioni in territori di guerra, nonché sul profondo cambiamento che tali forze stanno accogliendo e realizzando a seguito di ampie aperture politiche, etiche e civili, che le spingono a modificare strategie e a sostenere o affiancare iniziative che realizzino opere di pace, civili, di ordine pubblico, di assistenza nelle calamità o in circostanze straordinarie, di salvaguardia dell’ambiente naturale e del patrimonio archeologico, facendo emergere la figura del nuovo soldato che non è solo esecutore di ordini ma può farsi, sempre più, promotore di speranza, di pace, di umanità. Protagonisti della serata, tre militari jesini - il tenente colonnello elicotterista Franco Trozzi, comandante della base di Pratica di Mare; il maggiore Simone Schiavoni, dell’8° reggimento della Folgore, già portavoce del contingente italiano in Iraq; il capitano Simone Corinaldesi, comandante della compagnia del gruppo di supporto per una delle principali attività logistiche del contingente a Nassirija - che hanno condiviso con i presenti le esperienze riportate nelle missioni in Kosovo, Afghanistan, Albania, Bosnia, Iraq, dove si sono particolarmente distinti. Con il supporto di immagini filmate, a turno, essi hanno potuto illustrare le opere svolte “con professionalità, spirito di sacrificio e attaccamento ai valori del Tricolore” in direzione della pace e del recupero di condizioni di vita più umane alle popolazioni colpite dal flagello della guerra: in particolare, gli interventi umanitari, di assistenza, di distribuzione di aiuti, di sminamento, di sicurezza dei trasporti, di costruzione di fognature e di reti idriche, di realizzazione e sorveglianza di linee elettriche, di salvaguardia di beni archeologici e di risorse, di istruzione.
L’omaggio a ciascun Club di una foto-ricordo e di una pubblicazione, nonché un breve dibattito su quanto illustrato, ha chiuso la serata con una positiva nota sull’intervento delle donne-soldato, senza le quali, “…operando in situazioni che hanno delle componenti culturali particolari, non sarebbe possibile avvicinarsi a donne e bambini. Una partecipazione preziosa quanto efficiente, dato che le donne sono inserite a tutti i livelli e assolvono agli stessi incarichi degli uomini e con lo stesso impegno”.
Paola Cocola
ContrappuntiBriciole
di umiltà C’è stato un gran proliferare di “teologi di pronto intervento”, come sono definiti cioè, e come finisce inevitabilmente di autodefinirsi, da Curzio Maltese de la Repubblica, gli opinionisti laici che nei giorni della morte di Giovanni Paolo II e dell’elezione e dei primi interventi di Benedetto XVI, si sono esercitati in commenti teologici appunto. La lista è lunga. Va da Paolo Flores dì’Arcais a Massimo Cacciari, dal citato Curzio Maltese a Eugenio Scalfari. In particolare Scalfari ha commentato l’omelia che Benedetto XVI ha tenuto il 24 aprile, giorno dell’inaugurazione del suo pontificato (L’espresso, 5 maggio, p. 234). Un commento piano, leggibile, ben scritto. Con un solo difetto, che Scalfari, almeno da quanto si evince dallo scritto, ben poco conosce di teologia e del suo linguaggio, cadendo ovviamente in imprecisioni se non errori che altri, digiuni come lui in materia, prendono per verità, solo perché magari l’ha scritto un luminare del giornalismo del suo pari.. Come quando scrive che il papa rivendica “la primazia non solo sui vescovi cattolici come è ovvio, ma anche quelli ortodossi, anche i patriarchi, anche i vescovi anglicani”, arguendo che il dialogo con le altre chiese cristiane dovrebbe proseguire senza quel primato che, dimentica Scalfari, al vescovo di Roma, successore di San Pietro, gli viene direttamente da Cristo. Sulla interpretazione del primato, sulle modalità del suo esercizio e sull’accoglienza dello stesso, c’è ampio spazio per dialogare, come del resto già si sta facendo. Dire che il papa rivendica una “primazia” su ortodossi e anglicani, prima ancora di una completa “comunione” tra le relative chiese e quella cattolica, è fare della “teologia di pronto intervento”, improvvisata ed approssimativa. E di molto. Come quando ancora scrive: “Il Vangelo è una grandiosa parabola in tutte le sue pagine. […]Il discorso della montagna, la moltiplicazione dei pani e dei pesci, il figliuol prodigo, il perdono dell’adultera, le nozze di Cana”. Qui si confonde addirittura il significato di “parabola” nell’utilizzo fatto da Gesù come similitudine, paragone, piccolo racconto per spiegare in modo semplice e accessibile contenuti un po’ più difficili (Il figliuol prodigo, la pecorella smarrita), con i fatti (il perdono dell’adultera, le nozze di Cana), i miracoli (la moltiplicazione dei pani e dei pesci) e con le parole stesse di Gesù (il discorso della montagna). Parlando poi genericamente del “Vangelo, come grandiosa parabola”, cioè - come si intende oggi - “racconto frutto di invenzione, ma verosimile, con scopi didattici o morali”, non si distingue i fatti, le parole ed il loro contesto storico o letterario. E per tutto questo non è necessario essere teologi specialisti, ma essere solo un po’informati. Non sembra poi Scalfari mettersi, anche dopo “intenta attenzione”, in sintonia col pensiero del pontefice sul tema della libertà e dell’alienazione, comprendendo il papa la prima nel contesto della volontà e della verità di Gesù Cristo, il Signore Risorto. E conclude: “Forse la libertà è una chimera e quella che ti propone il papa è una delle tante”. Nessuno vuol negare o mettere in dubbio la possibilità che ciascuno ha di discutere, commentare, fare apprezzamenti anche sul papa o su quello che lui dice: lo si faccia però con un sapienza ed intelligenza, non riducendo cioè la sua parola e la sua persona ai propri parametri di comprensione e di giudizio. Per dialogare e capirsi, non bisogna sapere solo la propria lingua ed assolutizzare le proprie idee, ma sforzarsi di capire le parole e le idee altrui. Senza pre-giudizi. Perché, come ha scritto proprio Curzio Maltese, “non c’è spettacolo più ridicolo che improvvisarsi teologi di pronto intervento”. E per di più senza una briciola di umiltà. Che non guasta mai.
Riccardo Ceccarelli
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